Salute 3 Settembre 2026 15:53

Perché dopo una corsa ci sentiamo euforici? Il corpo produce molecole simili alla cannabis

La scoperta arriva da uno studio su 55 maratoneti e ultramaratoneti: durante la corsa aumentano sostanze prodotte naturalmente dall’organismo e simili ai cannabinoidi

di Viviana Franzellitti
Perché dopo una corsa ci sentiamo euforici? Il corpo produce molecole simili alla cannabis

Quella sensazione di euforia che può arrivare dopo una lunga corsa non sarebbe soltanto una percezione soggettiva. Un gruppo di ricercatori ha studiato 55 atleti, tra cui 19 maratoneti e 36 ultramaratoneti, per capire cosa accade nell’organismo durante gli sforzi di endurance e quale ruolo possano avere gli endocannabinoidi, molecole prodotte naturalmente dal corpo. L’analisi, pubblicata nel 2026 su BMC Medicine, ha mostrato un aumento dell’anandamide durante la maratona, con livelli ancora elevati nel periodo immediatamente successivo alla gara. Nei maratoneti sono state osservate anche maggiore euforia e minore ansia rispetto alla camminata. I risultati offrono nuovi elementi per comprendere il cosiddetto “runner’s high”, ma non dimostrano che gli endocannabinoidi siano gli unici responsabili di questa sensazione.

Endocannabinoidi, cosa sono e perché aumentano durante la corsa

Gli endocannabinoidi sono molecole prodotte naturalmente dall’organismo che fanno parte del sistema endocannabinoide, una rete coinvolta nella regolazione di numerose funzioni, tra cui umore, ansia, risposta allo stress e percezione del dolore. Tra i principali ci sono l’anandamide (AEA) e il 2-AG. Il loro nome può richiamare immediatamente la cannabis, perché condividono alcuni meccanismi di interazione con i recettori del sistema endocannabinoide, ma non sono sostanze introdotte dall’esterno: vengono sintetizzate direttamente dal nostro organismo. La ricerca si è concentrata proprio su queste molecole per capire meglio un fenomeno noto da tempo tra chi pratica attività di endurance: quella sensazione di leggerezza, benessere e riduzione dell’ansia che può comparire dopo uno sforzo prolungato.

Cosa succede al corpo durante una maratona

Per studiare questo meccanismo, i ricercatori hanno coinvolto 19 runner allenati, sottoponendoli a una maratona e, in un’altra occasione, a una sessione di camminata della stessa durata. Durante l’attività sono stati raccolti campioni di sangue in diversi momenti, così da seguire l’andamento degli endocannabinoidi mentre lo sforzo aumentava. Il risultato più evidente ha riguardato l’anandamide, i cui livelli sono cresciuti progressivamente durante la maratona. L’aumento è risultato particolarmente evidente nelle fasi avanzate della gara e i livelli sono rimasti elevati anche 45 minuti dopo la conclusione della corsa. Anche il 2-AG ha mostrato variazioni, soprattutto nelle fasi finali dello sforzo e durante il recupero.

Più euforia e meno ansia dopo la corsa

I ricercatori non si sono limitati a misurare le molecole presenti nel sangue, ma hanno valutato anche le sensazioni riferite dagli atleti. Dopo la maratona sono emerse maggiore euforia e minore ansia rispetto alla condizione di camminata. È proprio questa combinazione a essere particolarmente interessante per comprendere il “runner’s high”: uno stato di benessere che può accompagnarsi a una riduzione della tensione e dell’ansia e, in alcuni casi, anche a una minore percezione della fatica o del dolore. Il fenomeno, tuttavia, non è identico per tutti e non compare necessariamente dopo qualsiasi tipo di attività fisica. La durata e l’intensità dello sforzo sembrano avere un ruolo importante, ma lo studio non permette di stabilire una soglia precisa oltre la quale si svilupperebbe questa sensazione.

