Uno studio condotto in Inghilterra su oltre 1,7 milioni di pazienti ha analizzato 13 malattie e mostra che chi riceve la diagnosi durante un ricovero urgente presenta, nei mesi successivi, conseguenze più gravi ed esiti peggiori
Una diagnosi che arriva in emergenza può raccontare molto del percorso che il paziente ha seguito prima di arrivare in ospedale. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori dell’University College London su 1.701.154 pazienti in Inghilterra, con l’obiettivo di capire quanto spesso 13 malattie venissero individuate proprio durante un episodio di emergenza e cosa accadesse ai pazienti nei mesi successivi. L’analisi, pubblicata il 25 agosto 2026 su PLOS Medicine, ha evidenziato una maggiore mortalità a un anno tra i pazienti la cui diagnosi era arrivata in questo modo per molte delle condizioni considerate.
Quando la malattia viene scoperta in emergenza
I ricercatori hanno analizzato le cartelle cliniche elettroniche di pazienti seguiti in Inghilterra tra il 1999 e il 2019, prendendo in considerazione 13 condizioni non tumorali. Tra queste ci sono BPCO, Parkinson, sclerosi multipla, celiachia, malattia infiammatoria intestinale, artrite reumatoide, cardiopatia ischemica, sindrome dell’ovaio policistico e disturbi psicotici cronici. Per 9 delle 13 malattie, almeno il 20% dei pazienti aveva ricevuto la diagnosi durante un accesso in emergenza. La percentuale superava il 30% nel Parkinson e arrivava al 35% nella BPCO, mostrando quanto frequentemente alcune patologie vengano riconosciute soltanto quando il paziente arriva in ospedale per un problema acuto.
Il rischio di morte nei 12 mesi successivi
Il dato più importante riguarda gli esiti dopo la diagnosi. Per 9 delle 13 condizioni analizzate, tra i pazienti diagnosticati in emergenza e quelli diagnosticati attraverso altri percorsi c’era una differenza di almeno 10 punti percentuali nella mortalità a un anno. Anche dopo avere tenuto conto di diversi fattori che potevano influenzare il risultato, la diagnosi arrivata in emergenza rimaneva associata a un rischio di morte più elevato. In alcuni casi la differenza era particolarmente ampia: nelle donne con celiachia il rischio risultava oltre sette volte maggiore, mentre negli uomini con malattia infiammatoria intestinale era quasi sei volte maggiore.
Il risultato non significa che il pronto soccorso provochi il rischio maggiore
Lo studio, essendo osservazionale, non dimostra che la diagnosi in emergenza sia la causa della maggiore mortalità. Il passaggio in pronto soccorso può infatti essere il segnale di una malattia già più avanzata, di un peggioramento improvviso o della presenza di altre condizioni che rendono più complesso il quadro clinico. Anche fattori legati alle condizioni sociali e all’accesso ai servizi sanitari possono contribuire a spiegare perché alcune persone arrivino alla diagnosi attraverso un episodio acuto.
Il tema della diagnosi tempestiva
Il dato solleva però una questione importante per i pazienti: quanto prima viene riconosciuta una malattia e quanto facilmente si riesce ad accedere al percorso di cura? Una diagnosi che arriva soltanto dopo un episodio acuto può significare, in alcuni casi, che la persona non è riuscita a ottenere una valutazione prima oppure che i sintomi non erano stati riconosciuti come segnali di una determinata patologia. Non tutte le diagnosi in emergenza possono essere evitate, ma quando esiste la possibilità di intercettare prima una malattia, arrivare alla cura in una fase meno avanzata può fare la differenza.
Più tempo trascorso in ospedale
L’analisi ha rilevato anche che i pazienti diagnosticati in emergenza trascorrevano più tempo in ospedale dopo la diagnosi rispetto a quelli diagnosticati attraverso altri percorsi. Anche questo dato non permette di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto, ma può riflettere una maggiore complessità dei pazienti che arrivano alla diagnosi in una situazione acuta. Per il sistema sanitario significa inoltre un maggiore ricorso all’assistenza ospedaliera, quando una parte del percorso potrebbe, almeno per alcune condizioni, essere intercettata prima attraverso i servizi territoriali e specialistici.
Ridurre le diagnosi che arrivano troppo tardi
Per gli autori diventa quindi importante capire quali siano gli ostacoli che portano una persona a ricevere la diagnosi soltanto dopo un accesso urgente. Intervenire su questi fattori potrebbe significare migliorare la capacità di riconoscere precocemente alcune malattie, facilitare l’accesso alla valutazione specialistica e rafforzare la continuità tra territorio e ospedale. Il pronto soccorso resta naturalmente indispensabile quando esiste una reale emergenza, ma non dovrebbe essere l’unico punto attraverso cui una persona riesce finalmente ad arrivare a una diagnosi.
Una domanda per il percorso di cura
Lo studio non dice quindi che chi viene diagnosticato in pronto soccorso sia necessariamente destinato a un esito peggiore. Mostra però che, per molte delle patologie analizzate, la diagnosi arrivata in emergenza si accompagna a esiti successivi meno favorevoli. Il risultato richiama l’attenzione sulla necessità di rendere più tempestivo il riconoscimento delle malattie e di ridurre, dove possibile, gli ostacoli che ritardano l’accesso alla presa in carico.
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