Salute 1 Settembre 2026 15:52

Invecchiamento, la riserva cognitiva può “tenere giovane” il cervello: linguaggio ed emozioni fanno la differenza

Due studi della SISSA mostrano che istruzione, esperienza professionale e attività intellettualmente stimolanti possono sostenere le capacità cognitive dopo i 65 anni

di Isabella Faggiano
Invecchiamento, la riserva cognitiva può “tenere giovane” il cervello: linguaggio ed emozioni fanno la differenza

Non è soltanto l’età anagrafica a dire quanto il nostro cervello sarà efficiente con il passare degli anni. Anche la storia cognitiva costruita nel corso della vita può fare la differenza. Istruzione, esperienza professionale, attività intellettualmente stimolanti e uno stile di vita attivo sembrano infatti contribuire al mantenimento di alcune capacità cognitive negli over 65. E accanto alle risorse cognitive c’è un altro elemento che entra in gioco: il modo in cui riconosciamo, interpretiamo e gestiamo le emozioni. È il quadro che emerge da due studi condotti dal gruppo della neuroscienziata Raffaella Rumiati alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, pubblicati sulle riviste Neuropsychology e Brain Sciences. I due lavori sono stati realizzati nell’ambito di Age-It: Ageing Well in an Ageing Society, programma nazionale di ricerca dedicato alle sfide dell’invecchiamento della popolazione. I risultati, letti insieme, suggeriscono che risorse cognitive ed emotive non lavorano in compartimenti separati, ma possono contribuire insieme a un invecchiamento cognitivo più efficiente.

Bastano 10 secondi per vedere l’effetto dell’invecchiamento sul linguaggio

Il primo studio ha analizzato la capacità di recuperare rapidamente le parole attraverso un test di fluenza verbale. La particolarità è stata la durata della prova: non il tradizionale test di un minuto, ma soltanto 10 secondi. Ai partecipanti veniva chiesto di produrre parole sulla base di una lettera, di una categoria o di un’emozione. Lo studio ha coinvolto 82 persone, 38 giovani adulti e 44 adulti anziani sani. Il risultato è emerso già nei primi istanti: gli anziani producono meno parole rispetto ai giovani. Ma è proprio qui che compare il dato più interessante. La prestazione degli anziani non è uguale per tutti.

La riserva cognitiva può ridurre il divario con i giovani

I ricercatori hanno valutato la cosiddetta riserva cognitiva, cioè l’insieme delle risorse accumulate durante la vita attraverso istruzione, esperienza lavorativa e attività cognitivamente stimolanti svolte nel tempo libero. Negli over 65, una maggiore riserva cognitiva è risultata associata a prestazioni migliori nella fluenza verbale. Ma c’è un risultato ancora più significativo: nell’analisi esplorativa, gli anziani con una riserva cognitiva più elevata non differivano significativamente dai giovani nella prestazione complessiva. “Questi risultati mostrano che gli adulti anziani con una maggiore riserva cognitiva raggiungono prestazioni linguistiche comparabili a quelle dei giovani”, spiega Elisabetta Pisanu, prima autrice dello studio. In altre parole, la riserva cognitiva sembra contribuire a ridurre, e in alcuni casi potenzialmente a compensare, il calo legato all’età nella capacità di recuperare rapidamente le parole. Gli stessi ricercatori invitano però alla cautela: si tratta di un’analisi esplorativa e servono campioni più ampi per confermare il risultato.

Il vocabolario conta, ma le emozioni aggiungono un altro tassello

Tra i fattori analizzati, il vocabolario è risultato il predittore più importante della capacità di produrre rapidamente parole. Gli anni di istruzione, invece, non hanno mostrato un effetto significativo una volta considerati gli altri fattori. Ma non tutte le parole sembrano avere la stessa “accessibilità”. Le parole legate alle emozioni positive sono risultate più facili da recuperare rispetto a quelle associate alle emozioni negative. Negli anziani, in particolare, la differenza è risultata evidente per le emozioni negative. Secondo Pisanu, questo risultato suggerisce che, accanto alla riserva cognitiva, anche la valenza emotiva delle parole contribuisce alla prestazione linguistica. È un dato compatibile con il cosiddetto positivity effect dell’invecchiamento: con l’avanzare dell’età, le informazioni emotivamente positive possono assumere un peso maggiore nell’elaborazione cognitiva.

