La morte a Palermo, di una bambina di quattro anni colpita da difterite ha riportato improvvisamente all’attenzione una malattia che, per molti italiani, apparteneva ormai quasi esclusivamente ai libri di storia
La bambina deceduta il 20 agosto scorso non era vaccinata e le analisi dell’Istituto Superiore di Sanità hanno successivamente confermato la presenza di Corynebacterium diphtheriae e del gene della tossina difterica. Nello stesso contesto familiare è risultato positivo anche un altro bambino, vaccinato, che ha sviluppato un quadro clinico molto meno grave.
È una vicenda che riguarda prima di tutto l’importanza delle vaccinazioni pediatriche, ma che apre inevitabilmente una riflessione più ampia. Perché la difterite, proprio per la sua rarità, ci ricorda quanto sia facile dimenticare che molte malattie sono diventate eccezionali non perché siano scomparse, ma perché per decenni abbiamo continuato a prevenirle. E ci ricorda anche un altro aspetto meno evidente: il calendario vaccinale non termina con l’infanzia.
Da adulti, infatti, si continua ad avere bisogno di richiami, di controlli e, in alcuni casi, di vaccinazioni che diventano raccomandate solo con l’avanzare dell’età o in presenza di determinate condizioni di salute. Eppure, mentre da bambini sono il pediatra, i genitori e i servizi vaccinali a scandire tempi e appuntamenti, con il passare degli anni la gestione della prevenzione diventa molto più sfumata. Il vecchio libretto vaccinale viene perso, le date si confondono, si ricorda forse una “antitetanica” fatta dopo una ferita o durante l’adolescenza, ma non si sa più esattamente quando, né quale formulazione sia stata somministrata.
È qui che può aprirsi una zona grigia della prevenzione, fatta non tanto di rifiuto consapevole della vaccinazione, quanto di dimenticanza, disinformazione o semplice perdita della propria storia vaccinale.
La differenza rispetto all’infanzia è evidente. Per le vaccinazioni previste nei primi anni di vita, e in particolare per quelle obbligatorie, il sistema sanitario segue con molta maggiore attenzione il percorso del bambino: esistono appuntamenti programmati, chiamate attive, controlli delle coperture e una rete che coinvolge servizi vaccinali e pediatri. È molto più difficile, quindi, che una dose mancante passi completamente inosservata. Con l’ingresso nell’età adulta questa presenza del sistema diventa generalmente meno percepibile e la continuità della prevenzione finisce per dipendere in misura maggiore anche dall’iniziativa della persona.
Non dovrebbe però diventare una responsabilità esclusivamente individuale. Se all’adulto viene chiesto di ricordare le proprie scadenze, conservare la documentazione e informarsi sui richiami, anche il Servizio sanitario ha un ruolo decisivo nell’intercettare le persone durante le occasioni di contatto con medici, ambulatori e strutture sanitarie, verificandone lo stato vaccinale e proponendo attivamente i richiami indicati. La prevenzione dell’adulto funziona meglio quando queste due responsabilità si incontrano: un cittadino più consapevole e un sistema sanitario capace di ricordargli che il calendario vaccinale non è terminato con l’adolescenza.
Una malattia rara non è una malattia scomparsa
La difterite è oggi rarissima in Italia grazie alla vaccinazione, ma continua a essere una malattia potenzialmente grave. Il Ministero della Salute ricorda che è causata da ceppi tossinogenici di Corynebacterium diphtheriae e che, nella forma respiratoria, può interessare le alte vie aeree e determinare complicanze severe.
La trasmissione avviene soprattutto da persona a persona, per via aerea o attraverso il contatto diretto con lesioni cutanee. Il fatto che oggi la maggior parte delle persone non abbia mai visto un caso di difterite non significa che l’agente infettivo sia stato eliminato. La malattia continua a circolare in diverse aree del mondo e casi sporadici vengono segnalati anche in Europa.
È proprio questa distanza tra percezione e realtà che rende il tema attuale. Quando una malattia smette di far parte dell’esperienza quotidiana, si rischia di perdere anche la memoria delle ragioni per cui non la vediamo quasi più. La prevenzione, in altre parole, può diventare vittima del proprio successo.
Il richiamo che accompagna tutta la vita adulta
Tra le vaccinazioni che più facilmente vengono dimenticate c’è quella contro difterite, tetano e pertosse. Il Calendario nazionale vaccinale prevede per gli adulti un richiamo con vaccino dTpa ogni dieci anni.
