Lavoro 16 ottobre 2017

ESCLUSIVA ǀ Luci e ombre del SSN. Ecco il “piano”della Fondazione Gimbe. Cartabellotta: «Rimodulare i Lea»

«Dal Governo tante iniziative importanti, ma manca un piano preciso di salvataggio condizionato dalla limitata capacità della politica di guardare a medio-lungo termine» lo dichiara ai nostri microfoni Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe, che traccia un bilancio sulla sostenibilità del Sistema Nazionale con un occhio di riguardo ai giovani e alla formazione ECM: «Servono più sistemi premiali»

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«Sottratti 11 miliardi dal Sistema Sanitario Nazionale negli ultimi anni» ecco la denuncia di Nino Cartabellotta, Presidente Gimbe, all’indomani della presentazione dei rapporti della Fondazione che mostrano un sistema sanitario anemico e sofferente. Della sostenibilità del sistema, del lavoro, dell’educazione continua in medicina ne parla approfonditamente il Presidente Gimbe in una interessante intervista ai nostri microfoni.

Presidente, nel 2020 la previsione della spesa sanitaria è stata ridotta al 6.3% del PIL, al di sotto della soglia di allarme fissata dall’OMS. Lo dichiara la fondazione GIMBE che ha analizzato la nota di aggiornamento al DEF. Qual è la situazione e quali i rischi concreti?

«Quello che è successo negli ultimi anni è stata una progressiva riduzione del finanziamento pubblico sia in termini assoluti sia in termini di percentuali del PIL. In termini assoluti la Corte dei Conti ha certificato, nel luglio di quest’anno, che rispetto a quello che era stato il finanziamento programmato, la sanità ha avuto circa 11 miliardi in meno senza contare che la rideterminazione del finanziamento pubblico attuata con il decreto del Ministero della Salute, dal Ministero dell’Economia, i primi di giugno, ha tolto altri 600 milioni di euro per l’anno prossimo. Per quanto riguarda la percentuale la preoccupazione è che siamo scesi al di sotto della soglia d’allarme dell’OMS, la soglia è al 5% al di sotto della quale non solo si riduce la qualità e l’assistenza, non solo l’accesso alle cure ma anche l’aspettativa di vita. La preoccupazione è forte perché aldilà di quelli che sono gli elementi di non sostenibilità del SSN, anche in merito alla qualità dell’assistenza potrebbe determinare una riduzione dell’aspettativa di vita».

La Legislatura va verso la fine, quali sono le cose positive e negative del lavoro del Governo e del Parlamento in questi anni?

«Luci e ombre come tutti i governi. Partendo dalle ombre, ciò che sarà oggetto di un report analitico da parte di Gimbe a fine Legislatura è che il Patto della Salute 2014-2016, che era stato sottoscritto da Stato e Regioni, è rimasto in larga parte incompiuto: dalla riorganizzazione dell’assistenza ospedaliera, alla riforma delle cure primarie. Tuttavia ci sono state anche cose positive, uno fra tutti la pubblicazione del decreto sui nuovi Lea, i Livelli Essenziali di Assistenza che finalmente dopo 15 anni ha aggiornato gli elenchi delle prestazioni della specialistica e della protesi. Su questo però rimane il dubbio che, a fronte di un incremento delle prestazioni eleggibili tra i cittadini, corrisponde quel definanziamento pubblico che lascia intravedere una programmazione sanitaria slegata da quella finanziaria. Inoltre ci sono state normative di grande interesse: una su tutti è la Legge 24 chiamata anche Legge Gelli, sulla responsabilità professionale. La Legge Gelli pone paletti fondamentali rispetto al rischio clinico, rispetto alla sicurezza professionale e tira una riga dal punto di vista legislativo e normativo che fino ad oggi è stato oggetto di bizzarrie di giudici e avvocati e di decisioni assolutamente non guidate da una normativa nazionale. Non dimentichiamo anche l’utilità del piano nazionale vaccini: dal punto di vista del nostro osservatorio Gimbe per la sostenibilità rispetto ad azioni “spot”, questo Governo ha fatto tante iniziative importanti per la sanità pubblica. Quello che è mancato, anche alla luce delle difficoltà di comunicazione tra Stato e Regioni, è stato un po’ una visione d’insieme che in un momento di crisi economica e finanziaria non ha permesso di sviluppare strategie e garantire la sostenibilità del SSN a medio e a lungo termine».

Quale potrebbe essere un piano di salvataggio per il Sistema Sanitario Nazionale e per il welfare? Quali sono le priorità?

