Uno studio dell’Università di Oxford su oltre 275mila persone con perdita di peso inattesa ha valutato se l’andamento nel tempo di alcuni esami possa migliorare la valutazione del rischio oncologico
Una variazione nei normali esami del sangue potrebbe contenere informazioni aggiuntive rispetto al solo risultato più recente. È quanto hanno studiato i ricercatori dell’Università di Oxford, analizzando i dati di 275.205 adulti che si erano rivolti alle cure primarie inglesi per una perdita di peso inattesa. La ricerca, pubblicata il 17 settembre 2026 su PLOS Medicine, ha preso in esame i risultati quantitativi di 26 esami del sangue disponibili nei 10 anni precedenti alla comparsa della perdita di peso. Nel gruppo analizzato, 13.798 persone, pari al 5%, hanno ricevuto una diagnosi di tumore entro sei mesi dalla perdita di peso. L’obiettivo era confrontare la capacità degli esami di segnalare un rischio oncologico considerando il valore alterato dell’ultimo test oppure la sua evoluzione nel tempo.
Nella pratica clinica, un risultato del sangue viene spesso interpretato verificando se si trova oppure no al di fuori dell’intervallo di riferimento. I ricercatori hanno studiato se potesse essere utile considerare anche come quel parametro è cambiato nel tempo. Sono stati utilizzati i dati del Clinical Practice Research Datalink relativi a pazienti adulti assistiti nelle cure primarie inglesi tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2018. Per ciascuno dei 26 esami sono stati valutati i risultati disponibili prima della perdita di peso, considerando finestre temporali di 1, 3, 5 e 10 anni. Per calcolare un trend erano necessari almeno due esami nella relativa finestra temporale. Il confronto, quindi, non riguardava semplicemente un valore “normale” contro uno “anormale”. I ricercatori hanno valutato se la variazione nel tempo del parametro potesse aggiungere capacità di discriminare tra pazienti che avrebbero ricevuto una diagnosi di tumore e quelli che non l’avrebbero ricevuta entro sei mesi dalla perdita di peso. Le analisi sono state effettuate sia senza aggiustamenti sia tenendo conto di età e sesso.
Per il tumore complessivo, l’analisi ha individuato 26 trend ematici associati all’esito studiato. Nel confronto tra trend e anomalia del singolo esame, dopo l’aggiustamento per età e sesso, in 34 occasioni il modello basato sul trend ha mostrato un’AUC superiore rispetto al modello equivalente basato sull’anomalia del valore. La migliore AUC osservata è stata 0,82 (IC 95% 0,81-0,83). L’AUC, però, misura la capacità discriminativa del modello nella popolazione studiata e non rappresenta la probabilità che un singolo paziente abbia un tumore. Le associazioni cambiavano anche in base alla sede del tumore. Per il tumore del polmone, tra i trend risultati associati figuravano quelli della conta dei globuli bianchi e dei neutrofili. Per il tumore della prostata, invece, erano coinvolti i trend di aspartato aminotransferasi (AST), conta dei globuli rossi, ematocrito e rapporto piastrine-linfociti (PLR). Il trend del volume corpuscolare medio (MCV) risultava associato anche ai tumori dell’intestino e al linfoma.
Un elemento particolarmente interessante emerge dall’analisi grafica dei dati. I trend dei pazienti che avrebbero ricevuto una diagnosi di tumore iniziavano a divergere da quelli dei pazienti senza tumore circa 3-5 anni prima della data della perdita di peso. Nella maggior parte dei casi, queste differenze rimanevano all’interno degli intervalli di riferimento considerati normali. Facevano eccezione, in particolare, alcuni parametri come emoglobina e globuli rossi nelle persone di 70 anni o più e alcuni marcatori infiammatori, tra cui PCR, VES e viscosità plasmatica. Anche ematocrito e RDW superavano il limite dell’intervallo normale in alcuni adulti più giovani. Questo dato aiuta a comprendere meglio il significato dello studio: non viene dimostrato che un valore apparentemente normale sia di per sé un segnale di tumore. Piuttosto, i ricercatori osservano che l’andamento di alcuni parametri può differire nel tempo tra le persone che svilupperanno un tumore e quelle che non lo svilupperanno, e che questa informazione può aggiungere qualcosa alla valutazione del singolo risultato.
Lo studio non riguarda la popolazione generale, ma persone che avevano presentato unexpected weight loss, cioè una perdita di peso inattesa, riconosciuta dagli autori come un sintomo aspecifico di possibile tumore. Tra i 275.205 pazienti inclusi, il 5% ha ricevuto una diagnosi oncologica entro sei mesi. I tumori più frequentemente diagnosticati in questo periodo sono stati quelli del polmone (3.120 casi) e dell’intestino (2.170 casi). È quindi fondamentale non estendere automaticamente i risultati a chiunque effettui periodicamente un esame del sangue. La ricerca risponde a una domanda più circoscritta: nei pazienti che arrivano alle cure primarie con una perdita di peso inattesa, l’analisi della storia degli esami può aiutare a migliorare la selezione di chi necessita di ulteriori accertamenti?
L’interesse dello studio riguarda proprio il possibile utilizzo di informazioni già presenti nella cartella clinica. Gli autori individuano alcune combinazioni tra esami, trend e tipi di tumore che potrebbero essere utilizzate per indirizzare ulteriormente gli accertamenti nei pazienti con perdita di peso inattesa. Propongono, per esempio, ulteriori studi sul trend dell’MCV in relazione al tumore colorettale e al test FIT, sui trend di AST, globuli rossi, ematocrito e PLR in relazione al PSA e sul trend dei globuli bianchi come possibile elemento per orientare l’imaging toracico nel tumore del polmone. Gli stessi ricercatori, però, sottolineano che i miglioramenti ottenuti aggiungendo i trend sono stati modesti in diversi confronti e che l’approccio dovrebbe essere sottoposto a validazione esterna prima di un eventuale utilizzo nella pratica clinica. Un modello che integri età, sesso, anomalie e andamento degli esami potrebbe in futuro essere inserito nei sistemi informatici delle cure primarie, ma richiederebbe ulteriori valutazioni.
Il risultato va quindi interpretato con cautela. Un cambiamento in un esame del sangue non significa che sia presente un tumore e lo studio non propone un nuovo test diagnostico. Si tratta di uno studio di coorte retrospettivo, basato su dati sanitari raccolti nella pratica clinica. Inoltre, l’analisi dei trend è stata limitata ai pazienti che disponevano di almeno due misurazioni nella relativa finestra temporale. Gli autori segnalano anche che il modello non ha tenuto conto del possibile bias relativo a chi viene sottoposto agli esami, cioè del fatto che la frequenza con cui i pazienti vengono testati può differire.
La ricerca suggerisce quindi una prospettiva diversa sull’utilizzo degli esami di laboratorio: non considerarli soltanto come fotografie isolate, ma, quando sono disponibili più misurazioni, anche come una sequenza di dati che mostra come un parametro si è modificato nel tempo. Nel gruppo studiato, questa informazione ha fornito una capacità discriminativa aggiuntiva per alcune combinazioni tra esame e tumore, dopo l’aggiustamento per età e sesso. Non è però ancora dimostrato che incorporare sistematicamente questi trend nella pratica clinica migliori gli esiti dei pazienti: gli autori indicano proprio la necessità di ulteriori studi per verificarne l’utilità nel triage.
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