Le nuove indicazioni della European Society of Cardiology inseriscono per la prima volta tra i fattori di rischio cardiovascolare anche rumore, luce artificiale, caldo estremo, Pfas e microplastiche
Non è più soltanto lo smog a minacciare il cuore. Oggi a pesare sulla salute cardiovascolare è un insieme di esposizioni ambientali che agiscono in modo sinergico: inquinamento atmosferico, acustico e luminoso, sostanze chimiche persistenti, microplastiche, ondate di calore. Un “cocktail tossico” che contribuisce a oltre 5,5 milioni di morti l’anno per malattie cardiache nel mondo, su circa 20 milioni di decessi cardiovascolari complessivi. Il nuovo documento di consenso della European Society of Cardiology, in pubblicazione su European Heart Journal, aggiorna le linee guida del 2021 e inserisce per la prima volta i fattori ambientali tra i determinanti riconosciuti del rischio cardiovascolare, al pari di ipertensione, diabete, fumo e dislipidemie.
Il meccanismo comune: infiammazione e stress ossidativo
Smog, rumore, luce artificiale e caldo condividono meccanismi biologici simili: stress ossidativo, infiammazione sistemica, disfunzione endoteliale e alterazione dei ritmi circadiani. Le particelle più fini dell’inquinamento atmosferico, una volta inalate, penetrano in profondità nei polmoni e raggiungono il circolo sanguigno, favorendo aterosclerosi, trombosi ed eventi acuti come infarto e ictus. Lo smog da solo è responsabile di oltre 2 milioni di morti cardiovascolari l’anno e comporta una riduzione media dell’aspettativa di vita superiore ai due anni. Il costo economico globale dell’inquinamento atmosferico è stimato in circa 8mila miliardi di dollari l’anno, pari a quasi l’8% del Pil mondiale.
Rumore: +81% di rischio di ipertensione ogni 10 decibel
Tra i fattori meno considerati c’è l’inquinamento acustico. In Europa provoca oltre 12mila decessi ogni anno. Oltre il 20% della popolazione dell’Unione europea è esposta a livelli di rumore da traffico superiori ai 53 decibel nelle 24 ore, ben oltre la soglia di sicurezza dei 40 decibel indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità. L’esposizione cronica al rumore, anche notturno, aumenta la produzione di cortisolo e adrenalina, con effetti diretti su pressione arteriosa e frequenza cardiaca. I dati mostrano che per ogni incremento di 10 decibel il rischio di ipertensione può aumentare fino all’81%, quello di malattia coronarica di circa l’8% e quello di cardiopatia ischemica del 6%.
Luce artificiale e cuore: quando salta il ritmo biologico
Anche l’eccesso di illuminazione notturna incide sulla salute cardiovascolare. La luce artificiale altera il ciclo luce-buio, riduce la produzione di melatonina e impedisce il fisiologico calo notturno della pressione arteriosa, un meccanismo protettivo per il sistema cardiovascolare. La perdita di questo “riposo pressorio” è associata a un aumento del rischio di infarto, ictus e scompenso cardiaco, con circa 10mila decessi l’anno attribuiti all’inquinamento luminoso. L’alterazione dei ritmi circadiani è inoltre correlata a disturbi dell’umore, declino cognitivo e maggiore rischio di demenza, come evidenziato da una recente revisione pubblicata su The Lancet Planetary Health.
Caldo estremo: +2% di mortalità cardiovascolare per ogni grado in più
Il cambiamento climatico entra ufficialmente tra i fattori di rischio cardiovascolare. In Europa, sopra i 20-22 gradi centigradi, la mortalità cardiovascolare aumenta in media del 2,1% per ogni incremento di 1°C. A livello globale, il caldo estremo è responsabile di circa 100mila morti cardiovascolari ogni anno. Le ondate di calore favoriscono disidratazione, aumento della frequenza cardiaca, vasodilatazione e alterazioni della coagulazione, con un impatto particolarmente severo su anziani, pazienti cronici e donne in gravidanza.
Pfas e microplastiche: il rischio invisibile
Tra gli inquinanti chimici emergenti figurano i Pfas, sostanze persistenti presenti in pentole antiaderenti, tessuti impermeabili, imballaggi e cosmetici. I soggetti con le concentrazioni più elevate nel sangue mostrano un aumento del rischio di malattia coronarica compreso tra il 10 e il 20%. Accanto ai Pfas, microplastiche e nanoplastiche rappresentano contaminanti ambientali pervasivi. Ogni adulto respira quotidianamente circa 10 metri cubi d’aria, inalando decine di migliaia di particelle microscopiche. Le sostanze chimiche ambientali nel loro complesso sono associate a quasi 3 milioni di morti cardiovascolari ogni anno.
Le città come laboratorio di prevenzione
Le soluzioni esistono e passano anche dalla pianificazione urbana. Le zone a traffico limitato e le “low emission zones” hanno dimostrato una riduzione significativa di biossido di azoto e polveri sottili, con benefici documentati su ipertensione, ricoveri e mortalità per infarto e ictus. Esperienze come i superblocchi di Barcellona, la “città dei 15 minuti” di Parigi o i piani di mobilità sostenibile avviati a Milano, Bologna, Torino e Roma indicano una direzione possibile. Ma non basta intervenire sul traffico. Le emissioni di ammoniaca provenienti dagli allevamenti intensivi contribuiscono fino al 50% alla formazione di polveri sottili attraverso reazioni chimiche in atmosfera. Ridurre le emissioni domestiche e agricole è parte integrante di una strategia efficace per proteggere cuore, polmoni e cervello. La salute cardiovascolare, oggi, non si gioca solo negli ambulatori. Si gioca nelle politiche ambientali, nei modelli di mobilità, nella qualità dell’aria e persino nella gestione della luce e del rumore. L’inquinamento non è più soltanto una questione ecologica: è un determinante primario di rischio cardiaco globale.
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