Uno studio su oltre 2 milioni di neonati svedesi mostra che la mancata somministrazione della vitamina K alla nascita aumenta il rischio di sanguinamenti e quasi triplica quello di emorragia cerebrale.
La profilassi con vitamina K somministrata alla nascita continua a rappresentare uno degli interventi più efficaci per prevenire gravi emorragie nei neonati. A confermarlo è un ampio studio pubblicato su JAMA Pediatrics, che ha analizzato i dati di oltre 2 milioni di bambini nati in Svezia tra il 2003 e il 2021. I ricercatori hanno utilizzato i registri sanitari nazionali per verificare quanti neonati avessero ricevuto l’iniezione intramuscolare di vitamina K e per monitorare eventuali episodi di sanguinamento nei primi sei mesi di vita.
Sebbene il rifiuto della profilassi resti poco frequente, la quota di neonati che non ha ricevuto l’iniezione è più che raddoppiata nel periodo osservato, passando dallo 0,66% del 2006 all’1,50% del 2021. I risultati mostrano che i bambini privi della profilassi avevano un rischio di emorragie significativamente più elevato, con un aumento di circa il 50% per i sanguinamenti complessivi e un rischio quasi triplo di emorragia intracranica.
Perché la vitamina K è fondamentale nei primi giorni di vita
La vitamina K svolge un ruolo indispensabile nel processo di coagulazione del sangue. È infatti necessaria per attivare diverse proteine della coagulazione, tra cui la protrombina, consentendo loro di legare il calcio e favorire la formazione del coagulo che arresta le emorragie. Nei neonati, però, le riserve di questa vitamina sono fisiologicamente molto ridotte. Durante la gravidanza solo una minima quantità attraversa la placenta, mentre il latte materno ne contiene naturalmente livelli bassi. Inoltre, nei primi giorni di vita l’intestino del neonato non possiede ancora una flora batterica in grado di sintetizzarla autonomamente. Questa combinazione di fattori rende i bambini particolarmente vulnerabili alla malattia emorragica da carenza di vitamina K (VKDB), una condizione rara ma potenzialmente fatale, soprattutto quando provoca sanguinamenti cerebrali. Per questo motivo la profilassi con vitamina K è raccomandata di routine subito dopo la nascita in numerosi Paesi. Quando l’iniezione viene rifiutata dai genitori o non è indicata per particolari condizioni cliniche, come alcuni disturbi della coagulazione, è possibile ricorrere a una formulazione orale, che richiede però una dose iniziale seguita da somministrazioni settimanali per dodici settimane.
I risultati: l’iniezione resta la strategia più efficace
Lo studio ha preso in esame poco più di due milioni di neonati nati a partire dalla 35ª settimana di gestazione. Tra questi, 24.089 non avevano ricevuto la profilassi intramuscolare standard con vitamina K alla nascita. Analizzando gli eventi emorragici verificatisi nei sei mesi successivi, gli autori hanno osservato differenze nette tra i bambini che avevano ricevuto l’iniezione e quelli che ne erano stati privati. I neonati senza profilassi presentavano una probabilità circa una volta e mezzo superiore di sviluppare episodi di sanguinamento e un rischio quasi triplo di emorragia intracranica, una delle complicanze più temibili perché può determinare danni neurologici permanenti o risultare fatale. Il rischio appariva particolarmente elevato durante i primi 28 giorni di vita, il periodo di maggiore vulnerabilità.
I ricercatori hanno valutato anche i casi in cui i genitori avevano scelto la vitamina K per via orale come alternativa all’iniezione. Sebbene questo schema terapeutico offra comunque una protezione, i bambini trattati con le gocce hanno mostrato un rischio di emorragia più che doppio rispetto a quelli sottoposti alla profilassi intramuscolare. Secondo gli autori, una possibile spiegazione risiede proprio nelle modalità di somministrazione: mentre l’iniezione garantisce una copertura efficace con un’unica dose, il trattamento orale richiede molteplici somministrazioni nell’arco di tre mesi. Ogni dose dimenticata, ritardata o somministrata in modo non corretto può quindi ridurre l’efficacia complessiva della prevenzione, aumentando la possibilità che il neonato sviluppi una carenza di vitamina K nelle settimane successive alla nascita.
Disinformazione e rifiuto della profilassi: le implicazioni per la salute pubblica
Gli autori sottolineano che, nonostante la percentuale di rifiuto della profilassi resti contenuta, il trend osservato in Svezia merita attenzione. L’aumento delle rinunce si inserisce infatti in un contesto internazionale caratterizzato da una crescente esitazione nei confronti degli interventi preventivi destinati ai neonati, fenomeno spesso alimentato dalla diffusione di informazioni scorrette sui social media e online. I risultati dello studio rafforzano le prove già disponibili sull’efficacia della vitamina K intramuscolare nel prevenire una patologia rara ma potenzialmente devastante, confermando che i benefici della profilassi superano ampiamente i possibili disagi legati all’iniezione.
Secondo i ricercatori, è necessario migliorare l’informazione rivolta ai futuri genitori, spiegando in modo chiaro perché i neonati siano particolarmente esposti al rischio di emorragia nei primi mesi di vita e quale sia il ruolo della vitamina K nel prevenirla. Il gruppo di ricerca ritiene inoltre importante approfondire le ragioni che spingono alcune famiglie a rifiutare l’iniezione e verificare se questa scelta sia associata ad altre decisioni riguardanti la prevenzione, come l’adesione al calendario vaccinale infantile.
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