Se reprimiamo le emozioni, trovare le parole può diventare più difficile

Lo studio ha analizzato anche il modo in cui le persone regolano le proprie emozioni. È emersa un’associazione tra soppressione espressiva e prestazioni nella fluenza emotiva: maggiore è la tendenza a reprimere l’espressione delle emozioni, minore è l’accuratezza nel recuperare parole legate alle emozioni. Non è invece emersa un’associazione significativa con la rivalutazione cognitiva. Il dato non dimostra che reprimere le emozioni provochi un peggioramento delle capacità linguistiche, ma suggerisce che le modalità con cui gestiamo l’esperienza emotiva possono essere collegate anche al modo in cui recuperiamo e utilizziamo le informazioni emotive.

Dalle parole alla memoria di lavoro

Il secondo studio ha spostato l’attenzione su un’altra funzione fondamentale: la memoria di lavoro, cioè la capacità di mantenere temporaneamente un’informazione, elaborarla e utilizzarla per portare a termine un compito. La ricerca ha coinvolto 45 adulti sani tra 65 e 84 anni. I partecipanti hanno svolto un test chiamato n-back, nel quale dovevano confrontare volti presentati in sequenza e ricordare quelli comparsi uno o due passaggi prima. I volti mostravano tre diverse espressioni: felice, arrabbiata o neutra. Il risultato di base è quello atteso: aumentando la difficoltà del compito, la memoria di lavoro diventa meno efficiente. Nel 2-back, infatti, l’accuratezza diminuisce e i tempi di risposta aumentano. Ma ancora una volta entra in gioco la componente emotiva.

Quando l’emozione è rilevante, il cervello risponde diversamente

I ricercatori hanno confrontato due situazioni. Nel primo compito, l’attenzione doveva concentrarsi sull’espressione emotiva del volto. Nel secondo, invece, i partecipanti dovevano concentrarsi sull’età apparente della persona, ignorando l’emozione. Le emozioni hanno influenzato la prestazione soprattutto quando erano rilevanti per ciò che il partecipante doveva fare. In particolare, i volti felici sono stati associati a una maggiore accuratezza rispetto a quelli arrabbiati, soprattutto nei compiti più difficili. Anche i tempi di risposta sono risultati più rapidi con i volti felici e più lenti con quelli arrabbiati. Secondo Stefania Lucia, prima autrice del secondo studio, quando il compito contiene informazioni emotive gli anziani sembrano diventare più efficienti. L’emozione, quindi, non rappresenterebbe necessariamente un elemento di disturbo: può contribuire alla prestazione quando è pertinente rispetto al compito.

La riserva cognitiva migliora l’accuratezza

Anche nel secondo studio la riserva cognitiva emerge come una risorsa importante.Gli anziani con una maggiore riserva cognitiva hanno mostrato una maggiore accuratezza complessiva, indipendentemente dal tipo di compito, dall’emozione e dal livello di difficoltà. È un elemento che rafforza il messaggio proveniente dal primo lavoro. La riserva cognitiva sembra agire come una risorsa generale, capace di sostenere diverse funzioni cognitive e non soltanto una specifica abilità linguistica. “Le nostre evidenze indicano che la riserva cognitiva migliora l’accuratezza della prestazione indipendentemente dalla condizione sperimentale”, spiega Lucia. L’ipotesi è che questa riserva contribuisca a sostenere la capacità di mantenere e manipolare le informazioni necessarie per completare un compito.

L’intelligenza emotiva non rende necessariamente più precisi, ma cambia la risposta

Il secondo studio ha valutato anche l’intelligenza emotiva, intesa come capacità di riconoscere, comprendere e utilizzare le emozioni per orientare pensieri, comportamenti e relazioni. Qui il risultato è diverso. Un livello maggiore di intelligenza emotiva non è risultato associato a una maggiore accuratezza. L’effetto è emerso invece soprattutto sulla velocità della risposta e dipendeva dal contesto. Nel caso degli stimoli emotivi, le persone con maggiore intelligenza emotiva potevano impiegare più tempo per rispondere. Questo, sottolinea Lucia, non deve essere interpretato necessariamente come una maggiore difficoltà. Potrebbe indicare, piuttosto, un’elaborazione più approfondita dell’informazione emotiva, con un maggiore investimento di risorse attentive e cognitive. È però un’ipotesi che dovrà essere verificata con ulteriori studi: la ricerca non ha misurato direttamente i processi attentivi responsabili di questo effetto.

