Il BCG, usato da decenni contro la tubercolosi, potrebbe avere effetti “fuori bersaglio” sull’immunità cerebrale. Servono però studi più ampi e controllati con placebo.
Il vaccino Bacillus Calmette-Guérin, meglio conosciuto come BCG e utilizzato da tempo per la prevenzione della tubercolosi, potrebbe avere effetti anche sull’immunità cerebrale e sui biomarcatori legati alla malattia di Alzheimer. A suggerirlo è una nuova ricerca condotta dai ricercatori del Mass General Brigham, pubblicata su Communications Medicine.
Lo studio, durato un anno, ha valutato gli effetti della somministrazione sottocutanea del BCG in 23 adulti di età pari o superiore a 55 anni: 12 con evidenza di patologia di Alzheimer e 11 senza segni biologici della malattia. I ricercatori hanno analizzato nel tempo campioni di liquido cerebrospinale e di sangue periferico, con l’obiettivo di capire se il vaccino potesse influenzare non solo l’immunità sistemica, ma anche le cellule immunitarie presenti nell’ambiente che circonda cervello e midollo spinale. I risultati indicano che il BCG ha promosso una maggiore reattività immunitaria e ha modificato alcuni marcatori dell’Alzheimer negli anziani senza patologia, ma non in quelli già positivi ai biomarcatori della malattia.
Un legame sempre più stretto tra sistema immunitario e cervello
La ricerca si inserisce in un filone scientifico che negli ultimi anni ha messo sempre più in discussione l’idea del cervello come organo isolato dal resto del sistema immunitario. Secondo Steven Arnold, autore senior e co-corrispondente dello studio e direttore generale dell’Interdisciplinary Brain Center del Mass General Brigham Neuroscience Institute, sistema immunitario e cervello potrebbero essere molto più connessi di quanto si pensasse in passato. È proprio questa possibile comunicazione tra difese immunitarie e ambiente cerebrale ad aver spinto i ricercatori a indagare il ruolo del BCG.
Negli ultimi due decenni, i gruppi del Mass General Brigham hanno studiato diversi effetti “fuori bersaglio” del vaccino BCG, cioè benefici che vanno oltre la protezione dalla tubercolosi. Il vaccino è stato valutato nell’ambito dell’autoimmunità e delle infezioni, con studi clinici di fase 3 in corso sul diabete di tipo 1 e precedenti studi di fase 2 e 3 sul Covid. Altri lavori, condotti su modelli preclinici, studi retrospettivi e trial randomizzati, avevano già suggerito una possibile associazione tra BCG e riduzione del rischio di Alzheimer. Uno dei meccanismi ipotizzati è quello della cosiddetta “immunità allenata”: il vaccino potrebbe rendere alcune cellule immunitarie più pronte a rispondere a stimoli successivi, anche non collegati alla tubercolosi. Finora, però, la maggior parte degli studi si era concentrata sul sangue. Restava aperta una domanda centrale: il BCG può modificare anche la risposta immunitaria nel liquido cerebrospinale, cioè nell’ambiente più vicino al sistema nervoso centrale? Il nuovo studio ha provato a rispondere proprio a questo interrogativo.
Una risposta immunitaria più attiva, ma senza aumento dell’infiammazione
I risultati ottenuti dai ricercatori indicano che il BCG ha promosso una maggiore risposta delle cellule immunitarie ad altri stimoli, suggerendo un effetto più ampio sulla funzione immunitaria. Questo dato è particolarmente importante perché mostra una possibile capacità del vaccino di rimodulare la reattività immunitaria anche nell’ambiente che circonda il cervello. L’aumento della risposta, tuttavia, non è stato accompagnato da un incremento dei marcatori infiammatori.
Si tratta di un passaggio rilevante. L’infiammazione cronica è infatti considerata un possibile fattore di rischio per la neurodegenerazione, e un intervento capace di rafforzare alcune funzioni immunitarie senza aumentare lo stato infiammatorio potrebbe avere un interesse specifico nella prevenzione. Lo studio non dimostra ancora un effetto protettivo diretto contro l’Alzheimer, ma fornisce una possibile spiegazione biologica alle associazioni osservate in precedenza tra vaccinazione con BCG e minor rischio di malattia.
Amiloide, prevenzione e limiti della ricerca
Un altro risultato significativo riguarda la beta-amiloide, una proteina centrale nella ricerca sull’Alzheimer e uno dei principali biomarcatori della malattia. Nei partecipanti senza evidenza di patologia di Alzheimer, i livelli di amiloide sono diminuiti nel liquido cerebrospinale nell’arco di 12 mesi, mentre sono aumentati nei campioni di sangue. Questo andamento potrebbe suggerire una diversa dinamica di eliminazione o redistribuzione della proteina dal sistema nervoso centrale verso la circolazione periferica. Lo stesso effetto, però, non è stato osservato nei partecipanti che presentavano già biomarcatori compatibili con patologia di Alzheimer.
Questo dato apre un’ipotesi importante: il momento in cui viene somministrato il BCG potrebbe essere decisivo. Il vaccino potrebbe avere un impatto misurabile nelle fasi più precoci, prima che la malattia sia biologicamente evidente, mentre potrebbe non riuscire a modificare gli stessi processi quando la patologia è già avviata. È una possibilità ancora da verificare, ma coerente con l’idea che la prevenzione dell’Alzheimer debba intervenire molto prima della comparsa dei sintomi clinici.
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