Prevenzione 31 Agosto 2026 12:12

Statine dopo i 70 anni, il rischio di infarto e ictus si riduce del 30%

Lo studio STAREE, durato dieci anni e condotto su quasi 10mila anziani, mostra per la prima volta in modo randomizzato i benefici delle statine nella prevenzione primaria cardiovascolare dopo i 70 anni.

di Arnaldo Iodice
Statine dopo i 70 anni, il rischio di infarto e ictus si riduce del 30%

Una terapia con statine potrebbe ridurre di circa il 30% il rischio di andare incontro a un primo evento cardiovascolare maggiore dopo i 70 anni. È il risultato dello studio STAREE (Statins in Reducing Events in the Elderly), condotto dalla Monash University e pubblicato sul New England Journal of Medicine, con la presentazione dei risultati al Congresso della European Society of Cardiology del 2026. La ricerca, durata dieci anni, ha coinvolto quasi 10.000 adulti anziani autosufficienti, assegnati casualmente a ricevere una statina o un placebo. L’obiettivo era chiarire una questione rimasta a lungo aperta: quanto siano efficaci le statine nella prevenzione primaria cardiovascolare nelle persone anziane, una fascia di popolazione spesso sottorappresentata negli studi clinici. I risultati indicano una significativa riduzione del rischio di un primo infarto, ictus o altro evento cardiovascolare maggiore, offrendo nuove evidenze a sostegno dell’impiego delle statine anche oltre i 70 anni.

Perché il risultato è importante per una popolazione che invecchia

Le statine sono tra i farmaci più utilizzati per abbassare i livelli di colesterolo e prevenire le malattie cardiovascolari. La loro efficacia nel ridurre infarti e ictus è ampiamente documentata nelle persone di mezza età e negli adulti più giovani, mentre negli anziani le evidenze sulla prevenzione primaria, cioè prima che si sia verificato un evento cardiovascolare, erano molto meno solide. Con l’avanzare dell’età, infatti, aumenta il rischio cardiovascolare e diventa più frequente la presenza di altri fattori di rischio, ma resta necessario valutare caso per caso benefici e possibili effetti indesiderati delle terapie.

STAREE rappresenta un passaggio importante proprio perché ha studiato direttamente persone anziane che vivono nella comunità e non soltanto pazienti selezionati in strutture ospedaliere. Alla ricerca hanno collaborato più di 3.400 medici di medicina generale australiani, coinvolgendo quasi 10.000 partecipanti in un ampio studio randomizzato e controllato. Secondo la professoressa associata Sophia Zoungas, ricercatrice principale della Monash School of Public Health and Preventive Medicine, queste evidenze potrebbero contribuire a modificare il modo in cui viene valutato e gestito il rischio cardiovascolare negli anziani.

Il dato assume particolare rilevanza considerando l’invecchiamento della popolazione mondiale: secondo le stime riportate dai ricercatori, gli adulti colpiti da malattie cardiovascolari potrebbero passare dai circa 600 milioni del 2025 a oltre un miliardo nel 2050.

Infarto e ictus: perché la prevenzione diventa ancora più importante con l’età

Il cuore dello studio riguarda la prevenzione del primo evento cardiovascolare maggiore. Infarto e ictus rappresentano infatti alcune delle conseguenze più gravi dell’aterosclerosi, il processo attraverso il quale le placche si accumulano nelle arterie e possono ostacolare il normale flusso sanguigno. Le statine agiscono principalmente riducendo il colesterolo LDL, spesso definito “cattivo”, contribuendo così a diminuire la probabilità che questo processo determini un evento cardiovascolare.

Il risultato del 30% non significa, però, che ogni persona di oltre 70 anni debba automaticamente iniziare una terapia con statine. Lo studio fornisce nuove prove sull’efficacia della terapia, ma la decisione clinica deve tenere conto delle caratteristiche individuali: condizioni di salute, altri farmaci assunti, fattori di rischio cardiovascolare, aspettativa e qualità della vita e possibile tollerabilità del trattamento. Il punto centrale è quindi che l’età avanzata, da sola, non dovrebbe necessariamente escludere l’utilizzo delle statine quando esiste un’indicazione alla prevenzione cardiovascolare.

Per la professoressa Zoungas, il valore dello studio risiede proprio nella possibilità di offrire ai medici informazioni più solide per discutere con i pazienti anziani delle strategie di prevenzione. Il professor Mark Nelson, coautore della ricerca e medico di base, ha sottolineato inoltre l’importanza di aver condotto lo studio direttamente nella comunità, attraverso una rete di migliaia di medici di medicina generale.

L’importanza del tema va oltre il singolo farmaco. Il rischio cardiovascolare cresce con l’età e le malattie cardiovascolari rappresentano già oggi una delle principali cause di perdita di autonomia e mortalità nella popolazione anziana. Prevenire un primo infarto o un ictus può quindi significare non soltanto evitare un evento potenzialmente letale, ma anche preservare più a lungo autonomia, capacità funzionale e qualità della vita.

Nuove linee guida all’orizzonte?

I risultati dello STAREE potrebbero avere conseguenze anche sulle future raccomandazioni cliniche. La professoressa Zoungas ha auspicato un aggiornamento delle linee guida, sostenendo che le nuove evidenze possono aiutare i medici a prendere decisioni più informate sulla prevenzione cardiovascolare in età avanzata. Per una popolazione mondiale destinata a invecchiare rapidamente, disporre di studi specificamente progettati per gli anziani diventa sempre più importante.

Il professor Derek Chew, responsabile scientifico e medico della National Heart Foundation of Australia, che ha contribuito al finanziamento della ricerca, ha definito i risultati particolarmente significativi perché confermano l’utilità delle statine anche quando il trattamento viene iniziato in età avanzata.

Il messaggio, tuttavia, non è quello di prescrivere automaticamente una statina a tutti gli over 70. Piuttosto, lo studio amplia le conoscenze disponibili e offre una base più solida per una valutazione personalizzata del rischio cardiovascolare. Gli anziani interessati alla prevenzione dovrebbero quindi discutere con il proprio medico l’eventuale opportunità della terapia, considerando benefici e rischi individuali.

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