Due studi, un messaggio: il cervello che invecchia non è uguale per tutti

Mettendo insieme i risultati, emerge una fotografia dell’invecchiamento cognitivo molto diversa da quella basata esclusivamente sull’età anagrafica. Con l’età alcune prestazioni cognitive diventano meno efficienti, ma il grado di cambiamento varia da persona a persona. La riserva cognitiva costruita nel corso della vita sembra essere uno dei fattori associati a questa variabilità. Nel primo studio è collegata a una migliore capacità di recuperare le parole; nel secondo a una maggiore accuratezza nella memoria di lavoro. Le emozioni aggiungono un secondo livello. Le informazioni positive sembrano avere un peso particolare nella prestazione linguistica degli anziani, mentre l’intelligenza emotiva sembra influenzare soprattutto il modo e la velocità con cui vengono elaborate le informazioni emotivamente rilevanti. È quindi difficile separare completamente “cervello cognitivo” e “cervello emotivo”: le due dimensioni interagiscono.

“Una sfida scientifica e sociale”

Per Raffaella Rumiati, responsabile del gruppo di ricerca della SISSA, comprendere questi meccanismi non è soltanto una questione scientifica. L’Italia è tra i Paesi più longevi al mondo e l’aumento della popolazione anziana porta con sé anche una crescente domanda di assistenza sanitaria e sociosanitaria. “Capire come preservare le capacità cognitive il più a lungo possibile è quindi essenziale – sottolinea Rumiato – non solo per migliorare la qualità della vita delle persone, ma anche per contribuire alla sostenibilità dei sistemi sanitari e sociali”. I due studi, aggiunge la neuroscienziata, possono contribuire su due fronti: migliorare gli strumenti utilizzati per studiare l’invecchiamento cognitivo e identificare i fattori che aiutano a preservare le funzioni cognitive.

Non significa che basti “allenare il cervello”

C’è però un punto da chiarire. I risultati non dimostrano che studiare, fare un lavoro intellettualmente impegnativo o coltivare attività cognitive prevenga il declino cognitivo o la demenza. Gli studi mostrano associazioni tra la riserva cognitiva e specifiche prestazioni nei test utilizzati. Anche i risultati sulle emozioni non significano che “pensare positivo” protegga il cervello. Il primo studio è trasversale e ha coinvolto un campione relativamente contenuto, mentre il secondo ha analizzato soltanto persone anziane. Per capire se queste risorse siano effettivamente in grado di modificare la traiettoria dell’invecchiamento cognitivo sono necessari studi più ampi e longitudinali.

La prossima sfida: capire come preservare le capacità cognitive

È proprio questa la direzione indicata dalla SISSA. I prossimi studi dovranno chiarire come riserva cognitiva ed emozioni interagiscono nel tempo, quali meccanismi cerebrali siano coinvolti e se questi fattori possano essere utilizzati per individuare strategie più efficaci per accompagnare l’invecchiamento. Per il primo studio sarà importante confrontare il test da 10 secondi con quello tradizionale da 60 secondi e verificarne l’utilità in popolazioni cliniche. Per il secondo, i ricercatori indicano la necessità di integrare test comportamentali, neuroimaging e misure psicofisiologiche, oltre a seguire le persone nel tempo. Il messaggio che arriva dai due lavori è quindi semplice, ma non semplicistico: invecchiare non significa necessariamente perdere le proprie capacità cognitive allo stesso modo e con la stessa velocità. La storia cognitiva costruita durante la vita sembra contare. E contano anche le emozioni, il modo in cui vengono elaborate e il significato che assumono nel contesto in cui il cervello deve prendere una decisione. Come sintetizza Rumiati, i risultati suggeriscono che riserva cognitiva e competenze emotive possono contribuire insieme a un invecchiamento cognitivo più sano ed efficiente. È una prospettiva ancora da approfondire, ma che sposta l’attenzione da una visione dell’invecchiamento come inevitabile perdita a una più articolata, nella quale contano anche le risorse costruite nel corso dell’intera vita.

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