Il nuovo rapporto UNICEF: quasi un adolescente su cinque tra i 12 e i 17 anni ha subito in un anno una forma di abuso o sfruttamento sessuale facilitato dalla tecnologia. Nel 57% dei casi l'autore era una persona già conosciuta dal minore. Oltre il 40% non ne ha parlato con nessuno
Gli abusi sessuali facilitati dalla tecnologia possono lasciare conseguenze profonde sulla salute mentale dei bambini e degli adolescenti, aumentando anche il rischio di pensieri suicidi e comportamenti autolesivi. A lanciare l’allarme è l’UNICEF, che in un nuovo rapporto stima che 20 milioni di bambini e adolescenti tra i 12 e i 17 anni, quasi uno su cinque tra quelli che utilizzano Internet nei 21 Paesi analizzati, siano stati vittime nell’arco di un anno di almeno una forma di abuso o sfruttamento sessuale facilitato dalla tecnologia. La ricerca, dal titolo Through Children’s Eyes: How Digital Technologies Enable Child Sexual Abuse, mette insieme i risultati di indagini condotte su circa 21mila minorenni e le testimonianze raccolte attraverso interviste approfondite a 100 giovani che hanno subito abusi durante l’infanzia.
Il dato che preoccupa di più: il rischio di suicidio quadruplicato
Tra i risultati più allarmanti emerge il legame con il benessere psicologico. I bambini che hanno subito sfruttamento sessuale facilitato dalla tecnologia erano quattro volte più propensi a riferire pensieri o comportamenti suicidi e autolesionismo rispetto ai coetanei che non avevano vissuto queste esperienze. Anche i livelli di ansia risultavano significativamente più elevati. In alcuni Paesi il divario raggiunge livelli ancora più marcati. In Messico e Macedonia del Nord, il rischio di riferire pensieri o comportamenti suicidi era più di otto volte superiore tra i bambini che avevano subito abusi. In Pakistan, invece, il rischio di autolesionismo risultava oltre sette volte maggiore. Sono numeri che aiutano a comprendere come la violenza sessuale online non possa essere considerata un fenomeno confinato alla dimensione digitale. Le conseguenze possono coinvolgere sicurezza, relazioni, equilibrio emotivo e salute mentale.
Paura, vergogna e isolamento: “Non sapevo come reagire”
Le testimonianze raccolte dall’UNICEF restituiscono una realtà fatta spesso di paura, vergogna e solitudine. Per molti bambini non è semplice nemmeno riconoscere ciò che è accaduto, soprattutto quando l’autore dell’abuso è una persona conosciuta o quando il rapporto è iniziato come una relazione di fiducia. “Non sapevo come reagire… mi sentivo un po’ sotto shock”, ha raccontato una giovane donna della Repubblica Dominicana, ricordando la diffusione senza consenso, quando aveva 14 anni, di alcune sue immagini private. Un’altra partecipante alla ricerca, parlando di un’esperienza simile, ha descritto il senso di umiliazione e sfruttamento provato dopo l’accaduto. Il problema è che, molto spesso, la vittima resta sola.
Oltre il 40% non racconta a nessuno quello che è successo
Secondo il rapporto, più del 40% degli episodi di abuso facilitato dalla tecnologia non viene condiviso con nessuno. E meno dell’1% arriva alle autorità, come polizia, servizi sociali o linee di assistenza. Il motivo più frequente per cui i minori scelgono di non parlare è particolarmente significativo: non sapere a chi rivolgersi. È una vulnerabilità che rischia di aggravare le conseguenze dell’abuso. Senza un adulto di riferimento, un servizio accessibile o un canale di segnalazione percepito come sicuro, il minore può rimanere intrappolato tra vergogna, paura e isolamento.
Quasi 15 milioni esposti a contenuti sessuali indesiderati
La dimensione del fenomeno emerge anche dalle diverse forme di abuso rilevate. L’UNICEF stima che oltre 15 milioni di bambini siano stati esposti a contenuti sessuali indesiderati. Ad altri 9 milioni è stato chiesto di partecipare a conversazioni a sfondo sessuale o di condividere immagini sessuali contro la propria volontà. In circa 4 milioni di casi, invece, i minori hanno visto diffuse immagini sessuali che li ritraevano senza aver dato il proprio consenso. La reale portata del fenomeno potrebbe tuttavia essere maggiore, proprio a causa dell’elevato numero di episodi che non vengono raccontati o segnalati.
