Salute 2 Luglio 2026 11:07

ADHD, nei bambini piccoli l’attività fisica ha anche radici genetiche

Uno studio su quasi 80.000 bambini mostra che alcuni marcatori genetici legati ai livelli di attività tra 12 e 36 mesi si sovrappongono a quelli associati all’ADHD.

di Arnaldo Iodice
ADHD, nei bambini piccoli l’attività fisica ha anche radici genetiche

Le differenze genetiche che influenzano quanto un bambino piccolo si muove e resta attivo sarebbero associate anche al disturbo da deficit di attenzione/iperattività, l’ADHD. È quanto emerge da una nuova ricerca dell’Università del Surrey, pubblicata su Nature Human Behaviour e guidata dalla professoressa Angelica Ronald. Il team internazionale ha analizzato i dati di quasi 80.000 bambini provenienti da diversi studi di coorte nazionali e internazionali, con l’obiettivo di individuare le variazioni genetiche coinvolte nei livelli di attività tra i 12 e i 36 mesi. Studi precedenti avevano già mostrato che, nella prima infanzia, alcuni bambini sono più tranquilli mentre altri tendono a muoversi, correre ed esplorare molto di più. Finora, però, il ruolo dei marcatori genetici era rimasto poco chiaro. Questo studio è il primo a identificare specifiche differenze nel DNA associate ai livelli di attività nei bambini piccoli.

I livelli di attività come finestra sullo sviluppo

Secondo Ronald, il periodo compreso tra i 12 e i 36 mesi è una fase cruciale dello sviluppo, durante la quale i bambini acquisiscono molte nuove abilità. In questi mesi emergono differenze evidenti nel modo in cui ciascun bambino esplora l’ambiente: alcuni riescono a restare seduti e tranquilli più a lungo, altri sono costantemente in movimento. Queste differenze non sono soltanto un aspetto del temperamento, ma possono influenzare molte esperienze quotidiane, dall’apprendimento alla relazione con l’ambiente, dallo sviluppo motorio al modo in cui gli adulti modulano l’educazione e la gestione dei comportamenti.

I ricercatori volevano capire se alla base di questi diversi livelli di attività ci fosse anche una componente biologica misurabile e se gli stessi fattori genetici potessero essere collegati a esiti successivi, come diagnosi di ADHD o risultati scolastici. L’obiettivo non è etichettare precocemente i bambini molto vivaci, ma comprendere meglio quali segnali possano aiutare a identificare chi, nel tempo, potrebbe beneficiare di supporti mirati e interventi precoci.

Il legame genetico con l’ADHD

L’analisi ha mostrato che circa il 10% della variabilità nei livelli di attività dei bambini piccoli può essere spiegato da differenze genetiche comuni individuate dai ricercatori. Un dato particolarmente rilevante riguarda la sovrapposizione tra i marcatori genetici associati all’attività nei primi anni di vita e quelli collegati alla probabilità di sviluppare ADHD, condizione che di solito viene diagnosticata più avanti nell’infanzia o anche in età adulta. Secondo Anja Hollowell, prima autrice dello studio, finora non era noto che la base genetica dell’ADHD fosse condivisa con tratti comportamentali così precoci.

Il gene RHEBL1 e il ruolo del cervello

Tra i risultati più interessanti, i ricercatori hanno identificato marcatori nel gene RHEBL1 associati a livelli di attività inferiori nei bambini piccoli. Gli stessi marcatori sembrano influenzare anche l’attività del gene RHEBL1 nella corteccia cerebrale, una regione centrale per numerosi processi cognitivi e comportamentali. In altre parole, alcune varianti del DNA collegate a minori livelli di movimento nei primi anni sembrano anche aumentare l’attività di questo gene nel cervello. La scoperta apre nuove prospettive sul rapporto tra biologia, movimento e sviluppo cerebrale. Non significa che un singolo gene determini il comportamento di un bambino, né che il livello di attività consenta da solo di prevedere l’ADHD. Suggerisce però che alcune differenze osservabili molto presto possano avere radici biologiche condivise con tratti che diventano clinicamente rilevanti più avanti. Per gli autori, questi dati potranno aiutare a costruire modelli più accurati dello sviluppo infantile e dei suoi diversi percorsi.

Anche emotività, timidezza e socievolezza sotto osservazione

Nello stesso studio, il team ha individuato varianti genetiche associate anche ad altri comportamenti chiave della prima infanzia, come socievolezza, emotività e timidezza. Sono stati identificati diversi geni collegati a questi tratti, ampliando il quadro delle influenze biologiche che contribuiscono alle differenze individuali nei primi anni di vita. In particolare, i marcatori genetici associati all’emotività nei bambini piccoli sono risultati collegati anche a tratti di personalità nevrotici in età adulta. Inoltre, la variazione genetica legata all’emotività e alla scarsa socievolezza nella prima infanzia si sovrapponeva in parte alla variazione genetica nota per essere associata alla probabilità di autismo.

Ronald sottolinea che, per la prima volta, sono state identificate variazioni genetiche connesse a questi comportamenti precoci. Il lavoro, spiegano gli autori, non riduce lo sviluppo infantile alla sola genetica. Al contrario, integra le conoscenze già esistenti sul ruolo dell’ambiente, delle relazioni familiari e delle esperienze precoci.

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