Salute 20 Maggio 2026 09:00

Vitamina D in gravidanza, possibile beneficio sulla memoria dei figli fino a 10 anni

Un’integrazione ad alte dosi di vitamina D3 durante la gravidanza potrebbe favorire lo sviluppo di alcune funzioni cognitive nei bambini. Uno studio pubblicato su JAMA Network Open ha osservato migliori capacità di memoria verbale e visiva all’età di 10 anni 

di Isabella Faggiano
Vitamina D in gravidanza, possibile beneficio sulla memoria dei figli fino a 10 anni

La vitamina D potrebbe svolgere un ruolo importante non solo per la salute delle ossa, ma anche per lo sviluppo del cervello prima della nascita. È quanto suggerisce uno studio pubblicato su JAMA Network Open da un gruppo di ricercatori del Copenhagen Prospective Studies on Asthma in Childhood (COPSAC) dell’Università di Copenaghen, secondo cui una supplementazione ad alte dosi di vitamina D3 durante la gravidanza è associata a migliori prestazioni nella memoria verbale e visiva dei figli all’età di 10 anni. I risultati rafforzano le evidenze sul possibile contributo della vitamina D allo sviluppo neurologico fetale e rappresentano, secondo gli autori, il primo trial clinico randomizzato a valutare gli effetti della supplementazione prenatale sulla funzione cognitiva in bambini di età superiore ai cinque anni attraverso test neuropsicologici diretti.

Lo studio danese

La ricerca è stata condotta nell’ambito del progetto COPSAC2010 e ha coinvolto 498 bambini seguiti dalla nascita fino al compimento del decimo anno di età. Durante la gravidanza le madri erano state assegnate casualmente a due diversi protocolli di integrazione: una dose standard di vitamina D3 pari a 400 unità internazionali al giorno oppure una dose elevata di 2.800 unità internazionali quotidiane, assunta dalla ventiquattresima settimana di gestazione fino a una settimana dopo il parto. A dieci anni i bambini sono stati sottoposti a una batteria completa di test neuropsicologici per valutare undici differenti funzioni cognitive, tra cui memoria, attenzione, velocità di elaborazione delle informazioni, memoria di lavoro, capacità di pianificazione e flessibilità cognitiva.

Migliori risultati nella memoria verbale e visiva

L’analisi dei dati ha evidenziato che i bambini esposti durante la vita fetale alla dose più elevata di vitamina D3 hanno ottenuto punteggi superiori nei test che misurano la memoria verbale e la memoria visiva rispetto ai coetanei le cui madri avevano ricevuto la supplementazione standard. I ricercatori hanno inoltre osservato una possibile associazione favorevole con la flessibilità cognitiva, ossia la capacità di modificare strategie e comportamenti in risposta a nuove situazioni. Tuttavia questo risultato non ha mantenuto la significatività statistica dopo le correzioni applicate per ridurre il rischio di associazioni casuali. “Questi risultati suggeriscono che l’esposizione prenatale alla vitamina D possa essere associata positivamente ad alcune funzioni cognitive nell’infanzia”, scrivono gli autori dello studio. Gli effetti osservati sono stati definiti moderati ma coerenti, con un beneficio particolarmente evidente nell’ambito della memoria.

Nessun effetto sull’intelligenza generale

Se da un lato lo studio mostra risultati incoraggianti sulla memoria, dall’altro non ha evidenziato differenze significative tra i due gruppi per altre importanti funzioni cognitive. Non sono emersi benefici statisticamente rilevanti sul quoziente intellettivo stimato, sull’attenzione sostenuta, sulla velocità di elaborazione delle informazioni, sui tempi di reazione, sulla memoria di lavoro o sulle capacità di pianificazione. In altre parole, la vitamina D non sembra aumentare l’intelligenza generale dei bambini, ma potrebbe contribuire a migliorare alcuni specifici processi cognitivi legati alla memoria. Un aspetto che gli stessi autori invitano a interpretare con prudenza, evitando conclusioni eccessivamente semplificate.

Perché la vitamina D è importante per il cervello

L’interesse della comunità scientifica per il rapporto tra vitamina D e sviluppo neurologico non è recente. Durante la gravidanza questa vitamina partecipa infatti a numerosi processi biologici fondamentali per la formazione e la maturazione del sistema nervoso centrale. Tra questi figurano la differenziazione neuronale, la sintesi dei neurotrasmettitori e la regolazione del calcio intracellulare, meccanismo essenziale per la comunicazione tra le cellule nervose. Negli ultimi anni diversi studi osservazionali hanno inoltre associato una carenza materna di vitamina D a un aumentato rischio di alcune condizioni neuropsichiatriche, tra cui disturbo dello spettro autistico, disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e schizofrenia. Sebbene tali associazioni non dimostrino un rapporto diretto di causa-effetto, hanno contribuito a rafforzare l’interesse della ricerca verso il possibile ruolo della vitamina D nello sviluppo cerebrale prenatale.

Una finestra cruciale per lo sviluppo cognitivo

Secondo gli autori, il periodo prenatale potrebbe rappresentare una fase particolarmente delicata e strategica per la maturazione delle funzioni cognitive. L’esposizione alla vitamina D durante la gravidanza potrebbe infatti influenzare processi biologici che si manifestano pienamente soltanto anni dopo la nascita. I ricercatori parlano di una possibile “finestra critica” dello sviluppo cognitivo. Alcuni effetti sul cervello potrebbero diventare evidenti solo durante l’età scolare avanzata, quando le reti neurali coinvolte nella memoria e nelle funzioni cognitive superiori raggiungono livelli più elevati di maturazione. Questo potrebbe spiegare perché i benefici osservati a dieci anni non fossero emersi con la stessa chiarezza nelle valutazioni effettuate nei primi anni di vita.

I limiti della ricerca

Come ogni studio scientifico, anche questo presenta alcuni limiti. Gli autori ricordano che si tratta di un’analisi secondaria di un trial originariamente progettato per valutare altri esiti clinici. Inoltre la popolazione studiata era composta prevalentemente da donne con livelli già relativamente adeguati di vitamina D all’inizio della gravidanza. Proprio questo elemento potrebbe aver ridotto l’entità dei benefici osservati. Secondo i ricercatori, in popolazioni caratterizzate da una maggiore diffusione della carenza di vitamina D gli effetti della supplementazione potrebbero risultare più marcati. Anche la composizione prevalentemente caucasica del campione limita la possibilità di estendere automaticamente i risultati ad altre popolazioni.

Verso nuove raccomandazioni nutrizionali?

Pur invitando alla cautela, gli autori ritengono che questi risultati si aggiungano alle numerose evidenze già disponibili sui benefici della vitamina D in gravidanza per la salute ossea e metabolica del bambino. Nel loro insieme, tali dati potrebbero contribuire in futuro a una rivalutazione dei dosaggi raccomandati per la supplementazione prenatale. Serviranno ulteriori studi per confermare i risultati e chiarire quali siano i livelli ottimali di integrazione nelle diverse popolazioni. Tuttavia, il lavoro danese aggiunge un nuovo tassello alla comprensione dei fattori che influenzano lo sviluppo cerebrale nei primi mille giorni di vita e suggerisce che la salute cognitiva potrebbe iniziare a costruirsi molto prima della nascita.

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