Per alcuni pazienti (selezionati) la risposta è sì: sospendere l’aspirina dopo un mese dimezza il rischio di sanguinamento senza aumentare gli eventi ischemici
Ridurre la durata della doppia terapia antiaggregante dopo un infarto potrebbe consentire di diminuire il rischio di sanguinamento senza aumentare, almeno nei pazienti selezionati, gli eventi ischemici. È il risultato di una nuova analisi dei dati individuali dei pazienti dei trial TARGET-FIRST e ULTIMATE-DAPT, pubblicata sull’European Heart Journal e presentata come Late-Breaking Clinical Trial al Congresso della Società europea di cardiologia (ESC) 2026. Lo studio ha coinvolto 3.966 pazienti con infarto miocardico acuto, rimasti senza eventi durante il primo mese dopo l’intervento coronarico percutaneo (PCI). Il confronto è stato tra la prosecuzione della doppia terapia antiaggregante per 12 mesi e la sospensione dell’aspirina dopo circa un mese, con prosecuzione di un inibitore P2Y12. Il risultato più evidente riguarda i sanguinamenti: con la monoterapia il rischio relativo di sanguinamento maggiore è risultato inferiore di circa il 52% rispetto alla DAPT. Al tempo stesso, non è stato osservato un aumento statisticamente rilevabile dei principali eventi cardiovascolari o cerebrovascolari. Ma il dato va letto nel contesto della popolazione studiata: non significa che tutti i pazienti colpiti da infarto possano interrompere l’aspirina dopo un mese.
L’obiettivo: trovare il giusto equilibrio tra ischemia e sanguinamento
Dopo una sindrome coronarica acuta, la doppia terapia antiaggregante viene utilizzata per ridurre il rischio di eventi ischemici e di trombosi dello stent. Le attuali raccomandazioni prevedono generalmente 12 mesi di DAPT, lasciando però spazio a strategie più brevi in pazienti selezionati in funzione del loro profilo di rischio. Il problema è trovare un equilibrio tra due rischi: da una parte nuovi eventi ischemici, dall’altra sanguinamenti che possono essere favoriti dalla terapia antiaggregante. La nuova analisi si inserisce proprio in questo percorso verso una maggiore personalizzazione della terapia.
Prima proteggere dalle ischemie, poi ridurre la terapia
La strategia studiata non consiste semplicemente nel togliere un farmaco dopo 30 giorni. Il principio è più articolato: valutare l’intero albero coronarico, identificare le stenosi che hanno un reale significato emodinamico e trattare quelle effettivamente in grado di provocare ischemia. L’obiettivo è arrivare a una rivascolarizzazione completa ma selettiva, evitando di trattare indiscriminatamente tutte le lesioni e cercando di ridurre il rischio di nuovi eventi cardiovascolari. Una volta raggiunta una protezione ischemica adeguata, nei pazienti appropriati può quindi essere valutata una strategia antiaggregante meno intensiva.
Quasi 4mila pazienti: 48,6% STEMI e 51,4% NSTEMI
L’analisi ha incluso 3.966 pazienti con infarto miocardico acuto: 1.927, pari al 48,6%, avevano avuto uno STEMI, mentre 2.039, pari al 51,4%, un NSTEMI. Dei pazienti coinvolti, 1.993 sono stati trattati con monoterapia con un inibitore P2Y12, mentre 1.973 hanno continuato la doppia terapia. Il 77,8% dei partecipanti era costituito da uomini e l’età media era di 61 anni. Il ticagrelor era utilizzato nell’88,3% dei casi. Particolarmente rilevante è il dato sulla rivascolarizzazione: nel 93% dei pazienti era stata ottenuta una rivascolarizzazione completa. Sono elementi importanti per comprendere perché i risultati non possano essere automaticamente estesi a qualsiasi paziente con infarto.
Sanguinamenti maggiori dimezzati
Il risultato più significativo riguarda i sanguinamenti BARC di tipo 3 o 5. Durante il follow-up si è verificato un sanguinamento maggiore nello 0,7% dei pazienti passati alla monoterapia, contro l’1,4% di quelli che avevano continuato la DAPT. L’hazard ratio è risultato pari a 0,48, con un intervallo di confidenza al 95% tra 0,25 e 0,92. Si tratta di una riduzione relativa di circa il 52% del rischio di sanguinamento maggiore. Il vantaggio emerge anche considerando i sanguinamenti clinicamente rilevanti, comprendendo quelli BARC di tipo 2, 3 o 5: 2,3% con la monoterapia contro 5,3% con la DAPT, con un hazard ratio di 0,43.