È un’informazione che molti associano ancora soltanto all’“antitetanica”, ma la formulazione raccomandata in età adulta protegge contemporaneamente da tetano, difterite e pertosse. Chi ha completato regolarmente le vaccinazioni da bambino e ha ricevuto il richiamo previsto nell’adolescenza non può quindi considerare concluso il proprio percorso vaccinale: da quel momento, il richiamo va mantenuto nel tempo.
Il Ministero suggerisce di utilizzare anche occasioni ordinarie di contatto con il sistema sanitario – una visita medica, una certificazione, il rinnovo della patente – per verificare quando sia stata effettuata l’ultima dose. È un’indicazione apparentemente semplice, ma che intercetta un problema molto concreto: quanti adulti ricordano davvero la data dell’ultimo richiamo?
Per molti la risposta è vaga. “Forse vent’anni fa”, “quando ero ragazzo”, “dopo una ferita”, “credo durante il servizio militare”. Ricordi che non sempre consentono di capire se il ciclo sia completo o se il richiamo sia ancora aggiornato.
Essere in ritardo non significa diventare improvvisamente senza protezione
Quando si parla di richiami vaccinali, però, è importante usare le parole con attenzione. Non è corretto immaginare che, allo scadere esatto del decimo anno, la protezione si azzeri come se si spegnesse un interruttore. La risposta immunitaria non segue una scadenza rigida di questo tipo.
Il richiamo decennale viene raccomandato proprio per mantenere nel tempo un livello adeguato di protezione. Per questo è più corretto parlare di persone non aggiornate rispetto al calendario vaccinale o potenzialmente non adeguatamente protette, piuttosto che definire automaticamente “scoperto” chi ha superato di qualche anno la scadenza.
Il problema diventa più rilevante quando sono trascorsi molti anni senza richiami o, soprattutto, quando non si riesce più a ricostruire con certezza quali dosi siano state effettuate.
Cosa deve fare chi non ricorda più nulla
È probabilmente questa la situazione più frequente e anche quella che genera più dubbi: cosa deve fare un adulto che non ricorda se sia stato vaccinato, non sa quando abbia fatto l’ultimo richiamo o non riesce più a trovare il proprio libretto?
La prima indicazione è semplice: non affidarsi alla memoria e non decidere autonomamente se ripetere o meno una vaccinazione. Bisogna invece provare a ricostruire la propria storia vaccinale.
Il primo passo può essere la ricerca di eventuali documenti conservati in casa: un vecchio libretto vaccinale, certificati della ASL, attestazioni di vaccinazioni effettuate in passato. Anche una documentazione molto datata può essere utile, perché permette al servizio sanitario di distinguere tra una vaccinazione realmente mai effettuata e una dose semplicemente non presente nei sistemi digitali più recenti.
Oggi esiste inoltre un sistema di anagrafi vaccinali alimentato dai dati regionali e, in alcune Regioni, le vaccinazioni registrate possono essere consultate anche attraverso il Fascicolo sanitario elettronico o altri servizi sanitari digitali. Tuttavia, soprattutto per le vaccinazioni effettuate molti anni fa, le registrazioni possono non essere complete. L’assenza di una dose dal Fascicolo sanitario, quindi, non dimostra necessariamente che quella vaccinazione non sia mai stata eseguita.
Esiste infatti un limite che riguarda soprattutto la ricostruzione delle vaccinazioni effettuate molti anni fa. Le anagrafi vaccinali informatizzate non hanno avuto ovunque la stessa storia, gli stessi tempi di attivazione e la stessa capacità di recuperare retroattivamente i dati conservati in precedenza su supporto cartaceo. Per questo, pur esistendo oggi un sistema nazionale alimentato dalle anagrafi regionali, la completezza della storia vaccinale disponibile può variare: una vaccinazione eseguita decenni fa potrebbe non essere stata digitalizzata oppure potrebbe non comparire nei servizi consultabili direttamente dal cittadino.
È quindi importante non confondere l’assenza di un dato informatico con la certezza che quella vaccinazione non sia mai stata effettuata. Se dal Fascicolo sanitario elettronico o dagli altri strumenti regionali non emerge una risposta chiara, il passo successivo non è fare supposizioni, ma rivolgersi al Servizio vaccinale della propria ASL, che può verificare le registrazioni disponibili, valutare eventuali archivi precedenti e utilizzare la documentazione cartacea che il cittadino è ancora in grado di recuperare.
Per questo, quando i dubbi restano, il riferimento principale è il Servizio vaccinale della propria ASL o dell’Azienda sanitaria territoriale.
È lì che si può chiedere una verifica della posizione vaccinale, controllare le dosi registrate, presentare eventuali certificati cartacei e capire se la propria storia sia completa oppure no.
