Uno studio di UCLA Health e UCSF identifica un complesso proteico che aiuta i neuroni a eliminare la tau tossica, aprendo nuove prospettive terapeutiche contro l’Alzheimer.
Un team di ricercatori di UCLA Health e University of California San Francisco ha identificato un meccanismo biologico che potrebbe spiegare perché alcuni neuroni resistono meglio all’accumulo della proteina tau, strettamente legata all’Alzheimer. Lo studio, pubblicato su Cell, mostra che esistono differenze genetiche e molecolari che permettono a certe cellule cerebrali di eliminare più efficacemente la tau tossica. La scoperta apre nuove prospettive terapeutiche in un campo in cui, nonostante decenni di ricerca, le opzioni di trattamento restano ancora limitate e spesso poco risolutive.
Il ruolo chiave del complesso CRL5SOCS4
Per arrivare a questi risultati, gli scienziati hanno utilizzato una tecnica avanzata di screening genetico basata su CRISPRi, applicata a neuroni umani coltivati in laboratorio. L’obiettivo era quello di analizzare sistematicamente quasi tutti i geni del genoma umano per capire quali influenzano l’accumulo della proteina tau. Quando la tau si aggrega, forma ammassi tossici che danneggiano e infine uccidono i neuroni, contribuendo non solo all’Alzheimer ma anche ad altre demenze, come la demenza frontotemporale.
Tra oltre mille geni coinvolti, è emerso il complesso proteico CRL5SOCS4. Questo sistema agisce come una sorta di “etichettatore molecolare”: applica marcatori chimici alla tau, indirizzandola verso il sistema di smaltimento cellulare, il proteasoma, che la degrada. Analizzando tessuti cerebrali di pazienti con Alzheimer, i ricercatori hanno osservato che i neuroni con livelli più elevati dei componenti di CRL5SOCS4 avevano maggiori probabilità di sopravvivere nonostante la presenza di tau. In altre parole, alcune cellule dispongono di un meccanismo interno di autoprotezione più efficiente. Capire come potenziarlo potrebbe cambiare l’approccio terapeutico alla malattia.
Stress cellulare e nuove strade terapeutiche
Lo studio ha inoltre evidenziato un legame tra stress mitocondriale e formazione di un frammento tossico di tau, noto come NTA-tau, già identificato come biomarcatore nei pazienti. Quando i mitocondri (le “centrali energetiche” della cellula) vengono danneggiati, il proteasoma funziona in modo meno efficiente e produce frammenti anomali di tau che potrebbero accelerare la progressione della malattia.
Questi risultati suggeriscono due possibili strategie: da un lato, aumentare l’attività del complesso CRL5SOCS4 per migliorare la rimozione della tau; dall’altro, proteggere il sistema di riciclo cellulare durante le fasi di stress ossidativo.
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