Salute 21 Settembre 2026 11:13

Declino cognitivo, livelli elevati di cortisolo associati a una progressione più rapida

Uno studio pubblicato su JAMA Network Open ha analizzato 3.895 anziani. Maggiori concentrazioni di cortisolo salivare sono risultate associate a un più rapido declino delle funzioni cognitive.

di Arnaldo Iodice
Declino cognitivo, livelli elevati di cortisolo associati a una progressione più rapida

Un andamento irregolare del cortisolo salivare e livelli complessivamente più elevati dell’ormone dello stress sono stati associati a un più rapido declino cognitivo negli anziani. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che ha analizzato 3.895 partecipanti con un’età media di 76,7 anni, seguiti per un periodo massimo di 11 anni nell’ambito del Chicago Health and Aging Project (CHAP).

Il campione comprendeva 2.503 partecipanti di etnia nera e 1.392 di etnia bianca, provenienti da quattro quartieri del South Side di Chicago. I ricercatori hanno misurato il cortisolo nella saliva in tre momenti della giornata, mattina, pomeriggio e sera, per valutarne sia i livelli complessivi sia le variazioni nell’arco delle 24 ore. I partecipanti con concentrazioni complessivamente più elevate hanno mostrato un declino cognitivo più rapido, mentre una maggiore variazione giornaliera è risultata associata a un andamento più lento.

Le differenze nei livelli di cortisolo tra i gruppi

L’analisi ha evidenziato differenze nei livelli e nell’andamento giornaliero del cortisolo tra i partecipanti neri e quelli bianchi. Nel gruppo di etnia nera sono stati osservati livelli complessivamente inferiori dell’ormone e variazioni più contenute tra mattina, pomeriggio e sera. Il profilo risultava quindi più piatto nel corso della giornata rispetto a quello rilevato tra i partecipanti bianchi. Nonostante queste differenze, la relazione tra cortisolo e declino cognitivo è risultata simile nei due gruppi. In particolare, le persone caratterizzate da una maggiore variazione dei livelli di cortisolo nell’arco della giornata tendevano a presentare un declino cognitivo più lento.

Al contrario, livelli complessivamente più elevati dell’ormone erano associati a una riduzione più rapida delle capacità cognitive nel periodo di osservazione. Secondo Ted K.S. Ng, gerontologo traslazionale e neuroscienziato della Rush University e autore dello studio, le differenze riscontrate potrebbero riflettere, almeno in parte, una diversa esposizione prolungata allo stress e alle condizioni socioeconomiche. Si tratta tuttavia di un’interpretazione del dato e non della dimostrazione di un rapporto causale tra condizioni sociali, cortisolo e declino cognitivo.

Il ruolo dello stress e dell’ormone nel cervello

Il cortisolo viene prodotto dall’organismo come parte della risposta fisiologica allo stress. La sua concentrazione non rimane costante durante la giornata, ma segue normalmente un andamento caratterizzato da livelli più elevati al mattino e una progressiva riduzione nelle ore successive. Proprio per questo motivo, lo studio non si è limitato a considerare la quantità complessiva dell’ormone, ma ha preso in esame anche le variazioni tra i diversi momenti della giornata.

Il cortisolo può attraversare la barriera emato-encefalica e interagire con recettori presenti nel cervello, comprese aree coinvolte nei processi cognitivi. I risultati suggeriscono quindi che il profilo dell’ormone dello stress possa essere associato alla traiettoria delle funzioni cognitive durante l’invecchiamento. Il dato, però, non dimostra che livelli elevati di cortisolo provochino direttamente il declino cognitivo. Lo studio osserva infatti un’associazione tra i parametri misurati e l’evoluzione delle capacità cognitive. Saranno necessarie ulteriori ricerche per chiarire i meccanismi biologici coinvolti e stabilire se la relazione possa avere implicazioni per l’identificazione precoce delle persone maggiormente esposte al rischio.

Nessuna associazione con lo sviluppo della malattia di Alzheimer

Uno degli elementi da considerare nell’interpretazione dei risultati riguarda la differenza tra declino cognitivo e sviluppo della malattia di Alzheimer. Durante il periodo di follow-up, infatti, lo studio non ha rilevato che i livelli di cortisolo fossero predittivi dell’insorgenza della malattia di Alzheimer. L’associazione osservata riguarda quindi il cambiamento delle prestazioni cognitive nel tempo e non consente di utilizzare il cortisolo salivare come indicatore diagnostico o predittivo dell’Alzheimer sulla base di questi dati. Gli autori sottolineano inoltre alcuni limiti delle ricerche che utilizzano il cortisolo come biomarcatore, indicando la necessità di ulteriori studi e di periodi di osservazione più lunghi. La ricerca presenta comunque un elemento rilevante nella composizione del campione: oltre il 60% dei partecipanti era costituito da anziani di etnia nera, una popolazione meno rappresentata in molti studi precedenti sull’invecchiamento cognitivo.

Secondo Ng, questo consente di esaminare le differenze nei livelli dell’ormone tra gruppi diversi e, contemporaneamente, di verificare se la relazione con il declino cognitivo presenti caratteristiche analoghe. I risultati indicano che il cortisolo potrebbe rappresentare in futuro un possibile biomarcatore da approfondire nello studio dell’invecchiamento cognitivo, ma non forniscono ancora elementi sufficienti per un suo impiego clinico.

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