Il medico di medicina generale può essere un primo interlocutore utile, soprattutto perché conosce le condizioni di salute del paziente e può valutare eventuali fattori di rischio, ma quando si tratta di ricostruire formalmente la storia vaccinale o decidere un eventuale recupero il riferimento resta il Servizio vaccinale.
Se non esiste documentazione, non bisogna “indovinare” il richiamo
La situazione diventa ancora più delicata quando non esiste alcuna documentazione attendibile.
Non ricordare l’anno dell’ultima dose non è la stessa cosa che non riuscire a dimostrare di avere completato un ciclo vaccinale. Sono due condizioni differenti e vanno gestite in modo diverso.
Una persona può avere concluso correttamente il ciclo primario ed essere semplicemente in ritardo con il richiamo; un’altra può avere una storia documentata solo in parte; un’altra ancora può non avere alcuna prova attendibile di aver completato il ciclo contro difterite e tetano.
In questi casi non è il cittadino a dover decidere se “rifare tutto da capo”. Sarà il servizio vaccinale a valutare se sia sufficiente un richiamo o se sia necessario iniziare o completare un ciclo secondo lo schema previsto.
Questo è un passaggio importante anche dal punto di vista della comunicazione: chi non ricorda non deve sentirsi costretto a scegliere da solo. Il compito del cittadino è portare al servizio sanitario tutte le informazioni disponibili; quello del professionista è ricostruire, per quanto possibile, la situazione e proporre il percorso corretto.
Gli esami del sangue non sono una scorciatoia universale
Un altro dubbio frequente riguarda la possibilità di fare un esame del sangue per sapere se si è ancora protetti.
La risposta, anche in questo caso, richiede prudenza. Non esiste un unico “test dei vaccini” capace di ricostruire tutta la storia vaccinale di una persona. Per alcune malattie possono essere utilizzati, in determinate situazioni cliniche, test sierologici per valutare la presenza di anticorpi, ma non rappresentano automaticamente la soluzione a ogni dubbio.
La domanda corretta da porre al servizio sanitario non è quindi “quali analisi devo fare?”, ma “quali vaccinazioni risultano documentate e quali devo eventualmente recuperare?”. Sarà il professionista a stabilire se, nello specifico caso, un accertamento sierologico abbia davvero utilità.
Perché il richiamo riguarda anche pertosse e difterite
Il fatto che nel linguaggio comune si continui a parlare quasi esclusivamente di “antitetanica” rischia di oscurare gli altri due obiettivi del richiamo.
La difterite, come il caso di Palermo ha drammaticamente ricordato, può ancora presentarsi. La pertosse, a sua volta, non è una malattia esclusivamente pediatrica: può colpire anche gli adulti e, soprattutto, può essere trasmessa ai neonati, che nei primi mesi di vita sono particolarmente vulnerabili.
Per questo il tema della vaccinazione assume un valore ancora maggiore per chi vive o lavora a stretto contatto con bambini molto piccoli. Il Ministero raccomanda particolare attenzione agli operatori sanitari e sociosanitari, agli operatori degli asili nido e alle persone che assistono neonati.
C’è poi una situazione in cui la raccomandazione è particolarmente netta: la gravidanza. Il vaccino dTpa è raccomandato a ogni gravidanza, indipendentemente dalle precedenti vaccinazioni, soprattutto con l’obiettivo di proteggere il neonato dalla pertosse nei primi mesi di vita attraverso gli anticorpi materni.
Non tutti i vaccini seguono la logica del richiamo decennale
Un’altra distinzione fondamentale riguarda il fatto che il calendario vaccinale dell’adulto non è una semplice sequenza di richiami tutti uguali.
Per difterite, tetano e pertosse esiste un richiamo periodico decennale. Per l’influenza, invece, la vaccinazione viene ripetuta ogni stagione. Per morbillo, parotite e rosolia non esiste un richiamo ogni dieci anni: bisogna piuttosto verificare se la persona sia adeguatamente immunizzata e, se risulta suscettibile, completare il ciclo previsto.
Anche pneumococco ed Herpes Zoster seguono una logica diversa, perché diventano particolarmente rilevanti con l’avanzare dell’età o in presenza di specifiche condizioni di rischio.
È importante ribadirlo: non esiste un unico schema di “richiami dell’adulto”. Ogni vaccino ha una propria indicazione, una propria periodicità e destinatari diversi.
Cosa cambia con l’età
Tra i 19 e i 59 anni la prima verifica riguarda il richiamo dTpa contro difterite, tetano e pertosse. È utile controllare quando sia stata effettuata l’ultima dose e verificare anche se il ciclo contro morbillo, parotite e rosolia sia completo. In presenza di patologie o condizioni di rischio possono poi aggiungersi altre vaccinazioni.
