Una ricerca su migliaia di bambini ha analizzato il rapporto tra uso di smartphone, tablet e videogiochi e sviluppo emotivo e comportamentale, con risultati meno scontati di quanto si potrebbe pensare
Smartphone, tablet, televisione e videogiochi fanno ormai parte della quotidianità dei bambini, ma capire quanto possano influenzarne lo sviluppo non è semplice. A questa domanda hanno cercato di rispondere i ricercatori dell’University of Edinburgh, analizzando i dati di migliaia di bambini scozzesi seguiti dalla prima infanzia fino all’adolescenza nell’ambito del progetto Growing Up in Scotland. Lo studio ha seguito 3.786 bambini a 5 anni, 3.126 a 10 anni e 2.598 a 15 anni, mettendo in relazione il tempo trascorso davanti agli schermi con lo sviluppo emotivo, comportamentale e sociale. La ricerca è stata pubblicata il 3 agosto 2026 su JAMA Network Open. Il risultato principale mette in discussione un’idea molto diffusa: non sembra essere sufficiente contare semplicemente le ore trascorse davanti a uno schermo per capire se un bambino è a rischio di difficoltà nello sviluppo.
La ricerca ha seguito i bambini dall’infanzia all’adolescenza
Per approfondire il rapporto tra tecnologia e sviluppo, i ricercatori hanno analizzato le diverse modalità di utilizzo degli schermi in relazione alle caratteristiche emotive, comportamentali e sociali dei partecipanti. A 5 e 10 anni il tempo trascorso davanti agli schermi è stato rilevato soprattutto attraverso le informazioni fornite dai genitori, mentre a 15 anni sono stati gli stessi ragazzi a riferire le proprie abitudini. Sono stati considerati televisione, video, videogiochi, computer, social media e messaggistica, a seconda dell’età. L’analisi ha inoltre tenuto conto di alcuni fattori familiari e sociali che possono influenzare sia l’utilizzo della tecnologia sia il benessere psicologico.
Più ore davanti allo schermo non significano automaticamente più problemi
L’analisi ha prodotto un risultato tutt’altro che lineare. A 5 e 10 anni, infatti, il tempo complessivo trascorso davanti agli schermi non è risultato associato in maniera significativa a maggiori difficoltà emotive o comportamentali. A 15 anni è invece emersa un’associazione tra un utilizzo particolarmente intenso dei videogiochi, superiore a cinque ore al giorno, e una maggiore presenza di difficoltà psicosociali. Si tratta però di un livello di utilizzo molto elevato e il dato non può essere esteso automaticamente a tutti i bambini che utilizzano videogiochi o altri dispositivi digitali.
L’utilizzo molto elevato nella prima infanzia può lasciare una traccia
Un altro elemento emerso dalla ricerca riguarda i bambini che a 5 anni trascorrevano più di cinque ore al giorno davanti agli schermi. In questo gruppo è stata osservata una maggiore probabilità di presentare difficoltà a 10 anni. Il dato, però, non è rimasto evidente a 15 anni. Questo significa che l’associazione osservata nella prima infanzia non dimostra che l’elevata esposizione agli schermi provochi problemi psicologici permanenti. Lo sviluppo del bambino è infatti influenzato da numerosi fattori che cambiano nel corso degli anni.
Non tutti gli schermi e non tutte le attività sono uguali
Uno dei punti più importanti della ricerca è anche uno dei suoi limiti. Contare il tempo complessivo davanti a un display non permette di distinguere completamente che cosa stia facendo il bambino. Guardare un programma televisivo, giocare a un videogioco, parlare con un amico, utilizzare un’applicazione educativa o navigare sui social sono attività molto diverse. Anche il contesto può cambiare il significato dell’esposizione: utilizzare un dispositivo per mezz’ora prima di dormire non equivale necessariamente allo stesso tempo trascorso durante il giorno per un’attività scolastica o condivisa con i genitori.
Per genitori e pediatri conta anche ciò che lo schermo sostituisce
La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto “quante ore passa davanti allo schermo?”, ma anche “cosa fa davanti allo schermo o che cosa sta sacrificando per stare davanti allo schermo?”. Se l’utilizzo digitale riduce il tempo dedicato al sonno, all’attività fisica, al gioco, alla scuola o alle relazioni con familiari e coetanei, il problema può assumere caratteristiche diverse. Per questo, nella valutazione delle abitudini di un bambino, il tempo davanti al display può essere considerato insieme ad altri elementi della vita quotidiana.
Cosa significa concretamente per le famiglie
I risultati non indicano che gli schermi siano privi di rischi e non cancellano l’importanza di stabilire regole adeguate all’età. Suggeriscono però che la quantità di tempo da sola potrebbe essere un indicatore troppo semplice per descrivere il rapporto tra tecnologia e salute. Per genitori e pediatri può essere più utile osservare il comportamento complessivo del bambino, verificando se l’utilizzo dei dispositivi interferisce con il sonno, l’attività fisica, la scuola e le relazioni. Questo approccio può aiutare a individuare prima eventuali situazioni problematiche.
La ricerca lascia aperta una domanda importante
Lo studio non stabilisce quindi una soglia oltre la quale lo schermo diventa necessariamente dannoso. Al contrario, mostra quanto sia complesso distinguere l’effetto della tecnologia da quello delle caratteristiche individuali e del contesto familiare. Serviranno ulteriori ricerche per capire quali attività digitali, in quali momenti della crescita e con quali modalità, siano maggiormente associate a conseguenze negative sul benessere dei bambini e degli adolescenti.
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