Salute 1 Ottobre 2026 12:24

Salute mentale, le parole contano: dall’Iss dieci regole per informare senza alimentare lo stigma

In vista della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, l’Iss richiama il ruolo della comunicazione nel contrasto a stigma e discriminazione. Presentato il Vademecum "Informare sulla salute mentale"

di Redazione
Salute mentale, le parole contano: dall’Iss dieci regole per informare senza alimentare lo stigma

Le parole non si limitano a descrivere la realtà: possono contribuire a costruirla. È particolarmente evidente quando si parla di salute mentale, un ambito nel quale il modo in cui vengono raccontati il disagio psichico e i disturbi mentali può influenzare la percezione sociale, la richiesta di aiuto e persino il rapporto con i servizi. È da questa consapevolezza che parte il messaggio lanciato dall’Istituto Superiore di Sanità in occasione del convegno “Salute mentale, stigma e comunicazione: la forza delle parole”, organizzato il 1° ottobre in vista della Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra il 10 ottobre. L’iniziativa rientra nella quinta edizione del Festival della salute mentale Ro.Mens, dedicato all’inclusione sociale e al contrasto del pregiudizio. “Le parole non sono mai neutre”, sottolinea il presidente dell’Iss Rocco Bellantone, evidenziando come una comunicazione possa contribuire a creare comprensione e fiducia oppure, al contrario, alimentare paura, distanza ed esclusione. Nel campo della salute mentale, aggiunge, contrastare lo stigma rappresenta “un’azione di salute pubblica” e una forma di prevenzione.

Dieci regole per raccontare la salute mentale

Durante il convegno è stato presentato il Vademecum “Informare sulla salute mentale”, realizzato attraverso la collaborazione tra Rai Per la Sostenibilità – ESG, Ordine dei Giornalisti e Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2. Il documento, disponibile anche in inglese, propone indicazioni concrete rivolte a chi comunica e informa sulla salute mentale. Il primo principio è quello di mettere la persona prima della diagnosi. Una condizione di salute non dovrebbe diventare un’etichetta capace di definire l’intera identità di una persona. Per questo il Vademecum suggerisce di parlare di “persona con schizofrenia” o “persona che vive con la depressione”, evitando di trasformare la diagnosi in un sostantivo. Il linguaggio deve inoltre essere accurato, rispettoso e scientificamente appropriato. Espressioni come “pazzo”, “matto” o “folle”, quando utilizzate impropriamente, possono rafforzare stereotipi e pregiudizi. Anche la scelta delle parole utilizzate per descrivere diagnosi, sintomi e trattamenti deve essere aderente alle evidenze e ai termini corretti. Un altro punto riguarda il sensazionalismo. Titoli allarmistici ed espressioni ad effetto possono deformare la percezione dei fenomeni e alimentare la paura. L’informazione sulla salute mentale dovrebbe quindi privilegiare fatti verificati, equilibrio e contestualizzazione.

Disturbo mentale e violenza: evitare associazioni automatiche

Particolare attenzione viene riservata al rapporto tra salute mentale e cronaca. Il Vademecum invita a non associare automaticamente un disturbo mentale alla violenza. Quando una persona con una condizione di salute mentale è coinvolta in un fatto di cronaca, la sua condizione non dovrebbe essere presentata automaticamente come causa del comportamento. Prima di parlare di una diagnosi è inoltre necessario disporre di informazioni attendibili: comportamenti, dichiarazioni o impressioni non sono sufficienti per formulare una diagnosi. Da qui l’importanza di verificare dati e fonti, ricorrendo a professionisti della salute mentale e ad altre competenze qualificate quando necessario.

Privacy, dignità e diritto di replica

Informare correttamente significa anche tutelare la persona. Il Vademecum richiama quindi il rispetto della privacy, della dignità e del diritto di replica, evitando esposizioni che possano risultare dannose. Anche nell’intervista la persona non dovrebbe essere ridotta alla propria condizione di salute. L’indicazione è di ascoltare senza infantilizzare o deumanizzare, creando un contesto rispettoso ed empatico. La comunicazione può inoltre contribuire a superare una rappresentazione della sofferenza mentale esclusivamente legata alla difficoltà e all’isolamento. Dare spazio alle esperienze vissute e ai percorsi di recupero permette di restituire una rappresentazione più articolata, nella quale trovano posto anche il supporto, il miglioramento e le possibilità di ripresa.

Quando la salute mentale diventa una metafora

Tra le indicazioni dell’Iss c’è anche quella di evitare l’uso di diagnosi e condizioni psichiatriche come metafore o insulti. Espressioni come “politica schizofrenica”, sottolinea il Vademecum, possono trasformare una condizione di salute nel sinonimo di incoerenza, imprevedibilità o pericolosità. Un uso di questo tipo contribuisce a rafforzare stereotipi anche quando la notizia trattata non riguarda direttamente la salute mentale. L’ultima delle dieci regole riguarda invece un aspetto spesso trascurato: informare sulle possibilità di aiuto. Una comunicazione efficace non dovrebbe limitarsi a descrivere il problema, ma può fornire informazioni su servizi, trattamenti e risorse disponibili. Rendere queste informazioni accessibili può contribuire a ridurre le barriere alla richiesta di aiuto.

“Ascoltare le esperienze vissute” per cambiare politiche e servizi

Il tema scelto per la Giornata mondiale della salute mentale 2026 è “Lived Experiences Heard: Real Voices, Real Change“, ovvero “Ascoltare le esperienze vissute: voci reali, reale cambiamento”. Il messaggio non riguarda soltanto l’importanza di ascoltare chi ha vissuto direttamente un’esperienza di sofferenza mentale, ma la necessità che questo ascolto si traduca in partecipazione concreta alla definizione delle politiche, dei servizi e degli interventi. “Le persone non siano soltanto destinatarie degli interventi, ma partecipino alla costruzione delle politiche, dei servizi e delle narrazioni che le riguardano”: è questa, secondo Gemma Calamandrei, direttrice del Centro di riferimento per le scienze comportamentali e la salute mentale dell’Iss, la prospettiva verso cui convergono le iniziative. L’obiettivo è quindi superare un modello nel quale le persone sono semplicemente destinatarie delle decisioni e riconoscere il valore della loro esperienza nella progettazione dei servizi e delle politiche.

La salute mentale al centro delle politiche e della comunità

Il coinvolgimento delle persone con esperienza vissuta è anche uno degli ambiti della Joint Action europea Mentor – Mental Health Together, finanziata nell’ambito del programma EU4Health 2021-2027. L’iniziativa, avviata il 1° giugno 2024 e con conclusione prevista il 31 maggio 2027, sostiene gli Stati membri nello sviluppo di politiche e interventi per la promozione della salute mentale, la prevenzione dei disturbi mentali e il miglioramento dei servizi attraverso un approccio integrato e multisettoriale. Tra gli obiettivi ci sono il contrasto allo stigma e alla discriminazione e il coinvolgimento significativo delle persone con esperienza vissuta nei servizi e nei processi decisionali. L’Italia partecipa alla Joint Action e l’Istituto Superiore di Sanità, come autorità competente del Ministero della Salute, coordina le attività relative all’integrazione della salute mentale nelle politiche, alla promozione della salute mentale nelle comunità, al sostegno ai gruppi vulnerabili, alla personalizzazione della cura, al contrasto dello stigma e alla valorizzazione del ruolo delle persone con esperienza vissuta.

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