Dai 60 anni il quadro si amplia: oltre al richiamo dTpa, entra stabilmente nella prevenzione dell’adulto la vaccinazione antinfluenzale annuale. A 65 anni si aggiungono inoltre la vaccinazione antipneumococcica e quella contro Herpes Zoster, secondo quanto previsto dal calendario nazionale.
Chi ha già superato questa età senza averle effettuate non dovrebbe però pensare automaticamente di aver perso l’opportunità. Il consiglio è sempre quello di rivolgersi al servizio vaccinale per verificare quali vaccinazioni siano ancora indicate e come recuperarle.
Il criterio anagrafico, però, non basta in presenza di malattie croniche o condizioni di immunodepressione. Patologie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche, renali, oncologiche e altre condizioni possono modificare le raccomandazioni, anticipare alcune vaccinazioni o renderne opportune altre. In questi casi il calendario deve essere personalizzato insieme al medico curante, allo specialista quando necessario e al servizio vaccinale.
Un vademecum semplice, senza fai-da-te
Per chi vuole capire da dove cominciare, la regola più utile è questa: prima di pensare a quale vaccino fare, bisogna capire quali vaccini risultano già fatti.
Se si hanno tra 19 e 59 anni, va controllata soprattutto la data dell’ultimo richiamo dTpa e verificata la propria copertura per morbillo, parotite e rosolia. Dai 60 anni va aggiunta l’attenzione alla vaccinazione antinfluenzale annuale; dai 65 anni anche a pneumococco e Herpes Zoster. In gravidanza il dTpa va rivalutato a ogni gestazione. In presenza di patologie croniche o immunodepressione, invece, la sola età non basta e serve una valutazione personalizzata.
Se la propria storia vaccinale è incerta, il percorso è altrettanto lineare: cercare eventuali libretti o certificati, consultare quando possibile il Fascicolo sanitario elettronico, rivolgersi al medico di famiglia e soprattutto contattare il Servizio vaccinale della ASL.
La parte più importante è non trasformare il dubbio in un’autodiagnosi. Non ricordare non significa necessariamente non essere vaccinati, così come non trovare una dose sul Fascicolo sanitario non significa automaticamente che non sia mai stata fatta. Occorre ricostruire, verificare e poi decidere.
Il vero problema è ricordarsi che il calendario continua
Il caso di Palermo non dovrebbe essere letto soltanto come il ritorno inatteso di una malattia quasi dimenticata. Può diventare l’occasione per ricordare che la prevenzione vaccinale accompagna la persona lungo tutto l’arco della vita.
Da bambini il sistema sanitario scandisce le scadenze. Da adulti il rapporto con il calendario diventa meno visibile e, proprio per questo, più facile da perdere.
Questa maggiore fragilità del percorso vaccinale nell’età adulta non può essere affrontata soltanto chiedendo alle persone di ricordarsi autonomamente le scadenze. È certamente necessario che l’adulto diventi più attivo: controlli il proprio Fascicolo sanitario quando disponibile, conservi i certificati, chieda al medico quali richiami siano previsti e contatti il servizio vaccinale quando la propria storia non è chiara. Ma allo stesso tempo il Servizio sanitario può fare molto per trasformare ogni contatto con il cittadino in un’occasione di prevenzione, dal medico di famiglia alle visite specialistiche, fino alle campagne vaccinali e agli accessi ai servizi territoriali.
Il problema, infatti, non è soltanto avere un calendario vaccinale corretto sulla carta, ma riuscire a farlo arrivare alle persone anche venti, trenta o quarant’anni dopo le vaccinazioni dell’infanzia. È proprio nell’età adulta, quando vengono meno gli automatismi e i controlli tipici dell’età pediatrica, che la chiamata attiva, l’informazione del medico e una migliore interoperabilità delle anagrafi possono diventare determinanti.
La domanda da porsi non è quindi soltanto “sono vaccinato?”, ma qualcosa di più concreto: “so quali vaccini ho fatto, quando li ho fatti e se i richiami sono aggiornati?”.
Se la risposta è sì, basta confrontare la propria storia con il calendario vigente. Se la risposta è no, non bisogna indovinare, né correre a fare un richiamo sulla base di un ricordo incerto. Bisogna ricostruire la propria storia vaccinale insieme al Servizio sanitario.
Perché il vuoto di prevenzione non nasce soltanto da chi sceglie di non vaccinarsi. Può nascere anche, molto più banalmente, da chi ha smesso di ricordarsi che i richiami esistono.