E negli ultramaratoneti? La risposta cambia dopo ore di corsa

Il secondo esperimento ha coinvolto 36 ultramaratoneti, impegnati in gare di 100, 160 o 230 chilometri. Anche in questo caso sono state osservate modificazioni del sistema endocannabinoide: dopo la gara sono aumentati sia anandamide sia 2-AG. Le risposte soggettive, però, non sono state identiche a quelle osservate nei maratoneti. Negli ultramaratoneti l’ansia è diminuita, mentre l’euforia non ha mostrato un aumento statisticamente significativo. Al contrario, il dolore è aumentato. Il dato suggerisce che la risposta dell’organismo allo sforzo estremo sia complessa e che non esista un semplice rapporto tra aumento degli endocannabinoidi ed euforia. La stessa attività fisica può infatti produrre contemporaneamente sensazioni positive e una forte risposta fisica allo sforzo.

Il “runner’s high” non dipende soltanto da queste molecole

Per molto tempo l’euforia associata alla corsa è stata collegata soprattutto alle endorfine, sostanze prodotte dall’organismo durante l’attività fisica. Gli studi più recenti hanno però attirato l’attenzione anche sul sistema endocannabinoide, perché alcune di queste molecole possono raggiungere il cervello e partecipare alla regolazione dell’umore e della percezione del dolore. Questo nuovo lavoro rafforza l’ipotesi di un ruolo degli endocannabinoidi, ma non dimostra un rapporto di causa-effetto. Il fatto che l’anandamide aumenti durante la corsa e che contemporaneamente aumentino alcune sensazioni positive non significa che sia l’anandamide, da sola, a provocare l’euforia. Inoltre, le concentrazioni misurate nel sangue non consentono di sapere con precisione cosa avvenga a livello cerebrale.

Molecole simili alla cannabis, ma non è come assumere cannabis

Il riferimento alle molecole “simili alla cannabis” può essere utile per spiegare il funzionamento del sistema, ma non deve essere interpretato come un’equivalenza tra corsa e assunzione di cannabis. Gli endocannabinoidi sono prodotti naturalmente dall’organismo e fanno parte dei normali meccanismi fisiologici. Il loro aumento durante una maratona non significa quindi che correre produca gli stessi effetti dell’assunzione di cannabinoidi dall’esterno. La ricerca mostra piuttosto che l’attività fisica prolungata può modificare temporaneamente un sistema biologico coinvolto anche nella regolazione dell’umore, dell’ansia e del dolore.

Cosa può cambiare per i pazienti e per la pratica clinica

Al momento lo studio non introduce un nuovo trattamento, un test diagnostico o una terapia da utilizzare nella pratica clinica. Il suo interesse è soprattutto scientifico: comprendere meglio i meccanismi attraverso cui l’esercizio fisico può influenzare il benessere psicologico e la percezione del dolore. Proprio questi aspetti potrebbero però diventare rilevanti in futuro. Se ulteriori ricerche confermassero il ruolo del sistema endocannabinoide, si potrebbe comprendere meglio perché l’attività fisica viene associata a benefici sull’umore e come strutturare programmi di esercizio per alcune categorie di pazienti. Servono però studi su persone con patologie, non soltanto su atleti allenati, per capire se gli stessi meccanismi possano essere sfruttati in percorsi di prevenzione o riabilitazione.

Dalla corsa una possibile chiave per capire il rapporto tra movimento e benessere

Il risultato più interessante della ricerca non è quindi soltanto spiegare perché un runner possa sentirsi bene dopo una maratona. Lo studio aggiunge un tassello alla comprensione del rapporto tra attività fisica, cervello e regolazione delle emozioni. L’aumento dell’anandamide e degli altri endocannabinoidi osservato durante gli sforzi prolungati mostra che il sistema endocannabinoide risponde in modo dinamico all’esercizio. Resta però da capire quanto questa risposta contribuisca realmente al “runner’s high” e se possa avere un significato terapeutico anche al di fuori dello sport agonistico. Per trasformare questa conoscenza in un possibile strumento di prevenzione o cura saranno necessari ulteriori studi, soprattutto su persone con ansia, depressione, dolore cronico o altre condizioni in cui l’esercizio fisico è già parte del percorso assistenziale.

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