Uno studio di Charité e German Institute of Human Nutrition ha analizzato 41 adulti per capire se modificare volontariamente la respirazione possa influenzare il modo in cui valutiamo ricompense e rischi
La respirazione non serve soltanto a portare ossigeno all’organismo. Secondo un nuovo studio condotto da ricercatori della Charité – Universitätsmedizin Berlin e del German Institute of Human Nutrition (DIfE), il modo in cui respiriamo può avere effetti anche sui processi con cui prendiamo decisioni. La ricerca, pubblicata il 28 maggio 2026 sulla rivista Neuron, ha coinvolto 41 adulti sottoposti a compiti di scelta in condizioni di respirazione naturale oppure di espirazione prolungata. Durante gli esperimenti sono state registrate contemporaneamente attività cerebrale e parametri fisiologici, anche attraverso la risonanza magnetica funzionale. L’obiettivo era capire se una modifica intenzionale dell’attività del sistema nervoso autonomo potesse cambiare concretamente il comportamento. Il risultato è stato sorprendente: quando i partecipanti espiravano più a lungo aumentavano le scelte rischiose, soprattutto perché diventavano più sensibili alle possibili ricompense.
I ricercatori hanno confrontato due condizioni: la respirazione naturale e una tecnica caratterizzata da un’espirazione molto più lunga dell’inspirazione. Nella seconda condizione ai partecipanti veniva chiesto di seguire un ritmo di circa 2 secondi di inspirazione e 8 secondi di espirazione. In questo modo la respirazione diventava più lenta rispetto al normale ritmo individuale. Mentre respiravano, i volontari dovevano affrontare una serie di decisioni nelle quali potevano accettare o rifiutare una scommessa. Ogni scelta prevedeva una probabilità del 50% di ottenere una ricompensa economica o di subire una perdita. Le somme variavano: le ricompense andavano da 10 a 30 euro, mentre le perdite da 5 a 15 euro. Il disegno sperimentale permetteva quindi di osservare non soltanto se le persone diventassero più propense a rischiare, ma anche quale componente della decisione venisse modificata: l’attrazione verso il guadagno oppure la sensibilità alla perdita.
La prima differenza è comparsa a livello fisiologico. L’espirazione prolungata ha effettivamente rallentato il ritmo respiratorio e aumentato alcuni indicatori dell’attività parasimpatica cardiaca, il ramo del sistema nervoso autonomo coinvolto, tra le altre funzioni, nella regolazione dello stato di recupero e nella variabilità della frequenza cardiaca. Non si è invece osservato un analogo cambiamento nei principali indicatori utilizzati per valutare l’attività simpatica, come la conduttanza cutanea e la risposta pupillare. Questo elemento è importante perché suggerisce che l’effetto osservato non sia semplicemente riconducibile a un generico stato di maggiore o minore attivazione dell’organismo. In altre parole, modificare il respiro ha prodotto un cambiamento misurabile nel dialogo tra respirazione e cuore, creando le condizioni per verificare se questo cambiamento potesse riflettersi anche sul comportamento.
È proprio sul comportamento che emerge il risultato più curioso. Durante la respirazione con espirazione prolungata, i partecipanti hanno effettuato più scelte rischiose rispetto alla respirazione naturale. Ma il dato non significa semplicemente che siano diventati più propensi a correre rischi in qualsiasi situazione. L’analisi ha mostrato infatti che l’effetto era legato soprattutto alla maggiore sensibilità alle ricompense. Quando il possibile guadagno aumentava, il suo peso sulla decisione diventava maggiore durante l’espirazione prolungata. Al contrario, l’interazione con l’entità delle perdite non ha raggiunto la significatività statistica. Gli autori descrivono quindi il fenomeno non come un generale aumento della tolleranza al rischio, ma come una sorta di “sovrappeso” attribuito alla possibile ricompensa. È una distinzione fondamentale: il respiro non avrebbe semplicemente fatto diventare le persone più imprudenti, ma avrebbe modificato il modo in cui alcuni elementi della scelta venivano valutati.
La parte più interessante dell’esperimento riguarda il collegamento tra il cambiamento fisiologico e l’attività cerebrale. La risonanza magnetica funzionale ha mostrato che le persone nelle quali l’espirazione prolungata produceva un maggiore aumento dell’attività parasimpatica cardiaca presentavano anche una maggiore risposta cerebrale associata alla ricompensa. Le aree coinvolte erano in particolare la corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC) e il precuneo, regioni implicate nei processi di valutazione e attribuzione di valore alle diverse possibilità di scelta. Il risultato mette quindi in relazione tre livelli che spesso vengono studiati separatamente: il respiro, la regolazione cardiovascolare e l’elaborazione cerebrale delle ricompense. È proprio questo collegamento cuore-cervello a rendere particolarmente interessante la ricerca.
Il risultato va però interpretato all’interno dei limiti dell’esperimento. Lo studio ha coinvolto soltanto 41 adulti e le decisioni sono state prese all’interno di un compito sperimentale basato su scommesse economiche. Non sappiamo quindi se lo stesso effetto possa manifestarsi quando una persona deve prendere decisioni molto più complesse nella vita reale. Gli stessi ricercatori sottolineano inoltre che saranno necessari ulteriori studi per capire se l’aumento della sensibilità alla ricompensa sia un effetto generale dell’espirazione prolungata oppure dipenda dalle caratteristiche specifiche del compito utilizzato. Per questo sarebbe scorretto trasformare il risultato in una regola del tipo “respirare lentamente rende più imprudenti”. La conclusione più interessante è un’altra: uno stato fisiologico che possiamo modificare volontariamente, come il ritmo della respirazione, può avere un’influenza temporanea sul modo in cui il cervello attribuisce valore alle diverse alternative.
La ricerca apre così una prospettiva più ampia sul rapporto tra corpo e cervello. La respirazione viene spesso considerata uno strumento per favorire rilassamento e regolazione dello stress, ma questo lavoro suggerisce che i suoi effetti possano essere più specifici e complessi.
Secondo gli autori, proprio la capacità di modificare facilmente la respirazione potrebbe rendere interessanti future applicazioni in ambiti come ansia, disturbi di panico e depressione, condizioni nelle quali regolazione autonomica ed elaborazione delle ricompense possono essere alterate. Si tratta però, per ora, di una possibile prospettiva di ricerca e non di un trattamento dimostrato. Il messaggio più generale dello studio è che le decisioni non dipendono soltanto da ciò che pensiamo. Anche lo stato momentaneo del nostro organismo può contribuire a determinare quanto peso attribuiamo a un possibile guadagno, a una perdita o a un rischio. E il respiro, apparentemente automatico, potrebbe essere uno dei modi attraverso cui questo dialogo tra corpo e cervello diventa modificabile.
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