Uno studio condotto in Corea del Sud su oltre 100mila adulti mostra che, per la maggior parte degli esami di laboratorio, la durata del digiuno modifica poco i risultati. Le differenze più rilevanti riguardano soprattutto alcuni parametri metabolici e digestivi
Il digiuno prima delle analisi del sangue è una delle indicazioni più familiari quando ci si prepara a un prelievo. Ma otto, dodici o più ore senza mangiare sono davvero necessarie per tutti gli esami? A cercare una risposta è stato un gruppo di ricercatori di diversi centri universitari e ospedalieri della Corea del Sud, analizzando 9.755.547 risultati di laboratorio ottenuti da 101.148 adulti. Lo studio, pubblicato il 28 settembre 2026 su JAMA Internal Medicine, ha confrontato i risultati in relazione a tre diverse durate del digiuno: meno di 8 ore, tra 8 e 12 ore e oltre 12 ore.
I ricercatori hanno esaminato dati provenienti dalla pratica clinica reale, includendo persone adulte di età compresa tra 18 e 106 anni, con un’età media di 60 anni. Nel complesso sono stati valutati 372 diversi tipi di esami, comprendenti emocromo e coagulazione, funzionalità renale ed elettroliti, funzionalità epatica, profilo lipidico, metabolismo glucidico, ormoni e altri parametri. L’obiettivo era capire se la durata del digiuno producesse variazioni abbastanza importanti da avere un significato clinico e, soprattutto, se fosse giustificato mantenere una regola uniforme di digiuno per tutti gli esami.
Il risultato principale è che la grande maggioranza dei parametri analizzati risente in misura minima della durata del digiuno. In un primo confronto tra i diversi gruppi, 27 parametri mostravano differenze superiori ai limiti considerati rilevanti dal punto di vista delle prestazioni analitiche. Tuttavia, quando i ricercatori hanno effettuato un’analisi più rigorosa confrontando i risultati ottenuti all’interno delle stesse persone, le differenze sono state confermate soltanto per 10 parametri. Questo suggerisce che parte delle variazioni osservate inizialmente poteva dipendere non dal digiuno in sé, ma dalle caratteristiche diverse delle persone appartenenti ai vari gruppi.
Le differenze più evidenti sono emerse soprattutto quando il prelievo veniva effettuato dopo meno di 8 ore di digiuno. In questo gruppo, rispetto ai periodi di digiuno più lunghi, la glicemia risultava mediamente più alta del 10,8%, mentre i trigliceridi erano superiori del 20,1%. Si tratta di parametri per i quali il consumo recente di cibo può quindi avere un peso concreto nell’interpretazione del risultato. Anche altri valori mostravano variazioni: la gamma-GT era più alta del 14,8% e la lipasi del 36,4% con meno di 8 ore di digiuno. In particolare, la variazione percentuale della lipasi è risultata elevata, anche se il significato clinico di un singolo valore deve sempre essere valutato considerando il contesto del paziente e gli altri risultati degli esami.
Un altro risultato interessante riguarda il confronto tra chi aveva digiunato 8-12 ore e chi aveva superato le 12 ore. In questo caso, i ricercatori non hanno osservato differenze tali da superare i limiti analitici considerati rilevanti. In altre parole, prolungare ulteriormente il digiuno oltre le 12 ore non sembra migliorare in modo significativo l’accuratezza della maggior parte degli esami considerati. Questo dato mette quindi in discussione l’idea che più a lungo si digiuna, più il risultato del prelievo sia necessariamente accurato. Almeno per gli esami presi in considerazione nello studio, una volta raggiunta una determinata durata del digiuno, ulteriori ore senza mangiare non sembrano apportare benefici rilevanti.
I risultati non significano però che da oggi si possano fare tutte le analisi dopo aver mangiato. Lo studio è osservazionale e riguarda specifici esami eseguiti nella pratica clinica; inoltre, alcuni parametri sono effettivamente più sensibili all’assunzione di cibo rispetto ad altri. Il punto sollevato dai ricercatori è piuttosto un altro: il digiuno potrebbe non dover essere considerato un requisito identico per ogni esame. Per alcuni test può essere importante rispettare precise condizioni preanalitiche, mentre per altri il risultato sembra essere sostanzialmente stabile anche con una durata diversa del digiuno. La preparazione dovrebbe quindi essere stabilita in funzione degli esami richiesti e delle indicazioni del medico o del laboratorio.
I risultati dello studio suggeriscono dunque di superare, almeno in prospettiva, l’idea di una regola unica valida per tutte le analisi del sangue. La maggior parte dei parametri analizzati è risultata poco influenzata dalla durata del digiuno, mentre alcune misurazioni, in particolare glicemia, trigliceridi, gamma-GT e lipasi, hanno mostrato variazioni più consistenti quando il prelievo avveniva a meno di 8 ore dall’ultimo pasto. Per chi deve sottoporsi a un prelievo, il messaggio pratico non è quindi quello di ignorare le indicazioni ricevute, ma di non dare per scontato che ogni esame richieda necessariamente lo stesso numero di ore di digiuno. I risultati aprono piuttosto alla possibilità di indicazioni più mirate e personalizzate, calibrate sul singolo esame e sulle caratteristiche del paziente, anziché basate su una prescrizione standard valida indistintamente per tutti.
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