Nutri e Previeni 16 Settembre 2026 10:38

Età biologica, la dieta può ridurla in sole quattro settimane negli anziani

Uno studio dell’Università di Sydney su 104 persone tra 65 e 75 anni rileva una riduzione dei biomarcatori associati all’età biologica dopo quattro settimane di dieta. L’effetto più marcato con un regime ricco di carboidrati.

di Arnaldo Iodice
Età biologica, la dieta può ridurla in sole quattro settimane negli anziani

Una modifica dell’equilibrio tra grassi, carboidrati e proteine animali nella dieta potrebbe essere associata a una riduzione dell’età biologica già dopo quattro settimane. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Sydney, condotto su 104 australiani di età compresa tra 65 e 75 anni e pubblicato sulla rivista Aging Cell. La ricerca, guidata da Caitlin Andrews della School of Life and Environmental Sciences, ha analizzato gli effetti di quattro differenti regimi alimentari sui marcatori associati all’invecchiamento. I risultati più marcati sono stati osservati tra i partecipanti che seguivano una dieta onnivora povera di grassi e ricca di carboidrati. I ricercatori precisano tuttavia che si tratta di risultati preliminari: la diminuzione dell’età biologica stimata attraverso i biomarcatori non equivale a un’inversione permanente del processo di invecchiamento. Saranno necessari studi più lunghi per stabilire se gli effetti persistano e se possano tradursi in una riduzione del rischio di malattie legate all’età.

Età biologica, cosa misura e come è stata calcolata

L’età cronologica indica semplicemente quanti anni sono trascorsi dalla nascita, mentre quella biologica cerca di descrivere lo stato funzionale dell’organismo. Due persone della stessa età possono infatti presentare differenze rilevanti per quanto riguarda metabolismo, salute cardiovascolare, infiammazione e altri parametri fisiologici. Per stimare questo aspetto, gli scienziati possono utilizzare diversi biomarcatori in grado di fornire informazioni sul funzionamento dell’organismo e sui processi associati all’invecchiamento. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno combinato i dati relativi a 20 biomarcatori, tra cui colesterolo, insulina e proteina C-reattiva, un indicatore comunemente utilizzato per valutare la presenza di infiammazione. I valori sono stati integrati in un punteggio utilizzato per stimare l’età biologica dei partecipanti.

L’analisi è stata inserita nello studio “Nutrition for Healthy Living”, condotto presso il Charles Perkins Centre dell’Università di Sydney. I 104 partecipanti sono stati assegnati casualmente a quattro differenti regimi alimentari. In tutti i gruppi, il 14% dell’apporto energetico proveniva dalle proteine. Due diete erano onnivore, con metà delle proteine provenienti da fonti animali e metà da fonti vegetali, mentre le altre due erano semi-vegetariane, con il 70% delle proteine di origine vegetale.

All’interno di entrambe le categorie, i partecipanti seguivano inoltre una dieta più ricca di grassi e povera di carboidrati oppure una dieta povera di grassi e ricca di carboidrati. I quattro gruppi sono stati quindi identificati come onnivoro ad alto contenuto di grassi, onnivoro ad alto contenuto di carboidrati, semi-vegetariano ad alto contenuto di grassi e semi-vegetariano ad alto contenuto di carboidrati.

Tre dei quattro regimi associati a profili più giovani

Al termine delle quattro settimane, il gruppo onnivoro che seguiva la dieta ad alto contenuto di grassi non ha mostrato cambiamenti significativi nell’età biologica stimata attraverso i biomarcatori. Si trattava inoltre del regime alimentare più simile alle abitudini seguite dai partecipanti prima dell’inizio dello studio. Negli altri tre gruppi, invece, i ricercatori hanno osservato una riduzione dell’età biologica stimata sulla base dei profili biomolecolari.

L’associazione più forte è stata rilevata nel gruppo onnivoro con dieta ricca di carboidrati. In questo regime, il 14% dell’energia proveniva dalle proteine, il 28-29% dai grassi e il 53% dai carboidrati. Nel complesso, i risultati indicano quindi che una riduzione dei grassi alimentari, delle proteine di origine animale o di entrambi potrebbe modificare alcuni biomarcatori collegati all’invecchiamento anche in un periodo relativamente breve. Il dato, tuttavia, riguarda una stima ottenuta attraverso specifici indicatori biologici e non dimostra che l’organismo abbia effettivamente “ringiovanito” in senso permanente.

Ancora da chiarire la durata degli effetti

La questione principale rimane quella della durata dei cambiamenti osservati. Lo studio non permette infatti di stabilire se la riduzione dell’età biologica stimata attraverso i biomarcatori possa mantenersi nel tempo una volta terminato l’intervento alimentare. Non è inoltre possibile affermare, sulla base di questi risultati, che le modifiche dietetiche osservate determinino una maggiore longevità o una riduzione delle malattie associate all’invecchiamento. Per rispondere a queste domande saranno necessari studi con periodi di osservazione più lunghi e popolazioni più ampie e diversificate.

“È troppo presto per affermare con certezza che specifici cambiamenti nella dieta allunghino la vita”, ha affermato Caitlin Andrews, sottolineando però che la ricerca offre una prima indicazione sui possibili benefici delle modifiche alimentari in età avanzata. Anche Alistair Senior, professore associato della School of Life and Environmental Sciences e del Charles Perkins Centre e supervisore dello studio, ha evidenziato la necessità di interventi dietetici a lungo termine per verificare se tali modifiche possano influenzare il rischio di malattie legate all’età. Le ricerche future dovranno inoltre verificare se gli effetti osservati siano presenti anche in fasce d’età differenti e se i cambiamenti nei biomarcatori possano essere associati a risultati clinici nel lungo periodo.

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