Dalle barriere organizzative al burden su caregiver: l’advocacy come leva per una valutazione più completa del valore e per percorsi di cura più equi. Chiara Gnocchi per Advocacy 2030
Il valore di una terapia non si esaurisce nei dati clinici: conta anche ciò che accade nella vita quotidiana delle persone, tra tempi, spostamenti, carichi assistenziali e ostacoli organizzativi. Chiara Gnocchi, Communication & Advocacy Head spiega perché Novartis Italia considera il patient advocacy un percorso strutturato per far emergere bisogni non soddisfatti e priorità reali, trasformandoli in insight utili per più funzioni aziendali e per il dialogo con istituzioni e stakeholder. Un approccio che guarda anche alle evoluzioni europee dell’HTA e punta a rendere più appropriata la valutazione complessiva, così da disegnare condizioni di accesso più aderenti alla realtà dei pazienti.
Come definisce la sua azienda il concetto di “advocacy” e come si integra nella strategia complessiva di sostenibilità e accesso?
Per Novartis Italiai il patient advocacy è un impegno strutturato e continuativo per far sì che i bisogni delle persone che vivono con una patologia – e dei caregiver – siano ascoltati e considerati nei processi decisionali che riguardano prevenzione, diagnosi, presa in carico e accesso all’innovazione. Si tratta di un percorso nel tempo volto a creare le condizioni perché il sistema risponda in modo più equo e appropriato ai bisogni reali dei pazienti.
In Italia questo significa contribuire a ridurre le disuguaglianze territoriali, rafforzare i percorsi di cura e favorire un accesso sostenibile all’innovazione, con attenzione ai risultati reali per i pazienti.

In che modo si è evoluto negli ultimi anni il rapporto tra market access e patient access nelle vostre attività?
Negli ultimi anni il rapporto tra market access e patient access si è evoluto in modo sostanziale: oggi è sempre più evidente che non si tratta di due momenti separati, ma di due dimensioni che devono procedere insieme. Ottenere una decisione di rimborsabilità resta un passaggio fondamentale, ma il punto decisivo è trasformare quella disponibilità “formale” in accesso reale, tempestivo e omogeneo per le persone che ne hanno bisogno, lungo tutto il percorso di cura.
In parallelo, registriamo un cambiamento culturale importante: anche il sistema – istituzioni, decisori e stakeholder – sono progressivamente più aperti ad ascoltare e valorizzare il punto di vista dei pazienti. Questo avviene perché cresce la consapevolezza che i soli dati clinici, pur imprescindibili, non esauriscono la comprensione del valore di una terapia, soprattutto quando l’implementazione dipende da fattori organizzativi, territoriali e di presa in carico.
In questa direzione va anche il Regolamento europeo sull’HTA, che rafforza un approccio di valutazione più completo: accanto alla dimensione clinica, diventa sempre più importante considerare anche l’impatto economico, sociale e organizzativo. È proprio qui che il contributo dei pazienti può aggiungere valore: portando evidenze strutturate “di esperienza” su bisogni non soddisfatti, priorità di esito nella vita quotidiana, burden della malattia, barriere di accesso e sostenibilità del percorso (aderenza, trasferimenti, tempi, carico su caregiver). Integrare queste prospettive consente una valutazione più appropriata del valore complessivo di un farmaco e aiuta a disegnare condizioni di accesso più aderenti alla realtà.
Qual è la struttura organizzativa dedicata all’advocacy e come interagisce con le altre funzioni aziendali (medical, public affairs, CSR)?
In Novartis il patient advocacy è collocata nella funzione Corporate Affairs, e lavora in stretta contiguità con la Comunicazione, perché nasce dall’ascolto strutturato di persone con patologia e dalla capacità di trasformare questa voce in insight concreti e iniziative utili.
Gli insight che vengono raccolti hanno valore trasversale e vengono messi a sistema in più processi aziendali. Con la funzione Medica, ad esempio, contribuiscono a leggere meglio i bisogni insoddisfatti, a comprendere il burden della malattia nella vita quotidiana e, quando possibile, a orientare riflessioni su disegno degli studi, endpoint rilevanti per i pazienti e generazione di evidenze. Con Value & Access aiutano a interpretare in modo più completo le priorità di policy e le barriere che incidono sull’accesso reale, soprattutto in un contesto regionale come quello italiano. E, naturalmente, guidano la progettazione di iniziative di informazione ed empowerment, per supportare i pazienti nel loro percorso e rendere la comunicazione più chiara, utile e aderente ai bisogni.
Questa integrazione è garantita da una governance adeguata: momenti di confronto strutturati, priorità condivise, tracciabilità delle iniziative e coerenza con i principi di compliance e trasparenza. A mio parere, l’accentramento della competenza di patient advocacy in una funzione dedicata, come è in Novartis, consente di sviluppare una vera eccellenza operativa, perché è un ambito professionale che richiede competenze specialistiche come active listening, abilità nel trasformare insight e dati in indicazioni concrete per funzioni diverse, capacità di collegare ambiti clinici, organizzativi e sociali, e una forte learning agility per adattarsi a bisogni e contesti in continua evoluzione. In sintesi, un punto di coordinamento unico, ma con un impatto che attraversa l’azienda.
Come costruite relazioni trasparenti e di valore con le associazioni di pazienti e le organizzazioni civiche?
Costruiamo relazioni basate su continuità e obiettivi condivisi. Partiamo dall’ascolto: comprendere priorità, bisogni non soddisfatti e criticità dei percorsi. Da lì, quando ci sono condizioni e obiettivi condivisi, si co-progettano iniziative con ruoli definiti, risultati attesi e criteri di misurazione. La trasparenza è un prerequisito: finalità, contributi e modalità di collaborazione vengono esplicitati e formalizzati, con rendicontazione coerente. Il valore, per noi, si misura nella capacità di produrre cambiamenti concreti: informazione migliore, maggiore orientamento nel percorso, dialogo più strutturato con le istituzioni.