Nessun aumento statisticamente significativo degli eventi ischemici
La domanda più delicata riguarda però la sicurezza della sospensione dell’aspirina. Gli eventi cardiovascolari o cerebrovascolari avversi maggiori, i cosiddetti MACCE, sono stati registrati nel 2,6% dei pazienti in monoterapia e nel 2,8% di quelli che hanno continuato la DAPT. L’hazard ratio è risultato pari a 0,93. Il criterio statistico di non inferiorità prestabilito dallo studio è stato soddisfatto. Questo significa che nello studio non è stato rilevato un aumento statisticamente significativo degli eventi ischemici dopo la sospensione dell’aspirina. Ma non equivale a dire che il rischio sia necessariamente identico in tutti i pazienti. Gli stessi autori sottolineano che gli intervalli di confidenza restano ampi e che i risultati devono essere interpretati nel contesto della popolazione selezionata.
Meno eventi clinici complessivi
Anche l’analisi degli eventi clinici avversi netti (NACE), che combina eventi ischemici e sanguinamenti, ha favorito la strategia con un solo antiaggregante. Gli eventi sono stati: 4,7% con monoterapia e 7,5% con DAPT. L’hazard ratio è risultato pari a 0,62.
La ricerca padovana e il confronto internazionale
Il lavoro rafforza un percorso di ricerca già avviato dal gruppo di Giuseppe Tarantini, dell’Università di Padova, e amplia le evidenze precedenti a una popolazione di circa 4mila pazienti. Rispetto alle precedenti ricerche, l’analisi comprende infatti non soltanto popolazioni occidentali, ma anche popolazioni dell’Asia orientale, offrendo ulteriori elementi sulla possibile applicabilità della strategia in contesti differenti. Il lavoro è stato presentato all’ESC 2026 di Monaco di Baviera e si inserisce nel dibattito internazionale sulla durata ottimale della terapia antiaggregante dopo l’infarto.
Non “meno terapia” per tutti, ma terapia più personalizzata
Dallo studio non si evince dunque che “dopo l’infarto basta un mese di terapia”. È piuttosto un passo verso una medicina sempre più personalizzata sul rischio individuale. Prima si cerca di ottenere una protezione ischemica adeguata, valutando l’intero quadro coronarico e trattando le lesioni realmente significative. Successivamente, nei pazienti che hanno superato senza eventi il primo mese dopo la PCI, si può valutare se sia possibile ridurre l’intensità della terapia antiaggregante. In questa popolazione, il passaggio dalla DAPT alla monoterapia con un inibitore P2Y12 ha prodotto meno sanguinamenti senza un aumento statisticamente rilevabile dei principali eventi ischemici.
Un risultato che può contribuire alle future linee guida
La conferma dei risultati in popolazioni occidentali e dell’Asia orientale rafforza l’interesse per questa strategia e potrebbe contribuire alla futura evoluzione delle raccomandazioni internazionali. Ma prima di tradurre questi risultati in una modifica generalizzata della pratica clinica restano alcuni punti da chiarire. Gli autori ricordano che l’analisi comprende soltanto due studi, che il margine utilizzato per la non inferiorità è relativamente ampio e che non sono disponibili dati oltre i 12 mesi. Inoltre, non sono stati studiati i pazienti che avevano avuto un evento o avevano interrotto la DAPT durante il primo mese. Per questo la conclusione resta circoscritta: nei pazienti con infarto miocardico acuto selezionati, stabili, senza eventi nel primo mese dopo PCI e con una rivascolarizzazione efficace, la sospensione dell’aspirina dopo un mese può ridurre significativamente il rischio emorragico senza un aumento statisticamente rilevabile degli eventi ischemici. La sfida, ora, è trasformare questi dati in criteri sempre più precisi per identificare chi può beneficiare di una terapia più breve e chi, invece, ha ancora bisogno di una protezione antiaggregante più intensa e prolungata
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