In uno studio internazionale pubblicato su The Lancet Global Health la situazione dell’Italia: presente un quadro normativo articolato, ma la risposta istituzionale resta frammentata e disomogenea
In Italia la violenza contro le donne continua a essere un fenomeno largamente sommerso. Nonostante negli ultimi anni siano state approvate diverse norme per rafforzare la prevenzione e la tutela delle vittime, il sistema di monitoraggio e presa in carico rimane incompleto. A evidenziarlo è uno studio internazionale pubblicato su The Lancet Global Health che ha analizzato la risposta istituzionale alla violenza di genere in otto Paesi, tra cui Italia e Spagna. La ricerca mette in luce un paradosso: l’Italia dispone di un impianto legislativo articolato, ma fatica ancora a tradurre le norme in un sistema realmente efficace di riconoscimento, assistenza e monitoraggio del fenomeno.
Il problema dei dati: flussi che non comunicano
Uno dei principali nodi critici riguarda la raccolta e l’integrazione delle informazioni. Nel nostro Paese i dati provengono da diverse fonti – centri antiviolenza, forze dell’ordine, sistema giudiziario e servizi sanitari – ma questi flussi non dialogano ancora in modo sistematico. Questa frammentazione produce un effetto concreto: molti episodi di violenza non vengono intercettati o registrati dalle istituzioni. Gli autori dello studio parlano di un vero e proprio “gap di riconoscimento”, cioè la distanza tra il numero stimato di donne che subiscono violenza e quelle che riescono a entrare in contatto con i servizi pubblici. Secondo le stime del Institute for Health Metrics and Evaluation utilizzate nello studio attraverso il progetto Global Burden of Disease Study, in Italia la prevalenza della violenza fisica o sessuale da parte del partner negli ultimi 12 mesi riguarda circa il 5,4% delle donne sopra i 15 anni.
Il ruolo ancora limitato della sanità
Tra gli aspetti più critici emerge il ruolo ancora marginale del sistema sanitario nell’identificazione dei casi. Nei Paesi europei che dispongono di dati sanitari comparabili – tra cui l’Italia – il riconoscimento formale della violenza da parte dei servizi sanitari riguarda appena l’1,3%–5,6% del fabbisogno stimato. Un dato che evidenzia come ospedali, pronto soccorso e servizi territoriali rappresentino ancora un punto di contatto poco utilizzato, nonostante possano svolgere una funzione cruciale nell’intercettare situazioni di rischio.
Molte leggi, ma attuazione disomogenea
Lo studio riconosce che l’Italia ha sviluppato negli anni un quadro normativo rilevante, dalla legge sul contrasto alla violenza di genere del 2013 fino al cosiddetto “Codice Rosso”, passando per la normativa più recente sul sistema statistico integrato. Tuttavia, il problema principale resta l’attuazione concreta delle politiche. I ricercatori segnalano differenze significative tra le regioni nella disponibilità dei servizi, nella stabilità dei finanziamenti e nella capacità di coordinamento tra i diversi attori coinvolti. In molti casi, inoltre, la risposta territoriale continua a dipendere in larga parte dall’impegno delle organizzazioni del terzo settore e dei centri antiviolenza.
Il confronto europeo: il modello spagnolo
Nel confronto internazionale emerge con chiarezza il caso della Spagna, indicata come uno dei sistemi più strutturati. Qui la risposta alla violenza di genere è organizzata attraverso un modello intersettoriale coordinato, con percorsi di presa in carico chiari, una governance centralizzata e strumenti di monitoraggio più integrati. Un approccio che, secondo gli autori dello studio, potrebbe rappresentare un riferimento anche per altri Paesi europei.
Verso una risposta più integrata
Per colmare il divario tra norme e servizi effettivi, lo studio sottolinea la necessità di rafforzare il coordinamento tra sanità, giustizia, servizi sociali, scuola e forze dell’ordine. Tra le priorità individuate vi sono la definizione di una governance chiara, finanziamenti stabili e la costruzione di un sistema informativo integrato capace di monitorare i percorsi di presa in carico. Un ruolo centrale, infine, è riconosciuto ai centri antiviolenza e alle organizzazioni di donne, considerati presidi fondamentali di accesso, supporto e fiducia per le sopravvissute. La sfida, concludono gli autori, non è soltanto rafforzare le leggi, ma costruire un sistema realmente capace di riconoscere e affrontare la violenza contro le donne in modo strutturale e coordinato. Proprio perché, ancora oggi, una parte rilevante di questo fenomeno continua a rimanere invisibile.
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