Salute 2 Settembre 2026 17:53

Socievoli o timidi? La personalità dipende anche dal Dna: individuate 1.260 varianti genetiche

Studio su oltre un milione di persone pubblicato su Nature. Oltre 800 varianti non erano mai state associate prima ai tratti della personalità

di Isabella Faggiano
Socievoli o timidi? La personalità dipende anche dal Dna: individuate 1.260 varianti genetiche

Essere socievoli o riservati, organizzati o impulsivi, curiosi verso le novità o più vulnerabili allo stress non dipende soltanto dalle esperienze e dall’ambiente in cui cresciamo. Anche il Dna contribuisce alla costruzione della personalità. Ma non esiste un “gene della timidezza” o della creatività: sono migliaia le varianti genetiche coinvolte, ciascuna con un effetto molto piccolo. A mostrarlo è un’ampia analisi pubblicata su Nature, condotta dal Revived Genomics of Personality Consortium (ReGPC) su 46 coorti, con un numero di partecipanti compreso, a seconda del tratto analizzato, tra 611.037 e 1,14 milioni. I ricercatori hanno identificato 1.260 varianti genetiche associate ai cinque principali tratti della personalità, 824 delle quali non erano state precedentemente associate a questi tratti. Allo studio hanno partecipato anche ricercatori italiani dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica e dell’Istituto di genetica e biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del Cnr, rispettivamente di Cagliari e Napoli, e dell’Università di Sassari.

I cinque “Big Five”

L’analisi prende in esame i cosiddetti “Big Five”: estroversione, legata a socievolezza, assertività ed energia; amicalità, associata a compassione, rispetto e fiducia; coscienziosità, che comprende organizzazione e senso di responsabilità; nevroticismo, legato ad ansia, depressione e volatilità emotiva; e apertura all’esperienza, che comprende curiosità, immaginazione e sensibilità estetica. Il dato più importante è che non c’è una singola variante capace di stabilire il carattere di una persona. Al contrario, ogni tratto è associato a un numero molto elevato di varianti, con effetti individuali minimi. I ricercatori stimano in circa 16.180 il numero effettivo di varianti comuni indipendentemente associate, in media, a ciascun tratto.

Quanto conta davvero il Dna?

Le varianti genetiche comuni analizzate spiegano tra il 4,8% e il 9,3% della variabilità osservata nei cinque tratti. La quota sale al 9,3-13,3% quando si tiene conto dell’affidabilità degli strumenti utilizzati per misurare la personalità. Non significa che una persona sia, per esempio, “per il 10%” estroversa a causa dei suoi geni. Queste percentuali indicano quanta parte delle differenze osservate nella popolazione è associata alle varianti genetiche comuni analizzate. E soprattutto, il risultato non ridimensiona il ruolo dell’ambiente. Al contrario: gli autori sottolineano che la personalità resta sostanzialmente influenzata dall’ambiente.

Dalla personalità alla salute

È sul rapporto tra personalità e salute che lo studio assume particolare interesse per la medicina. I ricercatori hanno analizzato 67 comportamenti e outcome in nove aree, dalla salute fisica e mentale all’uso di sostanze, dall’alimentazione all’attività fisica, fino a istruzione, lavoro e riproduzione. La coscienziosità, in particolare, è risultata geneticamente associata a un minore consumo di sostanze, a una maggiore frequenza dell’attività sportiva e a una maggiore preferenza per alimenti a basso contenuto calorico. Le stesse associazioni genetiche sono collegate a meno periodi trascorsi in ospedale, a un invecchiamento più sano e a un BMI più basso. Anche il ritmo dell’attività quotidiana mostra associazioni con la personalità: una maggiore apertura all’esperienza è collegata a una maggiore attività nelle ore notturne, mentre la coscienziosità è associata a una maggiore attività durante il giorno.

Il legame con la salute mentale

Il nevroticismo presenta il legame genetico più ampio con la psicopatologia. I profili genetici associati a questo tratto risultano collegati a un aumento del rischio per diverse forme di disturbo, con un’associazione particolarmente forte con i disturbi internalizzanti. L’amicalità mostra invece associazioni geneticamente protettive. Il risultato non significa che un determinato tratto della personalità provochi automaticamente un disturbo psichiatrico. Si tratta di associazioni genetiche osservate a livello di popolazione, che aiutano però a comprendere meglio i possibili percorsi biologici e comportamentali che collegano personalità e salute. Personalità e malattia: un possibile rapporto causale? Per provare a capire anche la direzione di queste associazioni, i ricercatori hanno utilizzato la randomizzazione mendeliana, una tecnica di analisi genetica applicata a 13 outcome selezionati. Sono emerse 33 associazioni plausibilmente causali: in 24 casi i risultati suggerivano un possibile effetto della personalità sull’outcome, mentre in nove sembrava verificarsi il contrario. Tra gli esempi, l’analisi è risultata compatibile con un possibile effetto dell’estroversione sull’aumento del rischio di infezione da Covid. La coscienziosità è invece risultata associata a un BMI più basso, a una minore probabilità di iniziare a fumare e a un minor numero di ricoveri ospedalieri. Il nevroticismo è risultato associato a una minore probabilità di raggiungere livelli indicativi di invecchiamento sano e longevità. Gli stessi autori, tuttavia, invitano alla cautela: queste possibili relazioni causali dovranno essere verificate attraverso ulteriori metodi e nuovi dati.

Il test dei gemelli: il risultato non sembra dipendere dall’ambiente familiare

Una delle verifiche più interessanti riguarda i gemelli dizigoti. I ricercatori hanno confrontato le differenze genetiche tra gemelli cresciuti nella stessa famiglia con le differenze nei loro tratti di personalità. La previsione ottenuta all’interno delle famiglie è risultata praticamente sovrapponibile a quella osservata nella popolazione generale: 0,159 contro 0,165, pari al 96%. Il dato suggerisce che le associazioni genetiche individuate siano influenzate solo in misura limitata dall’ambiente familiare condiviso.

Il Dna contribuisce, ma non decide

Il risultato più importante dello studio è forse proprio questo: la genetica della personalità è molto più complessa di quanto si riuscisse a vedere in passato, ma non determina il destino di una persona. Il Dna contribuisce attraverso migliaia di varianti, ciascuna con un effetto minimo. Queste predisposizioni possono essere associate a comportamenti, salute fisica e mentale e altri aspetti della vita, ma gli effetti individuali non consentono di prevedere come sarà o come si comporterà una singola persona. La personalità, dunque, non è una sentenza scritta nel genoma. È il risultato di un’interazione continua tra patrimonio genetico, ambiente ed esperienze.


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