Presentati al congresso ESMO 2026 i risultati dello studio internazionale INTerpath-001: a 24 mesi la sopravvivenza libera da recidiva è dell'82,2% con il vaccino personalizzato associato a pembrolizumab, contro il 70% con la sola immunoterapia
Un vaccino costruito sulle caratteristiche genetiche del singolo tumore, per insegnare al sistema immunitario a riconoscere le cellule neoplastiche residue e contrastare il rischio che la malattia si ripresenti. È questa la strategia al centro dello studio internazionale di fase 3 INTerpath-001, che apre nuove prospettive per il trattamento del melanoma ad alto rischio dopo l’intervento chirurgico. I risultati presentati al congresso della Società europea di oncologia medica (ESMO) 2026 mostrano che l’aggiunta di un vaccino personalizzato a RNA messaggero (mRNA), intismeran autogene, all’immunoterapia con pembrolizumab riduce del 42% il rischio relativo di recidiva o morte rispetto alla sola immunoterapia. La sperimentazione ha coinvolto 1.137 persone con melanoma resecato, trattate nel contesto adiuvante, cioè dopo l’intervento chirurgico. L’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano ha avuto un ruolo di primo piano nel reclutamento internazionale: 128 le persone sottoposte a screening, 82 quelle effettivamente trattate presso il centro milanese.
Il dato principale riguarda la sopravvivenza libera da recidiva (recurrence-free survival, RFS), endpoint primario dello studio. A 24 mesi, questa percentuale è risultata pari all’82,2% nel gruppo trattato con intismeran autogene e pembrolizumab, rispetto al 70% osservato tra le persone che hanno ricevuto pembrolizumab associato a placebo. L’hazard ratio è risultato pari a 0,58 (IC 95% 0,45-0,75; p<0,001), corrispondente a una riduzione relativa del 42% del rischio di recidiva o morte. Lo studio ha raggiunto anche un endpoint secondario rilevante: la sopravvivenza libera da metastasi a distanza (distant metastasis-free survival, DMFS) a 24 mesi è stata dell’88,5% nel gruppo trattato con il vaccino e dell’80,2% nel gruppo di controllo, con una riduzione relativa del 38% del rischio di metastasi a distanza o morte. I risultati confermano il segnale già emerso nella precedente sperimentazione di fase 2b KEYNOTE-942, condotta su persone con melanoma resecato. In quel caso, a cinque anni di follow-up, era stata osservata una riduzione del 49% del rischio di ripresa della malattia e del 59% del rischio di metastasi a distanza.
A spiegare il funzionamento del trattamento è Michele Del Vecchio, direttore dell’Oncologia medica melanomi dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. La preparazione del vaccino, racconta, “ricalca il lavoro di un sarto: viene cucito su misura”. Il materiale tumorale e un campione di sangue della singola persona vengono inviati negli Stati Uniti, dove, attraverso specifiche tecniche di laboratorio e un algoritmo predittivo, viene progettato un RNA messaggero capace di codificare fino a 34 neoantigeni, cioè bersagli molecolari specifici del tumore. Una volta somministrato, il preparato ha l’obiettivo di stimolare il sistema immunitario a riconoscere questi bersagli e a sviluppare una risposta diretta contro le cellule neoplastiche che potrebbero essere rimaste nell’organismo dopo l’intervento chirurgico. Il trattamento prevede fino a nove somministrazioni intramuscolari, a distanza di tre settimane l’una dall’altra. L’obiettivo è potenziare le difese immunitarie già presenti e favorire la produzione di linfociti T capaci di riconoscere i neoantigeni tumorali, contribuendo a mantenere nel tempo una memoria immunologica contro eventuali cellule residue. Si tratta di un vaccino terapeutico, dunque, e non di un prodotto destinato alla prevenzione del melanoma nella popolazione sana. La sua funzione è intervenire dopo la chirurgia, in associazione all’immunoterapia, per ridurre la probabilità che la malattia si ripresenti.
Un aspetto rilevante riguarda la tollerabilità della combinazione. Nell’analisi presentata a ESMO non sono emersi nuovi segnali di sicurezza di particolare rilievo. Gli eventi avversi più frequenti sono stati febbre, stanchezza e dolore nella sede di iniezione, manifestazioni considerate compatibili con quelle osservate anche con altri vaccini. Gli eventi avversi gravi sono stati registrati nel 17,6% delle persone trattate con intismeran e pembrolizumab, rispetto al 15,8% nel gruppo di controllo. Le interruzioni dei trattamenti a causa di eventi avversi sono state rispettivamente del 6,5% e del 5,3%. Resta invece ancora da dimostrare un beneficio sulla sopravvivenza globale. L’analisi presentata non ha infatti evidenziato, al momento, una differenza significativa tra i due gruppi per questo esito. Un risultato che deve essere letto anche alla luce del follow-up ancora relativamente breve: la durata mediana dell’osservazione è stata di 24,6 mesi. La professoressa Inge Marie Svane, dell’ospedale universitario di Copenaghen, ha definito i risultati un passaggio importante per il campo dei vaccini antitumorali, sottolineando il beneficio aggiuntivo rispetto a pembrolizumab. La specialista richiama tuttavia la necessità di seguire nel tempo i partecipanti per comprendere se il vantaggio osservato sulla recidiva si tradurrà anche in un miglioramento della sopravvivenza.
Le analisi dei sottogruppi indicano che il beneficio dell’aggiunta del vaccino riguarda la maggior parte delle persone coinvolte nello studio, comprese quelle con malattia più avanzata, come i melanomi in stadio III C-D o IV resecati. Questo risultato apre anche una questione clinica: quale spazio potrà avere il vaccino rispetto alle strategie neoadiuvanti, cioè ai trattamenti somministrati prima dell’intervento chirurgico? Per le persone con malattia più avanzata, le linee guida già prendono in considerazione l’immunoterapia prima della chirurgia. Sarà quindi necessario chiarire come selezionare le persone candidate ai diversi approcci e in quale momento inserire il vaccino personalizzato. Un possibile utilizzo di intismeran anche prima dell’intervento è oggetto di interesse, ma presenta una difficoltà pratica: ogni preparato deve essere progettato e prodotto sulla base delle caratteristiche del singolo tumore. I tempi di produzione potrebbero quindi rappresentare un ostacolo quando è necessario iniziare rapidamente il trattamento.
La piattaforma a mRNA è già oggetto di valutazione in altri contesti oncologici. Oltre al melanoma resecato, intismeran autogene viene studiato nel melanoma non resecabile e in sperimentazioni dedicate al carcinoma polmonare e al carcinoma renale. La prospettiva è quella di estendere il principio della vaccinazione personalizzata ad altre neoplasie solide, tra cui tumori del pancreas e dell’apparato urogenitale, come anticipato da Del Vecchio. Ogni applicazione richiederà tuttavia studi specifici per verificarne efficacia, sicurezza e reale beneficio clinico. Il risultato di INTerpath-001 si inserisce nella lunga tradizione di ricerca sull’immunoterapia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Del Vecchio ha ricordato in particolare il contributo di Giorgio Parmiani, oncologo e immunologo che ha dedicato una parte importante della propria attività allo sviluppo di vaccini antitumorali, soprattutto contro il melanoma. La sperimentazione rappresenta un passaggio significativo verso una medicina oncologica sempre più personalizzata. Ma la strada verso l’impiego nella pratica clinica richiede ancora valutazioni regolatorie, ulteriori dati di follow-up e una definizione precisa delle persone che potranno trarne maggiore beneficio.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato