One Health 16 Aprile 2026 16:43

Antibiotico-resistenza, volpi e uccelli sentinelle dei superbatteri

Una ricerca italiana pubblicata su Frontiers in Microbiology mostra come la fauna selvatica possa diventare un sistema di allerta precoce per la diffusione dei batteri resistenti agli antibiotici. Analizzati quasi 500 campioni tra volpi e uccelli: anche lontano dall’uomo circolano ceppi ad alto rischio

di Isabella Faggiano
Antibiotico-resistenza, volpi e uccelli sentinelle dei superbatteri

L’antibiotico-resistenza non è più confinata agli ambienti clinici. Lo suggerisce uno studio coordinato dall’Università di Parma, che accende i riflettori su un fenomeno meno visibile ma altrettanto preoccupante: la circolazione di batteri resistenti negli ecosistemi naturali. Nel 2024 quasi quattro italiani su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione antibiotica, secondo i dati Aifa. Un utilizzo elevato che contribuisce ad alimentare il problema. Ma ciò che emerge oggi è che la diffusione dei cosiddetti superbatteri non si ferma ai confini degli ospedali o degli allevamenti.

Volpi e uccelli come “sentinelle” ambientali

La ricerca italiana, pubblicata su Frontiers in Microbiology, ha analizzato 493 campioni fecali provenienti da animali selvatici del Nord Italia: volpi rosse, corvi, gazze e uccelli acquatici. Il risultato è chiaro: la presenza di Klebsiella pneumoniae, uno dei patogeni più temuti per la sua resistenza agli antibiotici, è stata rilevata anche in specie che non sono mai state direttamente esposte ai farmaci. “Abbiamo isolato un clone ST307 ad alto rischio e una carbapenemasi NDM-5 – spiega Mauro Conter, docente del Dipartimento di Medicina Veterinaria -. Un dato che conferma il ruolo della fauna selvatica come serbatoio di resistenza clinicamente rilevante”. In altre parole, volpi e uccelli non sono solo spettatori, ma veri e propri indicatori della contaminazione ambientale.

Una diffusione silenziosa ma ampia

La prevalenza complessiva del batterio è risultata relativamente bassa, intorno al 2%. Ma il dato, sottolineano i ricercatori, non deve rassicurare. “Anche una prevalenza del 2% rappresenta una contaminazione ambientale significativa – osserva Conter -. La Klebsiella si diffonde facilmente attraverso acqua e rifiuti, creando un ciclo continuo uomo-animale-ambiente”. Ancora più rilevante è il profilo di resistenza: il 100% dei ceppi isolati negli animali selvatici è risultato resistente alle cefalosporine di terza generazione, una percentuale nettamente superiore rispetto a quella osservata nei pazienti umani.

Il ruolo degli ecosistemi e dei movimenti animali

Lo studio evidenzia anche come le diverse specie contribuiscano in modo distinto alla diffusione della resistenza. Le volpi, che vivono spesso a contatto con ambienti urbanizzati, favoriscono una propagazione a corto raggio. Gli uccelli, invece, grazie alla loro mobilità, possono trasportare batteri resistenti anche su lunghe distanze, attraversando territori e confini. È così che la resistenza antimicrobica si trasforma in un fenomeno globale e interconnesso, difficilmente contenibile con approcci tradizionali.

One Health: una risposta necessaria

Di fronte a questo scenario, i ricercatori richiamano l’importanza di un approccio One Health, che integri salute umana, animale e ambientale. “Serve ridurre l’inquinamento delle acque reflue, migliorare il trattamento degli scarichi e promuovere un uso più prudente degli antibiotici negli allevamenti”, sottolinea Conter. E conclude: “Il monitoraggio della fauna selvatica può diventare un sistema di allerta precoce per la salute pubblica”.

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