Uno studio indica che avviare la campagna vaccinale globale 100 giorni dopo il sequenziamento del virus avrebbe potuto evitare milioni di morti entro il 2021. Un documento ONU propone sei misure per garantire equità nelle future pandemie.
Un avvio più rapido ed equo della campagna mondiale di vaccinazione contro il Covid avrebbe potuto salvare oltre 8 milioni di vite entro la fine del 2021. È quanto emerge da uno studio di modellizzazione analizzato nel documento programmatico Best Practices in Global Vaccination Roll-Out to Reduce Health Inequity, elaborato da ricercatori dell’Istituto delle Nazioni Unite per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute (UNU-INWEH), insieme a studiosi di diverse università e istituzioni internazionali.
Secondo le stime, iniziare la vaccinazione 100 giorni dopo il sequenziamento del virus avrebbe consentito di raggiungere un’elevata copertura prima della diffusione della variante Delta, con benefici soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. Ulteriori 3 milioni di decessi avrebbero potuto essere evitati investendo parallelamente nella capacità produttiva e nelle infrastrutture sanitarie. Il documento, accompagnato da una pubblicazione sottoposta a revisione paritaria sulla rivista Expert Review of Vaccines, propone sei raccomandazioni per rendere l’equità vaccinale un principio operativo della preparazione alle future pandemie.
Nonostante lo sviluppo e la diffusione dei vaccini contro il Covid siano avvenuti più rapidamente rispetto a qualsiasi precedente esperienza vaccinale, l’accesso è rimasto profondamente diseguale. Alla fine del 2021, nei Paesi ad alto e medio-alto reddito era stata somministrata in media almeno una dose per abitante. Nei Paesi a reddito medio-basso il rapporto era di una dose ogni tre persone, mentre in quelli a basso reddito si arrivava a una dose ogni 25 abitanti. Un divario che contrasta con gli obiettivi internazionali di equità e con la necessità di contenere una minaccia sanitaria globale. Gli autori ricordano che, per altri vaccini, i Paesi a basso reddito hanno dovuto attendere anche dai 10 ai 30 anni prima di poter accedere alle immunizzazioni contro l’Haemophilus influenzae di tipo b (Hib) e il papillomavirus umano (HPV).
Le analisi esaminate nel documento indicano che, se i Paesi a basso e medio-basso reddito avessero raggiunto gli stessi tassi di vaccinazione di quelli ad alto reddito, entro ottobre 2021 si sarebbe potuta evitare fino alla metà dei decessi per Covid. Una distribuzione più equa delle scorte già disponibili avrebbe inoltre potuto prevenire 1,3 milioni di morti a livello mondiale entro la fine dello stesso anno.
La disparità non ha avuto soltanto conseguenze sanitarie immediate: la circolazione prolungata del virus nei contesti meno protetti ha aumentato il rischio di nuove varianti e rallentato la ripresa economica. La lezione, secondo i ricercatori, è che la disponibilità di un vaccino efficace non garantisce automaticamente che raggiunga le persone che ne hanno maggiore bisogno.
Il documento sostiene che i principi di allocazione delle dosi debbano essere definiti prima dello scoppio di una nuova pandemia, evitando che la distribuzione venga negoziata durante la crisi, quando gli interessi nazionali e la scarsità delle forniture possono ostacolare la cooperazione. In presenza di scorte limitate, le decisioni dovrebbero basarsi su indicatori epidemiologici, come l’incidenza della malattia, il rischio di sviluppare forme gravi e la velocità di trasmissione. L’obiettivo è indirizzare tempestivamente i vaccini verso le aree in cui possono prevenire il maggior numero di conseguenze gravi, tenendo conto anche della vulnerabilità sanitaria e socioeconomica delle popolazioni.
