Contributi e Opinioni 22 novembre 2016

Lo Spreco alimentare tra etica, salute, economia e ambiente

La FAO ci segnala che ogni anno nel mondo vengono sprecati 1,3 miliardi di tonnellate di cibo ancora perfettamente commestibile, un terzo di quanto prodotto e quattro volte la quantità necessaria a sfamare i 925 milioni di persone nel mondo a rischio di denutrizione.[1] Il fenomeno con una diversa dinamica nei diversi passaggi della filiera […]

di Maurizio Ferri - Coordinatore Scientifico SIMeVeP

La FAO ci segnala che ogni anno nel mondo vengono sprecati 1,3 miliardi di tonnellate di cibo ancora perfettamente commestibile, un terzo di quanto prodotto e quattro volte la quantità necessaria a sfamare i 925 milioni di persone nel mondo a rischio di denutrizione.[1] Il fenomeno con una diversa dinamica nei diversi passaggi della filiera alimentare,  interessa sia i paesi in via di sviluppo sia quelli industrializzati. Se consideriamo che molto probabilmente il nostro pianeta dagli attuali sette miliardi di persone raggiungerà nove miliardi nel 2050,  con una domanda di cibo in crescita fino al 60%, lo spreco alimentare viene a porre inevitabilmente un problema economico ed etico di adeguatezza della produzione e ridistribuzione degli alimenti in funzione degli obiettivi del millennio (Millennium Development Goal) che richiederà politiche nazionali e sovranazionali efficaci e sostenibili.[2]

Per meglio comprendere il fenomeno va precisato che lo spreco alimentare (food waste) che interessa la distribuzione, vendita e consumo finale e le perdite alimentari food loss (es.siccità, parassiti, errata programmazione) relative alle fasi di produzione agricola, post-raccolto e trasformazione degli alimenti, si differenziano  dalle eccedenze alimentari che interessano invece prodotti alimentari realizzati, distribuiti o preparati per il servizio, ma che, pur soddisfacendo i requisiti di sicurezza, per varie ragioni non vengono venduti o consumati. Tutto ciò ha ricadute pratiche in termini di azioni preventive se si considera che le eccedenze alimentari e gli sprechi alimentari essendo collegati essenzialmente all’azione umana possono essere potenzialmente ridotti introducendo criteri di efficienza nella pianificazione e predisponendo efficaci strumenti di informazione ed educazione dei consumatori.

Ma è anche spreco alimentare lo stamping out o abbattimento di interi allevamenti (es. aviaria o crisi della mucca pazza) o  la distruzione di tonnellate di partite di alimenti contaminati (es. aflatossine) o con livelli di contaminanti (microbiologici e chimici) ben al di sotto della soglia di rischio reale per il consumatore (approccio normativo hazard-based). E qui si inserisce l’attività di prevenzione e controllo svolto dai servizi veterinari pubblici sull’intera filiera alimentare iniziando dagli allevamenti (sanità animale) per poi proseguire nei macelli, impianti di trasformazione e esercizi di vendita di prodotti di origine animale (sicurezza alimentare).

 

Per comprendere e quantificare meglio il fenomeno sprechi alimentari in Europa, possiamo partire dai dati pubblicati nel recente studio Fusion promosso dall’Unione europea (UE)[3]: ogni anno nei 28 paesi dell’UE vengono buttati al macero 88 milioni di tonnellate di cibo, una quantità impressionate che contrasta con i 79 milioni di persone che oggi vivono al di sotto della soglia di povertà. Si butta il 20% di tutto il cibo prodotto (più di 800 kg/persona), in Italia 108 kg di cui una buona parte a livello domestico contro i 173 kg della media europea.  La famiglie e il settore della trasformazione  contribuiscono per  il 72%, mentre la produzione primaria, i servizi e la commercializzazione all’ingrosso e al dettaglio per il restante 20%. Il valore stimato in Europa è di 120 miliardi di euro, mentre nel nostro paese, 13 miliardi di euro per circa 6 milioni di tonnellate di alimenti buttati al macero. Uno studio del 2011 di Waste Watcher ha quantificato lo spreco alimentare in Italia lungo tutta la filiera  in 20 milioni di tonnellate. Questi numeri pongono un serio problema economico oltre che etico, se è vero che recenti stime economiche attribuiscono alle perdite alimentari 0,2 punti del Pil, corrispondente a 8-9 miliardi di euro.

Le cause dello spreco sono diverse a seconda dei paesi di riferimento, del settore alimentare e della fase della filiera. Nelle fasi di prima trasformazione del prodotto agricolo e dei semilavorati, la cause possono essere riconducibili a malfunzionamenti tecnici e inefficienze dei processi produttivi (scarti di produzione), diversamente a livello di distribuzione (ingrosso e dettaglio) incidono le ordinazioni inappropriate e previsioni errate della domanda. Ulteriori fattori sono imputabili a: sovrapproduzione, errata individuazione del target del prodotto (forma o dimensioni inadatte), deterioramento del prodotto o dell’imballaggio, inadeguatezza della gestione delle scorte e delle strategie di marketing, inadeguate campagne di sensibilizzazione rivolte ai consumatori, i quali  come già accennato contribuiscono in misura maggiore al fenomeno dello spreco e dunque dovrebbero spostare gli interventi di riduzione verso la fase finale della filiera alimentare.

Come è stato osservato, le conseguenze dello perdite, eccedenze e sprechi alimentari sono economiche, etiche e sociali, ma anche ambientali.  Quando il cibo viene perso o sprecato, vengono sprecate anche le risorse naturali utilizzate per la catena di approvvigionamento: terreni, nutrienti,  fertilizzanti sintetici, energia ed acqua[4]. Ogni successivo passaggio  della catena aggiunge risorse ed emissioni, per cui il cibo sprecato a livello di somministrazione e consumo produce il più elevato impatto ambientale.  Lo spreco alimentare grava, inoltre, sul clima a causa dell’emissione di anidride carbonica (se è vero che per produrre 1 kg di cibo se ne immettono nell’atmosfera 4,5 kg), ma anche per la decomposizione dei rifiuti alimentari e la produzione di metano, gas ad effetto serra (responsabile riscaldamento globale), 21 volte più potente dell’anidride carbonica.

Il tema per gli innumerevoli risvolti economici, sociali ed ambientali ha attirato l’attenzione dei politici e dei legislatori comunitari e nazionali, tutti concordi sul fatto che non si può utilizzare una sola leva per aggredire il nodo degli sprechi alimentari, piuttosto c’è bisogno di un lavoro di filiera, che interseca il ruolo delle aziende e delle istituzioni e comportamenti dei consumatori.

[1] Elaborazione BCFN da FAO (2011).

[2] FAO. The State of Food Insecurity in the World 2015: http://www.fao.org/hunger/en/.

[3] Fusions. Estimates of European food waste levels. Reducing food waste through social innovation. EU project supported by the EC-Seventh Framework Programme. 2016: http://www.eu-fusions.org/phocadownload/Publications/Estimates%20of%20European%20food%20waste%20levels.pdf.

[4] Se si considera che per produrre 1 kg di carne bovina si utilizzano dalle 5 alle 10 tonnellate di acqua è facile comprendere come  in Italia dai dati raccolti, i prodotti alimentari sprecati hanno richiesto il consumo di 520 milioni di m2 di acqua in un anno  (water footprint).

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