Uno studio su oltre 85mila nascite in Pakistan mostra che l’esposizione alle alte temperature aumenta il rischio di basso peso alla nascita, con effetti destinati a crescere nei prossimi decenni
Non è solo una questione ambientale. Il cambiamento climatico si traduce sempre più in una questione di salute, e tra i più vulnerabili ci sono i neonati. Secondo un nuovo studio pubblicato su BMC Medicine, l’esposizione a temperature estreme durante la gravidanza è associata a un aumento significativo del rischio di basso peso alla nascita. Un dato che, letto insieme alle proiezioni future, restituisce un quadro destinato a diventare sempre più critico. La ricerca, condotta da un team internazionale guidato dall’Università di Adelaide, ha analizzato i dati di 85.017 madri e neonati in Pakistan, raccolti tra il 2008 e il 2017. Il risultato è netto: il 18,72% dei neonati è risultato sottopeso alla nascita. Gli autori hanno osservato che l’esposizione al caldo estremo aumenta il rischio in modo significativo, con valori che variano tra un +47% e un +91% nelle condizioni di temperatura più elevate. “Le donne in gravidanza presentano un rischio maggiore di partorire bambini sottopeso in seguito all’esposizione a temperature estreme”, spiega la professoressa Zohra Lassi, tra le coordinatrici dello studio.
Una quota rilevante di casi legata al clima
Secondo le stime, tra il 9,39% e il 13,15% dei casi di basso peso alla nascita può essere attribuito direttamente al caldo. Tradotto in numeri: oltre 1,2 milioni di casi nel periodo analizzato. E non è tutto. Le proiezioni indicano che questa quota è destinata ad aumentare tra l’8% e il 10% entro il 2060, in uno scenario di riscaldamento globale persistente. Il basso peso alla nascita – definito come inferiore a 2,5 chilogrammi – rappresenta già oggi un fattore di rischio rilevante per mortalità neonatale e per problemi a lungo termine, come ritardi nella crescita e deficit cognitivi.
Disuguaglianze che amplificano il rischio
Lo studio mette in luce un elemento chiave: il caldo non agisce in modo uniforme. A fare la differenza sono le condizioni sociali e ambientali. Il rischio è più elevato tra le donne esposte a inquinamento atmosferico, con basso livello di istruzione o residenti in contesti urbani. A livello geografico, le aree più vulnerabili sono il Punjab meridionale, il Sindh settentrionale e il Baluchistan. “Il caldo interagisce con fattori come povertà, accesso limitato ai servizi sanitari e malnutrizione materna, aggravando i rischi per madri e neonati”, sottolinea la ricercatrice Hira Fatima.
Un indice per misurare la vulnerabilità
Per la prima volta, i ricercatori hanno sviluppato un indice di vulnerabilità al calore su scala distrettuale, combinando dati climatici e indicatori socio-sanitari come povertà e mortalità infantile. Uno strumento che potrebbe aiutare a identificare le aree dove intervenire con maggiore urgenza. Sebbene lo studio sia stato condotto in Pakistan, le implicazioni sono molto più ampie. L’aumento delle temperature medie globali e la frequenza crescente delle ondate di calore rendono questi risultati rilevanti per molti altri Paesi. “L’adattamento climatico non può limitarsi agli avvisi di caldo. Servono servizi di salute materna più efficaci e interventi mirati per le donne più vulnerabili”, avverte Fatima. “E’ urgente mitigare gli effetti del cambiamento climatico e migliorare l’accesso ai servizi sanitari essenziali”, conclude Lassi.
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