Sovraffollamento oltre il 150%, aumento di suicidi e autolesionismo, alta prevalenza di patologie croniche, psichiatriche e infettive. Al convegno “Agorà Penitenziaria 2026” esperti a confronto: la sanità in carcere emerge come nodo centrale di salute pubblica, ma prevenzione e assistenza restano disomogenee
Il carcere come cartina di tornasole delle fragilità sociali e sanitarie del Paese. È questa la fotografia che emerge dal XXVI convegno nazionale “Agorà Penitenziaria 2026”, promosso dalla Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, che riunisce a Roma oltre 200 specialisti tra psichiatri, infettivologi, internisti, odontoiatri e infermieri. Al centro del confronto, un sistema sotto pressione crescente, dove sovraffollamento, disagio psichico e patologie croniche si intrecciano, rendendo la sanità penitenziaria uno snodo sempre più strategico tra salute pubblica e sicurezza.
Un sistema in affanno tra numeri e criticità
I dati più recenti del Garante nazionale delle persone private della libertà personale delineano un quadro strutturalmente critico. Nel 2025, negli istituti penitenziari italiani sono transitate oltre 103mila persone, con livelli medi di sovraffollamento superiori al 150%. Nello stesso anno si sono registrati 254 decessi, di cui 76 suicidi. Un dato che si inserisce in una tendenza preoccupante: negli ultimi cinque anni i suicidi in carcere sono stati 370, a cui si aggiungono circa 2mila tentativi e oltre 11.700 episodi di autolesionismo solo nel 2025. Numeri che restituiscono la complessità di un contesto dove la dimensione sanitaria si intreccia con quella sociale e giuridica.
Il carcere come concentrato di vulnerabilità
Le carceri accolgono una popolazione ad alta fragilità: marginalità economica, dipendenze, disturbi psichiatrici e condizioni croniche spesso non trattate si concentrano all’interno degli istituti. Una realtà che riflette trasformazioni sociali più ampie, accentuate nel periodo post-pandemico, con una ripresa dei fenomeni criminali e una crescente percezione di insicurezza. In questo scenario, il carcere non è più solo luogo di detenzione, ma spazio in cui si sommano bisogni sanitari complessi e spesso inespressi.
Sanità penitenziaria, tra cura e complessità relazionale
“Sanità penitenziaria non significa solo cura, ma salute pubblica – sottolinea Antonio Maria Pagano, presidente della SIMSPe -. Occorre affrontare fragilità complesse e prevenire patologie diffuse – psichiatriche, infettive, cardiovascolari, oncologiche e metaboliche – in un contesto dove la relazione medico-paziente è spesso asimmetrica”. In ambito penitenziario, infatti, alla dimensione clinica si affiancano esigenze legate al percorso giudiziario del detenuto, rendendo più complessa la valutazione e richiedendo strumenti adeguati per garantire appropriatezza e qualità dell’assistenza. A confermare la trasformazione del sistema è anche Luciano Lucania, direttore SIMSPe: “Il carcere è profondamente cambiato. Oggi assistiamo a una concentrazione di disagio sociale e sanitario che rende la gestione più complessa e rende più difficile leggere i bisogni di salute, soprattutto in ambito psichiatrico”.
Prevenzione, ancora a macchia di leopardo
Il Piano nazionale della prevenzione 2020-2025 prevede strumenti fondamentali come screening, diagnosi precoce e promozione della salute. Tuttavia, la loro applicazione negli istituti penitenziari resta disomogenea. Un limite rilevante, considerando che la popolazione detenuta è ad alto rischio e che la prevenzione potrebbe avere un impatto significativo non solo sulla salute individuale, ma anche sull’organizzazione del sistema.
Malattie infettive, un’opportunità di sanità pubblica
Un ambito in cui si registrano risultati concreti è quello delle malattie infettive. Negli ultimi dieci anni, la prevalenza dell’HIV nelle carceri italiane è scesa dal 10% a circa l’1-2%, grazie alla diffusione delle terapie antiretrovirali. “Oggi abbiamo strumenti innovativi come le terapie long acting, che migliorano la continuità delle cure anche dopo la scarcerazione”, spiega Sergio Babudieri, direttore scientifico SIMSPe. Per l’epatite C, invece, i trattamenti disponibili consentono l’eradicazione del virus in poche settimane. Nonostante i progressi, il carcere resta uno snodo cruciale per intercettare il sommerso: studi recenti indicano una prevalenza fino al 20% tra i detenuti. In questo senso, test rapidi all’ingresso e percorsi strutturati di presa in carico trasformano il sistema penitenziario in un contesto strategico per programmi di screening e cura.
Una questione di sanità pubblica
La sanità penitenziaria non può più essere considerata un ambito separato, ma parte integrante del sistema sanitario nazionale. Investire in prevenzione, diagnosi precoce e continuità assistenziale significa non solo migliorare la salute dei detenuti, ma anche ridurre il carico complessivo sul sistema e intervenire su una delle aree più fragili della società.Perché, oggi più che mai, la salute in carcere è una questione che riguarda tutti.
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