Sanità 2 Luglio 2026 17:48

Piani pandemici, la comunicazione del rischio resta il punto debole

Analizzati 18 piani regionali e 173 studi internazionali: servono più inclusività, partecipazione dei cittadini e strumenti per contrastare l'infodemia

di Isabella Faggiano
Piani pandemici, la comunicazione del rischio resta il punto debole

La comunicazione del rischio non è un elemento accessorio nella gestione di una pandemia, ma uno degli strumenti più importanti per garantire fiducia, adesione alle misure di sanità pubblica e resilienza del sistema. Eppure, nonostante le lezioni apprese durante l’emergenza Covid-19, i piani pandemici regionali italiani mostrano ancora significative criticità proprio sul fronte della comunicazione. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista BMC Public Health e coordinato dall’Università di Pisa nell’ambito del progetto CreSP – Comunicare il Rischio nelle Emergenze per la Sanità Pubblica, finanziato dal Ministero della Salute. La ricerca ha confrontato i piani pandemici regionali elaborati tra il 2021 e il 2023 con le migliori evidenze scientifiche internazionali in materia di comunicazione del rischio durante le emergenze sanitarie.

Oltre 12 mila studi analizzati

Per realizzare il lavoro, i ricercatori hanno condotto una scoping review seguendo le linee guida PRISMA-ScR, analizzando la letteratura pubblicata tra il 2019 e il 2024 nelle principali banche dati scientifiche. Dei 12.479 articoli individuati inizialmente, 173 sono stati selezionati per l’analisi finale e confrontati con 18 piani pandemici regionali italiani attraverso una checklist strutturata. La maggior parte degli studi proveniva da Paesi ad alto reddito e riguardava la risposta alla pandemia di Covid-19. Dall’analisi emerge che la comunicazione di massa, soprattutto attraverso i social media, rappresenta ancora la strategia prevalente, mentre risultano meno sviluppati gli strumenti rivolti a specifici gruppi di popolazione e i modelli partecipativi che coinvolgono attivamente cittadini e comunità.

Le tre principali criticità

Il confronto tra letteratura scientifica e documenti regionali ha evidenziato tre aree particolarmente critiche. La prima riguarda l’inclusività e l’equità. Sebbene la letteratura internazionale sottolinei la necessità di adattare i messaggi alle diverse caratteristiche culturali, linguistiche e sociali della popolazione, questo principio trova ancora un’applicazione limitata nei piani regionali. Il secondo elemento riguarda il coinvolgimento dei cittadini e delle comunità. Nella maggior parte dei documenti la comunicazione continua a essere concepita come un processo unidirezionale, dall’istituzione verso il cittadino, mentre risultano poco sviluppati strumenti di ascolto, consultazione e partecipazione attiva. Infine, emerge una limitata attenzione alla gestione dell’infodemia, cioè alla diffusione incontrollata di informazioni, notizie false o fuorvianti che durante una crisi sanitaria possono compromettere la fiducia nelle istituzioni e l’adesione alle misure di prevenzione.

I punti di forza: una comunicazione più resiliente

Lo studio evidenzia anche alcuni segnali positivi. Rispetto al passato, i piani pandemici mostrano infatti una progressiva evoluzione verso un modello di comunicazione più flessibile e resiliente, capace di adattarsi anche a scenari caratterizzati da elevata incertezza. In particolare, gli autori sottolineano positivamente la previsione di unità dedicate al coordinamento dei flussi informativi e la scelta di differenziare i messaggi destinati alla popolazione da quelli rivolti agli operatori sanitari, riconoscendo la necessità di strumenti e linguaggi differenti in base ai destinatari.

Dalla teoria alla pratica resta un divario

Secondo gli autori, il principale risultato dello studio riguarda il persistente scarto tra quanto raccomandato dalla comunità scientifica e quanto effettivamente previsto dai modelli organizzativi regionali. Se principi come tempestività, trasparenza e costruzione della fiducia sono ormai ampiamente riconosciuti, aspetti fondamentali quali equità, partecipazione dei cittadini e gestione dell’infodemia risultano ancora affrontati in maniera disomogenea e spesso non supportati da strumenti operativi, indicatori di monitoraggio o procedure condivise. L’analisi evidenzia inoltre una marcata eterogeneità tra le Regioni, segno che l’implementazione della comunicazione del rischio continua a dipendere dalle singole realtà territoriali piuttosto che da un modello nazionale uniforme.

Un modello nazionale più integrato

Per i ricercatori, il disallineamento tra evidenze scientifiche e organizzazione istituzionale rende necessario rafforzare l’approccio nazionale alla comunicazione del rischio, valorizzando quanto previsto dal Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico, adottato in Conferenza Stato-Regioni. Il documento, ricordano gli autori, introduce un quadro strategico innovativo nel quale inclusività, coinvolgimento delle comunità e gestione dell’infodemia sono elementi strutturali della preparazione alle emergenze, con ruoli e responsabilità chiaramente definiti. “Questo studio dimostra quanto sia urgente superare un modello di comunicazione puramente istituzionale e unidirezionale, che rischia di lasciare escluse le fasce più vulnerabili della popolazione proprio nei momenti di maggiore criticità – afferma Caterina Rizzo, ordinaria di Igiene generale e applicata all’Università di Pisa -. È indispensabile un approccio di preparazione capace di integrare stabilmente la gestione dell’infodemia, il social listening e il coinvolgimento attivo dei cittadini all’interno delle infrastrutture di sanità pubblica”, conclude. Per gli autori, investire sulla comunicazione del rischio significa rafforzare uno degli strumenti più efficaci per affrontare le future emergenze sanitarie. Integrare competenze specifiche, sistemi di monitoraggio e modelli partecipativi all’interno della preparazione pandemica rappresenta infatti una condizione essenziale per aumentare la resilienza del Servizio sanitario, ridurre le disuguaglianze e consolidare la fiducia tra istituzioni e cittadini.

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