Salute 2 Ottobre 2026 11:02

ADHD, un segnale nella placenta potrebbe comparire anni prima della diagnosi

Un gruppo dell’University of lowa ha studiato 176 gravidanze per capire se un indicatore della salute placentare potesse essere associato al successivo sviluppo di ADHD nei bambini. Il segnale è emerso soprattutto nell’ultimo trimestre

di Viviana Franzellitti
ADHD, un segnale nella placenta potrebbe comparire anni prima della diagnosi

L’ADHD potrebbe lasciare una delle sue prime tracce ancora prima della nascita, in un periodo in cui il bambino non presenta naturalmente alcun sintomo osservabile. A suggerirlo è uno studio condotto da ricercatori dell’University of Iowa Health Care, che hanno analizzato campioni di sangue materno raccolti durante la gravidanza e successivamente collegati alle cartelle cliniche dei figli. L’analisi, pubblicata il 23 settembre 2026 su JAMA Psychiatry, ha riguardato 176 gravidanze e ha cercato un possibile legame tra l’andamento di una proteina prodotta dalla placenta, il placental growth factor (PlGF), e una successiva diagnosi di ADHD.

Il segnale compare nel terzo trimestre

Il PlGF è una proteina prodotta dalla placenta e coinvolta nella formazione e nel funzionamento dei vasi sanguigni placentari, contribuendo alla corretta circolazione tra madre e feto. I suoi livelli sono già utilizzati come indicatore della salute placentare e valori ridotti sono associati, per esempio, a complicazioni della gravidanza come la preeclampsia.I ricercatori hanno però voluto capire se l’andamento di questa proteina potesse essere collegato anche a ciò che accade molto più avanti nella vita del bambino, osservando in particolare il suo rapporto con l’ADHD. Per farlo hanno recuperato campioni di sangue materno conservati nella banca biologica del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia dell’University of Iowa. I campioni erano stati raccolti durante tutti e tre i trimestri e sono stati poi messi in relazione con le informazioni sanitarie dei bambini nati da quelle gravidanze. Il risultato più interessante è emerso nell’ultima parte della gravidanza. Nelle gravidanze che hanno successivamente portato a una diagnosi di ADHD, il PlGF non aumentava nel terzo trimestre come ci si sarebbe aspettati. Al contrario, i livelli rimanevano relativamente più bassi rispetto alle gravidanze nelle quali il bambino non avrebbe ricevuto una diagnosi di ADHD.

Una differenza che non si vede nei primi mesi

Il segnale, però, non era presente per tutta la gravidanza. Nel primo e nel secondo trimestre non sono state rilevate differenze significative nei livelli di PlGF tra i due gruppi. La variazione è comparsa soltanto nel terzo trimestre, suggerendo che potrebbe essere particolarmente importante la traiettoria della proteina nella fase finale della gestazione. Dal punto di vista statistico, ogni diminuzione di una deviazione standard dei livelli di PlGF nel terzo trimestre era associata a odds 2,6 volte maggiori di una successiva diagnosi di ADHD. Si tratta di un’associazione, non della dimostrazione che un basso livello della proteina provochi il disturbo. Per verificare se il risultato potesse semplicemente riflettere una gravidanza caratterizzata da altre complicazioni, i ricercatori hanno inoltre tenuto conto di condizioni come preeclampsia, restrizione della crescita fetale e parto pretermine precoce, già associate sia a livelli ridotti di PlGF sia a esiti neuroevolutivi. Il collegamento tra il PlGF del terzo trimestre e l’ADHD è rimasto anche dopo queste correzioni.

Perché la placenta può avere a che fare con il cervello

La ricerca si inserisce in un filone sempre più interessato a ciò che accade prima della nascita nello sviluppo dei disturbi neuroevolutivi. La placenta non è soltanto l’organo che permette al feto di ricevere ossigeno e nutrienti: regola anche il passaggio di numerose molecole, contribuisce all’ambiente ormonale della gravidanza e partecipa alla protezione del feto. Da qui nasce l’ipotesi di una possibile “connessione placenta-cervello”. Se la funzione placentare cambia, potrebbe modificarsi anche l’ambiente nel quale il cervello fetale si sviluppa. Il PlGF potrebbe quindi non essere necessariamente la causa del problema, ma rappresentare un segnale biologico di processi che coinvolgono contemporaneamente placenta e sviluppo neurologico. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti dello studio: un parametro normalmente considerato soprattutto in ambito ostetrico viene associato a un esito che riguarda la neuropsichiatria infantile. Gli autori sottolineano tuttavia che si tratta ancora di un’ipotesi da verificare e non di un nuovo test prenatale per l’ADHD.

Un risultato interessante, ma ancora lontano da un test per l’ADHD

La dimensione dello studio impone prudenza. Sono state analizzate 176 gravidanze provenienti da un singolo centro, utilizzando campioni biologici già conservati e informazioni contenute nelle cartelle cliniche dei bambini. Un’associazione osservata in questo tipo di studio non permette di stabilire un rapporto di causa-effetto. Gli stessi ricercatori sottolineano la necessità di replicare il risultato su campioni molto più ampi e in centri diversi. Solo se l’associazione verrà confermata e ulteriori studi riusciranno a chiarire un eventuale meccanismo causale si potrà capire se il PlGF possa avere un ruolo concreto nell’identificazione precoce di bambini che potrebbero beneficiare di un monitoraggio dello sviluppo. Per ora, dunque, il dato non significa che sia possibile prevedere durante la gravidanza quali bambini svilupperanno l’ADHD. Indica piuttosto che alcuni processi biologici legati alla gravidanza e alla placenta potrebbero essere collegati allo sviluppo neuroevolutivo molto prima della comparsa dei sintomi. È un’ipotesi ancora da dimostrare, ma apre una prospettiva diversa sul momento in cui potrebbero iniziare le alterazioni associate all’ADHD.

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