Quali principi etici guidano le vostre collaborazioni con il mondo del paziente e come assicurate l’indipendenza delle parti?
I principi che guidano le collaborazioni sono trasparenza, integrità, centralità del bisogno di salute e rispetto dell’autonomia delle associazioni. L’indipendenza si tutela in primis con rispetto dell’autonomia del pensiero delle associazioni. Concretamente stipuliamo accordi scritti che definiscono obiettivi e utilizzo dei contributi, senza alcun condizionamento sulle posizioni pubbliche delle organizzazioni o sulle loro scelte di governance. Inoltre, le iniziative vengono sottoposte a processi interni di valutazione e compliance, proprio per garantire correttezza, tracciabilità e separazione tra attività di advocacy e dinamiche commerciali. Non per ultimo ci impegniamo ogni anno a documentare e rendere pubblici i trasferimenti di valore effettuati nei confronti delle Associazioni Pazienti e dei Pazienti Esperti.
Potrebbe condividere un esempio concreto di iniziativa o progetto di advocacy condotto dalla vostra azienda e il suo impatto misurabile?
Un esempio concreto è AGORA’, un progetto di Novartis Italia nato per rafforzare l’empowerment delle Associazioni di Pazienti in Italia e il loro ruolo nei processi di health decision making. L’obiettivo è supportare la capacità delle associazioni di contribuire in modo sempre più informato, strutturato e continuativo ai tavoli di confronto, portando con efficacia evidenze, bisogni e priorità delle persone che rappresentano
Il percorso è pluriennale e, nel primo anno, si è concentrato soprattutto su un lavoro di confronto tra associazioni, per favorire lo scambio di esperienze, l’allineamento su priorità comuni e una maggiore capacità di interlocuzione con il sistema. Da questo lavoro sono emerse quattro direttrici di advocacy condivise: ridurre i tempi di accesso, sostenere la ricerca e l’innovazione, superrare le disomogeneità territoriali e promuovere una cultura del dato come leva per decisioni più appropriate.
L’impatto, in una prospettiva di policy, si misura soprattutto nella valutazione di outcomes: è importante valutare un livello di partenza per esempio come la qualità della partecipazione (competenze, strumenti, capacità di interlocuzione) o la comprensione di alcuni temi e misurare nel tempo, aiutati dalla produzione di output comuni e utilizzabili, con l’obiettivo di rendere più stabile e strutturato il coinvolgimento delle associazioni nei processi decisionali.
In che modo il feedback dei pazienti influisce sulle vostre strategie di sviluppo, comunicazione o ricerca clinica?
Il feedback dei pazienti è sempre più determinante nel guidare priorità e scelte. Incide sul modo in cui costruiamo contenuti e materiali informativi – puntando su linguaggio chiaro e bisogni reali – ma anche sul modo in cui interpretiamo i percorsi: barriere di accesso, tempi, difficoltà organizzative, bisogni dei caregiver. Quando possibile, questi insight informano anche la ricerca clinica e la generazione di evidenze, ad esempio valorizzando misure di esito riportate dai pazienti e aspetti di qualità di vita. In sintesi, l’ascolto non è solo “consultazione”: deve tradursi in decisioni e azioni tracciabili.
Quali sono le principali sfide che incontrate nel promuovere una cultura aziendale realmente patient-centric?
La sfida principale è rendere la patient-centricity un fatto operativo, non un principio astratto o un claim. Significa definire priorità chiare, dotarsi di metriche e responsabilità, e garantire coerenza tra funzioni diverse. Un altro tema è la rappresentatività: non tutte le voci arrivano con la stessa forza, e occorre includere anche realtà meno strutturate, territori periferici e bisogni “silenziosi”. Infine, c’è una complessità tipica del contesto italiano: differenze regionali e vincoli organizzativi possono rallentare l’implementazione. Proprio per questo servono partnership mature e orientate a risultati misurabili.
Come valutate il ruolo dell’industria nel sostenere l’empowerment dei pazienti e la diffusione dell’alfabetizzazione sanitaria?
L’industria può avere un ruolo positivo se agisce con responsabilità: supportare l’alfabetizzazione sanitaria significa migliorare la capacità delle persone di comprendere informazioni, orientarsi nei servizi e partecipare alle decisioni in modo consapevole. Questo può avvenire tramite iniziative non promozionali, co-progettate con stakeholder credibili, e con contenuti scientificamente solidi e accessibili. L’empowerment riguarda anche la dimensione collettiva: rafforzare le competenze delle associazioni, come nel caso di AGORA’, aiuta a qualificare il confronto e a rendere più efficace la partecipazione civica.
Guardando al 2030, quale sarà secondo voi il contributo delle aziende alla costruzione di un modello di advocacy condivisa con istituzioni e società civile?
Entro il 2030 mi aspetto un modello più maturo di advocacy condivisa, in cui il coinvolgimento dei pazienti sia più strutturato, trasparente e riconosciuto. Abbiamo altri ecosistemi a cui guardare con ambizione, come per esempio quello inglese in termini di Advocacy. Il contributo delle aziende potrà essere soprattutto metodologico e “abilitante”: portare capacità progettuale, strumenti di misurazione dell’impatto, cultura della valutazione. L’obiettivo dovrebbe essere comune: un sistema capace di integrare innovazione e sostenibilità, con percorsi più omogenei e una partecipazione del paziente non occasionale, ma stabile e qualificata.