L'esperienza avviata all'Università di Verona dimostra che la revisione periodica delle terapie può migliorare la sicurezza dei pazienti anziani e ridurre i costi per il Servizio sanitario nazionale
L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle patologie croniche rendono sempre più frequente la politerapia, soprattutto tra gli anziani fragili. Una condizione spesso inevitabile, ma che richiede un monitoraggio costante per verificare che ogni farmaco continui a essere realmente necessario, efficace e sicuro. È da questa esigenza che nasce la “medication review”, la revisione strutturata delle terapie, accompagnata, quando indicato, dal “deprescribing”, ovvero dalla sospensione o rimodulazione dei trattamenti non più appropriati. I primi risultati di questo approccio arrivano dall’Università di Verona e mostrano un impatto significativo sia sulla qualità dell’assistenza sia sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. L’esperienza, presentata durante il convegno “Medication review e deprescribing come strategia di ottimizzazione delle polifarmacoterapie”, organizzato il 24 e 25 giugno sotto la responsabilità scientifica del professor Gianluca Trifirò, ha evidenziato che per ogni paziente sono stati rivalutati in media quattro trattamenti farmacologici e che, ogni 100 persone sottoposte a revisione, il risparmio stimato supera i 60 mila euro l’anno.
Benzodiazepine, statine e gastroprotettori tra i farmaci più rivalutati
Tra le categorie di medicinali più frequentemente sottoposte a revisione figurano benzodiazepine e altri psicofarmaci, statine, diuretici e inibitori di pompa protonica. Si tratta di farmaci ampiamente utilizzati e fondamentali in numerosi percorsi terapeutici, ma che, soprattutto nelle persone anziane, richiedono una rivalutazione periodica per verificare che indicazione, durata della terapia, dosaggio e possibili interazioni siano ancora appropriati rispetto all’evoluzione delle condizioni cliniche. “La medication review non significa eliminare automaticamente dei farmaci, ma verificare se continuano a essere utili per quello specifico paziente e in quel preciso momento della sua storia clinica”, è il messaggio emerso dal confronto tra farmacologi clinici, geriatri, internisti, farmacisti ospedalieri e altri professionisti sanitari riuniti a Verona.
“Non è una corsa a togliere farmaci”
A ribadire il significato dell’approccio è Armando Genazzani, presidente della Società Italiana di Farmacologia (SIF). “Il deprescribing non è una politica di riduzione indiscriminata delle terapie, ma uno strumento di appropriatezza prescrittiva – dichiara -. L’obiettivo non è togliere farmaci, bensì assicurare che ogni paziente riceva, in ogni fase della propria storia clinica, i trattamenti realmente necessari, efficaci e sicuri. Innovazione farmacologica e revisione delle terapie sono due componenti complementari della medicina personalizzata”. Secondo la SIF, infatti, la sfida non è ridurre il numero di prescrizioni, ma migliorarne la qualità, adattando la terapia ai cambiamenti delle condizioni cliniche, alla comparsa di nuove patologie e all’evoluzione delle evidenze scientifiche.
Una revisione che migliora sicurezza e qualità delle cure
Nei pazienti anziani con più malattie croniche, la contemporanea assunzione di numerosi farmaci rappresenta spesso una necessità clinica. Tuttavia, con il passare del tempo possono verificarsi duplicazioni terapeutiche, interazioni, dosaggi non più adeguati oppure trattamenti proseguiti oltre il periodo realmente necessario. La medication review permette di analizzare in modo sistematico ogni terapia, valutandone indicazione, efficacia, durata, aderenza e rapporto tra benefici e rischi. Quando emerge la possibilità di modificare il trattamento, la sospensione avviene in maniera graduale, controllata e condivisa con il paziente.
Verona modello per il territorio
Per Gianluca Trifirò, ordinario di Farmacologia all’Università di Verona e membro della SIF, i risultati ottenuti dimostrano il valore di questo approccio. “La nostra esperienza conferma che una revisione sistematica delle terapie può produrre benefici concreti per il paziente e per il Servizio sanitario nazionale – spiega -. Non si tratta di considerare un farmaco appropriato o inappropriato in assoluto, ma di valutarne l’utilità nella specifica persona e in uno specifico momento del percorso di cura”. L’obiettivo, secondo Trifirò, è trasformare questa esperienza in un modello organizzativo stabile. “Il servizio avviato a Verona rappresenta un punto di riferimento nazionale e può diventare un modello da estendere ad altre strutture sanitarie e al territorio – prosegue -. La prospettiva è favorire reti e modelli organizzativi regionali che integrino la revisione delle terapie nella pratica clinica, valorizzando la collaborazione tra farmacologi, specialisti, medici di medicina generale e farmacisti”. Un modello che, oltre a migliorare l’appropriatezza prescrittiva e la sicurezza delle cure, potrebbe contribuire a rendere più sostenibile il Servizio sanitario nazionale in una popolazione sempre più anziana e caratterizzata da una crescente complessità clinica.
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