Il quadro proposto, definito dagli autori come un modello di “equità fin dalla progettazione”, collega tutte le fasi della risposta vaccinale: ricerca e sviluppo, finanziamento, approvvigionamento, produzione, allocazione, distribuzione, utilizzo, sorveglianza della sicurezza e responsabilità. Le raccomandazioni intendono tradurre in meccanismi concreti gli impegni internazionali, compresi quelli previsti dall’Accordo sulla pandemia dell’Organizzazione mondiale della sanità, adottato nel maggio 2025, e dalle modifiche al Regolamento sanitario internazionale entrate in vigore per la maggior parte degli Stati parte nel settembre dello stesso anno.
Tra le misure indicate figurano finanziamenti prevedibili, acquisti congiunti, accordi vincolanti per la condivisione delle dosi e sistemi pubblici per monitorare i tempi di consegna. Gli accordi di acquisto anticipato dovrebbero prevedere prezzi trasparenti, flessibilità nelle consegne e meccanismi automatici di redistribuzione delle scorte al verificarsi di condizioni stabilite in anticipo.
Una risposta più equa richiede anche investimenti strutturali che vadano oltre la disponibilità immediata dei vaccini. Gli autori sottolineano che la produzione regionale può contribuire a ridurre le dipendenze dalle forniture esterne, ma non rappresenta una soluzione autonoma. Per essere sostenibile, necessita di una domanda di lungo periodo, finanziamenti affidabili, regole normative compatibili e personale qualificato. Occorre inoltre diversificare le tipologie di vaccini disponibili e predisporre catene di approvvigionamento e scorte regionali prima dell’inizio di una crisi.
Un altro pilastro è il rafforzamento dei sistemi sanitari, attraverso investimenti nelle strutture, nella formazione degli operatori, nelle catene del freddo e nel monitoraggio delle scorte e delle temperature. La distribuzione deve poter raggiungere anche le aree più isolate, fragili o interessate da conflitti, con prodotti e strategie adatti alle risorse disponibili. All’interno dei singoli Paesi, le dosi dovrebbero essere indirizzate prioritariamente ai gruppi vulnerabili e a maggiore rischio, sulla base di modelli che considerino sia le condizioni cliniche sia quelle socioeconomiche, sotto una supervisione indipendente.
Il documento raccomanda inoltre di proteggere le decisioni vaccinali dalle interferenze politiche, rafforzando gli standard normativi internazionali e il ruolo dei comitati consultivi nazionali indipendenti. La pianificazione dovrebbe includere anche strategie di comunicazione con le comunità e strumenti per individuare e contrastare la disinformazione, senza compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni sanitarie.
La preparazione alle future pandemie passa anche dalla capacità di individuare rapidamente nuovi patogeni e varianti potenzialmente pericolose. Per questo, i ricercatori chiedono investimenti continuativi nella sorveglianza genomica, nel sequenziamento, nell’analisi dei dati e nella formazione del personale in tutti i Paesi. Le informazioni su casi, ricoveri, decessi, vaccinazioni ed eventi avversi dovrebbero essere raccolte secondo standard condivisi, con dati disaggregati per età, sesso, area geografica e gruppo di rischio. La disponibilità di informazioni tempestive, affidabili e rappresentative è essenziale per orientare le decisioni e organizzare la risposta vaccinale.
Un punto centrale riguarda il trattamento dei Paesi che segnalano per primi focolai epidemici o nuove varianti. Secondo gli autori, queste segnalazioni devono essere sostenute e valorizzate, non penalizzate con misure punitive che potrebbero scoraggiare la condivisione tempestiva delle informazioni. Le restrizioni ai viaggi adottate durante la pandemia di Covid sono indicate come un esempio dei rischi associati a risposte che possono disincentivare la trasparenza. La cooperazione dovrebbe invece prevedere un accesso equo ai benefici derivanti dai dati condivisi, compresi vaccini e altre contromisure sanitarie.
Le sei raccomandazioni del documento puntano quindi a integrare sorveglianza, finanziamenti, produzione, approvvigionamento, distribuzione e comunicazione in un sistema coordinato prima della prossima emergenza.
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