«Noi abbiamo già presentato due rapporti Gimbe sulla sostenibilità del SSN con l’obiettivo di avere un orizzonte a medio termine, 2025, è un orizzonte sufficientemente ampio per mettere in atto una serie di strategie sia politiche che organizzative, comunicative e professionali. Dall’analisi dell’ultimo rapporto, vengono fuori una serie di azioni principali: la prima ovvia è il rilancio del finanziamento pubblico che non può essere sempre soggetto a operazioni bancomat ogni volta che la finanza pubblica ha bisogno di denaro. Infatti le notizie che vengono dal Def non lasciano presagire nulla di buono. Il secondo problema è che nei Lea ci stanno troppe prestazioni: è inevitabile che bisogna rimodularle, al ribasso, escludendo quelle che sono le meno indispensabili. Il terzo grosso problema è che i soldi sono pochi, stando alle stime dell’Ocse vengono anche sprecati 2 euro su 10; quindi metà della spesa sanitaria (che corrisponde a più di 20 miliardi di euro) potrebbe essere ricollocata in innovazione, in servizi essenziali mentre viene sprecata per eccesso di prestazioni, frodi e abusi, corruzione, costi eccessivi di acquisto che si stanno riallineando e anche per quelle che sono le problematiche di comunicazione ospedale-territorio. Un altro problema è quello della sanità integrativa,  sia i fondi sanitari integrativi che le assicurazioni private, hanno normative frammentarie e stanno creando praterie dove chi vuole entra nel mercato. Questo vuol dire che dei 37 miliardi di spesa privata, meno del 10%, sono intermediati e il rimanente 90% esce dalle tasche dei cittadini. Il vero problema è che non serve un’azione per garantire sostenibilità al SSN, ma ci vuole un approccio combinato che deve tenere conto di tutti quelli che sono gli elementi di criticità».

Gimbe è molto attenta la futuro e ai giovani: basta pensare all’iniziativa GIMBE4YOUNG. Di cosa si tratta e quali sono le prospettive per i giovani professionisti sanitari nel nostro Paese?

«GIMBE4YOUNG è un’iniziativa che la Fondazione ha lanciato 4 anni fa e si rivolge a tutti i giovani professionisti sanitari al di sotto dei 32 anni indipendentemente dalla professione e dalla specialità (studenti medicina, medici specializzandi, studenti di altre professioni sanitarie). Il progetto è ad accesso gratuito, chiunque si può iscrivere e ogni anno vengono realizzate iniziative in relazione al sostegno che riceviamo da finanziatori pubblici e privati. Per esempio, nel 2017, abbiamo lanciato la ‘Summer School’ sulle sperimentazioni cliniche grazie ad un finanziamento non condizionante di Assogenerici. I giovani così possono partecipare gratuitamente ai nostri corsi ed approfondimenti formativi e cominciano a lavorare con noi su tutta una serie di tematiche concettuali: prospettive per il futuro, medicina convenzionata, specializzazioni e altro. Siamo in un momento storico molto importante per i giovani laureati in medicina, infatti entro un paio d’anni 1/3 dei medici di famiglia andrà in pensione, ci sarà dunque un grande vuoto che dovrà essere colmato. Tuttavia per quel che riguarda il pubblico impiego e la medicina ospedaliera, la situazione è più critica: non è chiaro quando sarà sbloccato il turnover e se ci saranno le risorse anche per gli aumenti contrattuali. Mi sento di essere cautamente ottimista ma tutto dipende anche dalla disponibilità di risorse».

A proposito di giovani e preparazione formativa, quanto è importante la formazione continua per i professionisti sanitari e, a suo avviso, le modalità attuali consentono un aggiornamento adeguato?

«La risposta è assolutamente sì, il vero problema è che il Sistema Nazionale per l’educazione continua in medicina dopo aver tarato e reso obbligatoria la formazione continua, grande conquista dal punto di vista culturale, ora necessita di una fase 2.0: acquisire crediti formativi spesso sganciati da quella che è l’attività professionale. Il vero obiettivo della formazione continua non è imparare nuove cose teoriche o pratiche, ma è riuscire a modificare i comportamenti professionali migliorando anche gli indicatori della qualità dell’assistenza. Ecco perché stiamo preparando delle proposte da sottoporre alla Commissione Formazione Continua, per capire soprattutto come i provider pubblici possono inserire dei meccanismi premianti per i professionisti che non solo partecipano ai corsi ma che migliorano anche l’appropriatezza prescrittiva di farmaci o test diagnostici».

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