Il vaccino adiuvato mantiene un'efficacia di oltre il 60% a tre anni, abbattendo le ospedalizzazioni nei soggetti fragili e garantendo la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale
Uno dei temi trattati in occasione del 59esimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Igiene (SItI), attualmente in corso a Genova, è la prevenzione del Virus Respiratorio Sinciziale (RSV). Nel dibattito, gli esperti cercano di ridefinire le priorità sanitarie e aggiornare le strategie a tutela delle fasce più fragili.
Facciamo il punto con Emanuele Focà, Professore Associato di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Brescia.
L’RSV si diffonde durante la stagione cosiddetta influenzale e, osserva Focà, “è sempre stato un virus abbastanza sottovalutato, nonostante il suo impatto clinico sia molto importante in termini di rischio di malattia, di malattia grave e di ospedalizzazioni”.
Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione per la prevenzione della malattia nella popolazione pediatrica, bisogna ancora lavorare sulla popolazione fragile e anziana. Soprattutto in un contesto in cui le nuove armi a disposizione offrono prospettive incoraggianti. “I dati sul vaccino adiuvato, con 3 anni di follow-up e importanti esperienze in termini di pratica clinica, hanno mostrato che mantiene un’efficacia superiore al 60% nel prevenire la malattia dopo tre anni dalla vaccinazione”. Dati real world, soprattutto provenienti dagli Stati Uniti, hanno inoltre evidenziato la sua validità nel prevenire l’ospedalizzazione.
La protezione riguarda in particolare le persone in età avanzata o che presentano comorbidità, come broncopneumopatia cronico-ostruttiva, asma o scompenso cardiaco, precisa l’esperto.
“Studi di costo-efficacia dimostrano anche che ampliare la disponibilità di un vaccino in grado di prevenire la malattia, la malattia grave e l’ospedalizzazione, possono portare a un ritorno economico significativo”.