Una revisione tenta di conciliare i risultati contrastanti emersi negli anni sugli effetti dell’alcol, tra possibili benefici del consumo moderato e rischi per la salute.
Un nuovo studio prova a mettere ordine in uno dei temi più controversi della ricerca sulla salute: gli effetti del consumo di alcol. Per anni gli studi hanno prodotto conclusioni apparentemente opposte, tra chi attribuiva possibili benefici a un consumo moderato e chi sosteneva che non esista alcuna soglia davvero sicura. La nuova revisione, firmata tra gli altri da Sinclair Carr, dottorando presso il Dipartimento di Epidemiologia della Harvard T.H. Chan School of Public Health, e da Jürgen Rehm, dell’Institute for Mental Health Policy Research del Center for Addiction and Mental Health, aggiorna una serie di analisi utilizzate anche per valutazioni globali come il Global Burden of Disease Study e i report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il lavoro evidenzia che oltre 60 malattie, secondo la Classificazione Internazionale delle Malattie dell’OMS, sono attribuibili interamente al consumo di alcol, ma segnala anche che alcuni danni possono ridursi dopo l’interruzione o la diminuzione del consumo.
Perché gli studi sull’alcol hanno dato risultati così diversi
Il punto di partenza della revisione è la necessità di spiegare perché la letteratura scientifica sull’alcol abbia spesso generato messaggi confusi. Secondo gli autori, una parte del problema riguarda il modo in cui viene misurato il consumo: non conta soltanto la quantità media di alcol bevuta in un giorno o in una settimana, ma anche il modello di consumo, cioè quando, quanto e in quali occasioni si beve. Un consumo regolare e moderato non produce necessariamente gli stessi effetti di episodi concentrati di forte assunzione, anche a parità di quantità complessiva.
A complicare il quadro c’è poi il confronto tra studi osservazionali tradizionali e studi di randomizzazione mendeliana, che utilizzano informazioni genetiche per stimare gli effetti causali. Proprio questi ultimi hanno messo in discussione alcune conclusioni storiche, soprattutto sul possibile effetto protettivo dell’alcol nei confronti di malattie cardiovascolari e ictus ischemico. L’idea del “bicchiere di vino rosso al giorno che fa bene al cuore” nasce in larga parte da studi osservazionali, ma gli autori invitano a considerare possibili distorsioni: chi beve moderatamente può avere anche reddito più alto, dieta migliore, maggiore accesso alle cure o altri fattori favorevoli alla salute.
Il nodo del cancro e l’assenza di una soglia sicura
Uno dei messaggi più netti della revisione riguarda il cancro. Secondo Rehm, non esiste un livello di consumo di alcol sicuro rispetto al rischio oncologico. Qualsiasi quantità può contribuire ad aumentare il rischio di diversi tumori, incluso il tumore al seno, uno dei più studiati in questo ambito. Questo non significa però che il rischio sia identico per tutte le malattie. Gli autori sottolineano che, per alcune condizioni cardiovascolari, piccole quantità di alcol sono state associate in alcuni studi a possibili effetti protettivi, anche se il dato resta controverso. Il problema, quindi, non è semplificabile in uno slogan unico.
Rischi diversi, scelte individuali e storia familiare
La revisione propone un quadro più sfumato rispetto alle posizioni estreme. Da un lato, non è corretto presentare l’alcol come una sostanza innocua, soprattutto perché molte persone ignorano il legame con diversi tipi di cancro. Dall’altro, gli autori spiegano che la valutazione del rischio non è sempre uguale per ogni individuo e per ogni malattia. Un piccolo aumento del rischio oncologico potrebbe convivere, in alcuni profili, con una possibile riduzione del rischio per altre condizioni, anche se questo non equivale a raccomandare il consumo di alcol.
Qui entra in gioco la differenza tra popolazione generale e singola persona. L’epidemiologia costruisce modelli utili per stimare gli effetti medi su gruppi molto ampi, ma il singolo individuo dispone di informazioni personali che possono modificare la valutazione: familiarità per malattie cardiache, storia di tumori in famiglia, pressione alta, problemi epatici, età, abitudini alimentari e stile di vita. Chi ha una forte predisposizione familiare al cancro, ad esempio, potrebbe interpretare il rischio in modo diverso rispetto a chi presenta una storia familiare dominata da eventi cardiovascolari. Gli autori chiariscono anche che il tipo di bevanda non cambia sostanzialmente il quadro: vino, birra o superalcolici contengono comunque alcol. Non ci sono prove solide che il vino rosso sia intrinsecamente più “salutare” del whisky o di altre bevande.
Ridurre o smettere può rallentare alcuni danni
Un aspetto importante della revisione riguarda la possibilità di rallentare o invertire alcuni effetti negativi dell’alcol. Le prove più solide arrivano soprattutto da persone che bevevano molto, ma indicano che ridurre il consumo può avere benefici concreti. Alcuni rischi acuti scompaiono quasi immediatamente: se una persona smette di bere prima di guidare, elimina il rischio di incidente legato alla guida in stato di ebbrezza. Altri effetti richiedono più tempo, ma possono comunque migliorare.
Studi randomizzati hanno mostrato che la riduzione dell’alcol può contribuire ad abbassare la pressione arteriosa, un fattore rilevante per le malattie cardiovascolari. Ci sono anche indicazioni secondo cui smettere di bere possa favorire un parziale recupero della riduzione del volume cerebrale osservata in alcuni casi. Anche il rischio di cancro può diminuire dopo la cessazione. Tuttavia, non tutti i danni sono reversibili: alcune lesioni croniche, in particolare a carico del fegato, possono non regredire completamente. Anche in questi casi, però, ridurre o interrompere il consumo può rallentare la progressione della malattia.
Cosa manca ancora alla ricerca e cosa può fare il cittadino
Gli autori riconoscono che la ricerca su alcol e salute ha ancora molte lacune. Il modello ideale sarebbe quello degli studi randomizzati, considerati il riferimento più solido per valutare i rapporti causali. Tuttavia, non sarebbe etico chiedere a persone astemie o a basso consumo di iniziare a bere per misurarne gli effetti. Più realistico, secondo Carr, è progettare studi in cui i partecipanti riducono o interrompono il consumo, per osservare cosa cambia nel tempo. Quando gli studi randomizzati non sono possibili, è fondamentale costruire ricerche osservazionali più rigorose, capaci di simulare meglio le domande causali ed evitare i bias che hanno condizionato parte della letteratura precedente.
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