Salute 5 Ottobre 2026 14:25

Stanchezza e velocità mentale, così possono influenzare le prestazioni cognitive

Uno studio su oltre 1.000 adulti mostra che sentirsi più stanchi o elaborare le informazioni più rapidamente del solito è associato a una maggiore difficoltà nel mantenere le prestazioni cognitive nelle ore successive.

di Arnaldo Iodice
Stanchezza e velocità mentale, così possono influenzare le prestazioni cognitive

Sentirsi più stanchi del solito oppure elaborare le informazioni più rapidamente del proprio ritmo abituale potrebbe essere associato a una maggiore difficoltà nel mantenere buone prestazioni mentali quando sopraggiunge la fatica. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori della University of Southern California, della Yeshiva University e di altre istituzioni, i cui risultati sono stati pubblicati su Communications Psychology.

L’analisi ha utilizzato i dati di sei studi per un totale di 1.088 adulti residenti negli Stati Uniti. I partecipanti hanno monitorato il proprio livello di affaticamento e svolto più volte al giorno un breve test cognitivo nell’arco di 8-14 giorni. Il compito, denominato “Ricerca di simboli”, richiedeva di individuare rapidamente su uno schermo le coppie di simboli corrispondenti e consentiva di misurare la velocità di elaborazione delle informazioni. L’analisi ha evidenziato che una maggiore stanchezza rispetto al livello abituale e una velocità di elaborazione superiore al solito erano entrambe associate, nelle valutazioni successive, a una relazione più forte tra fatica e peggioramento delle prestazioni cognitive.

Un monitoraggio ripetuto durante la giornata

Per studiare il rapporto tra stanchezza e funzionamento cognitivo in condizioni simili a quelle della vita quotidiana, i ricercatori hanno riunito i dati provenienti da sei studi differenti. Il campione complessivo comprendeva 1.088 adulti statunitensi, che hanno effettuato valutazioni ripetute nell’arco di periodi compresi tra otto e quattordici giorni. In questo modo è stato possibile osservare non soltanto le differenze tra persone diverse, ma anche come cambiavano le prestazioni dello stesso individuo da una rilevazione all’altra.

A ogni valutazione, i partecipanti indicavano il proprio livello di affaticamento e completavano un breve test di velocità di elaborazione. Il compito di “Ricerca di simboli” prevedeva la visualizzazione di combinazioni di simboli e la selezione, tra due alternative, di quella corrispondente al modello presentato. Il tempo impiegato per fornire la risposta rappresentava la misura della rapidità con cui il partecipante riusciva a identificare le informazioni e reagire.

L’obiettivo era verificare se le variazioni della fatica e della prestazione cognitiva si presentassero contemporaneamente e, soprattutto, se lo stato di una persona in un determinato momento fosse in grado di anticipare la relazione tra stanchezza e prestazione nella valutazione successiva. Il disegno dello studio ha quindi permesso di esaminare la fatica come fenomeno dinamico, che può modificarsi nel corso della stessa giornata, anziché considerarla esclusivamente come una caratteristica stabile dell’individuo.

Più stanchezza, ma anche una prestazione più rapida

L’analisi ha mostrato innanzitutto che, quando i partecipanti si sentivano più stanchi rispetto al proprio livello abituale, tendevano a ottenere prestazioni leggermente peggiori nel test di velocità di elaborazione. Il risultato conferma il legame già osservato tra affaticamento e capacità di elaborare rapidamente le informazioni, ma l’aspetto più rilevante riguarda ciò che accadeva nelle valutazioni successive. Sia un livello di stanchezza superiore al solito sia una velocità di elaborazione maggiore rispetto alla propria media risultavano infatti associati a una relazione più marcata tra fatica e prestazioni nella rilevazione seguente. In altre parole, dopo aver sperimentato una maggiore stanchezza o aver svolto il compito a una velocità insolitamente elevata, i partecipanti sembravano avere una minore capacità di mantenere le proprie prestazioni cognitive quando la fatica aumentava.

Il fenomeno può essere interpretato come una sorta di ridotta capacità di “sopprimere” gli effetti della stanchezza. Normalmente una persona può continuare a svolgere un’attività anche quando inizia a sentirsi affaticata, mantenendo un livello di prestazione relativamente stabile. I dati suggeriscono invece che alcune condizioni precedenti potrebbero rendere più difficile compensare successivamente gli effetti della fatica.

Particolarmente interessante è l’associazione con una velocità di elaborazione superiore al normale. Non è quindi soltanto una maggiore stanchezza percepita a precedere il peggioramento della capacità di mantenere le prestazioni: anche un funzionamento cognitivo più rapido del proprio abituale ritmo sembra essere collegato alla maggiore vulnerabilità successiva alla fatica. Il modello osservato presenta così una dinamica simile a quella di una prestazione prolungata, nella quale ritmo e stato di affaticamento possono influenzarsi nel tempo.

Una possibile “maratona cognitiva”

I risultati suggeriscono che le prestazioni mentali durante la giornata non siano indipendenti l’una dall’altra. Il livello di fatica e la velocità con cui una persona affronta un compito in un determinato momento potrebbero infatti essere collegati alla sua capacità di mantenere lo stesso rendimento nelle ore successive. Il fenomeno potrebbe avere rilevanza soprattutto nelle attività che richiedono attenzione e rapidità di risposta per periodi prolungati.

Il concetto può essere applicato a situazioni quotidiane molto diverse, dal lavoro allo studio, fino alle attività che richiedono di seguire istruzioni o prendere decisioni. Una persona che si sente già affaticata potrebbe quindi trovarsi maggiormente in difficoltà nel sostenere un compito impegnativo più avanti nella giornata. Allo stesso modo, una fase di prestazione particolarmente rapida potrebbe essere seguita da una maggiore sensibilità agli effetti della stanchezza. Lo studio non dimostra però che rallentare deliberatamente le proprie prestazioni o modificare il ritmo di lavoro permetta di prevenire il successivo calo cognitivo. Si tratta di associazioni osservate attraverso misurazioni ripetute e non di una prova di causalità. Saranno necessari ulteriori studi per verificare il meccanismo alla base del fenomeno e stabilire se strategie come programmare pause o distribuire diversamente i compiti più impegnativi possano realmente aiutare a preservare le prestazioni cognitive.

Prossimi studi e possibili applicazioni

I ricercatori prevedono di approfondire il rapporto tra fatica e prestazioni mentali utilizzando metodi più diversificati per misurare sia l’affaticamento sia la velocità di elaborazione. Un obiettivo sarà capire se il modello osservato nei sei studi possa essere confermato in contesti differenti e se possa fornire indicazioni utili per la gestione delle attività quotidiane.

Una possibile applicazione riguarda la pianificazione dei compiti cognitivamente più impegnativi. Se i risultati venissero confermati, le persone potrebbero utilizzare le variazioni del proprio livello di stanchezza e delle proprie prestazioni come segnali per decidere quando affrontare attività che richiedono maggiore concentrazione e quando inserire una pausa. Un approccio di questo tipo potrebbe essere particolarmente rilevante nelle situazioni in cui mantenere l’attenzione è importante, come una riunione, lo studio o l’esecuzione di istruzioni complesse.

Resta tuttavia da chiarire se una gestione consapevole del ritmo di lavoro sia effettivamente in grado di modificare la traiettoria della fatica. I prossimi studi dovranno quindi passare dall’osservazione delle associazioni a una verifica sperimentale delle possibili strategie.

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