I social sono il principale terreno di rischio
Quasi il 60% degli episodi analizzati si è verificato sui principali social network, tra cui Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e WhatsApp. Un ulteriore 14% ha coinvolto i giochi online. Sono gli stessi ambienti digitali nei quali bambini e adolescenti studiano, giocano, comunicano e costruiscono relazioni. Ed è proprio questa normalità quotidiana a rendere più difficile distinguere una relazione sicura da una situazione potenzialmente pericolosa. Ma c’è un altro elemento che il rapporto invita a non sottovalutare.
Nel 57% dei casi il minore conosceva già l’autore
L’idea che dietro un abuso online ci sia soprattutto uno sconosciuto incontrato in rete non trova conferma nei dati raccolti. Nel 57% dei casi l’autore era infatti una persona che il minore conosceva già: un coetaneo, un partner, un amico o un familiare. Nel 38% dei casi, invece, il minore aveva incontrato online per la prima volta la persona responsabile dell’abuso. Account falsi e sistemi di messaggistica privata possono contribuire a creare condizioni favorevoli all’avvicinamento, alla manipolazione e allo sfruttamento della fiducia.
“Non possiamo distogliere lo sguardo”
“Il rapporto rivela una realtà dolorosa. Più di 20 milioni di bambini nei Paesi oggetto dello studio sono stati esposti a contenuti sessuali espliciti indesiderati o a forme di sfruttamento online, spesso negli spazi digitali in cui imparano, giocano e interagiscono con gli amici”, ha affermato Catherine Russell, direttrice generale dell’UNICEF. “Queste esperienze causano un profondo disagio emotivo e psicologico. Molti bambini soffrono in silenzio, senza sapere a chi rivolgersi per chiedere aiuto. Non possiamo distogliere lo sguardo”. Per l’UNICEF, quindi, la protezione dei minori non può essere affidata esclusivamente alla loro capacità di riconoscere e prevenire i rischi. Servono piattaforme progettate per essere sicure anche per i più giovani, maggiori tutele della privacy, limiti ai contatti non richiesti da parte degli adulti e sistemi più efficaci per individuare e segnalare gli abusi.
Servono anche sanità, servizi sociali e scuola
La risposta deve però andare oltre la tecnologia. Il rapporto chiede ai Governi di rafforzare leggi, regolamentazione e strumenti di contrasto, adeguandoli anche a fenomeni emergenti come l’estorsione sessuale e la produzione di materiale pedopornografico attraverso l’intelligenza artificiale. Allo stesso tempo, occorre investire nei servizi sanitari, sociali e giudiziari, creando percorsi di assistenza nei quali bambini e adolescenti possano sentirsi ascoltati e protetti. Famiglie, scuole e comunità devono essere parte della rete di protezione: quando un minore racconta un abuso, sottolinea l’UNICEF, non deve essere lasciato solo a gestire le conseguenze di ciò che ha subito. “Tutti noi, compresi i Governi e le aziende tecnologiche, dobbiamo fare di più per proteggere i bambini online”, ha concluso Russell.
Lo studio
Il rapporto Through Children’s Eyes: How Digital Technologies Enable Child Sexual Abuse raccoglie i risultati di due cicli di ricerca del progetto Disrupting Harm, realizzato da UNICEF, ECPAT International e INTERPOL. Le indagini hanno coinvolto circa 21 mila bambini e bambine tra i 12 e i 17 anni che utilizzano Internet in 21 Paesi, oltre a interviste approfondite con 100 giovani che hanno subito abusi durante l’infanzia. I risultati riguardano quindi la popolazione minorile che utilizza Internet e non possono essere automaticamente estesi a tutti i bambini, soprattutto nei Paesi caratterizzati da una minore diffusione della connettività. Il primo ciclo di ricerca, condotto principalmente tra il 2020 e il 2021, ha interessato Cambogia, Etiopia, Indonesia, Kenya, Malesia, Mozambico, Namibia, Filippine, Tanzania, Thailandia, Uganda e Vietnam. La seconda fase, realizzata nel 2024-2025, ha coinvolto Armenia, Brasile, Colombia, Repubblica Dominicana, Messico, Montenegro, Macedonia del Nord, Pakistan e Serbia.
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