Salute 1 Ottobre 2026 15:20

Tumori ginecologici, non basta il peso: la massa muscolare si lega a sopravvivenza e complicanze

Una revisione della Poznan University of Medical Sciences, pubblicata su Cancers, mostra che muscoli scarsi o di bassa qualità si associano a minore sopravvivenza e più complicanze, anche con un BMI normale.

di Arnaldo Iodice
Tumori ginecologici, non basta il peso: la massa muscolare si lega a sopravvivenza e complicanze

Il peso sulla bilancia e l’indice di massa corporea non bastano a capire come una paziente con un tumore ginecologico affronterà le cure. Conta anche, e forse soprattutto, lo stato dei suoi muscoli. È la conclusione di una revisione pubblicata il 1 ottobre 2026 sulla rivista Cancers da un gruppo di ricercatori della Poznan University of Medical Sciences, in Polonia, coordinati da Beata Pieta e Pawel Rzymski. Si tratta di una revisione narrativa strutturata.

Gli autori hanno analizzato la letteratura disponibile su PubMed, Scopus e Web of Science fino ad agosto 2026, concentrandosi soprattutto sulle pubblicazioni dal 2019 in poi. Dei 134 lavori individuati incrociando i termini sarcopenia e tumori ginecologici, dopo una selezione in più fasi ne sono rimasti 14. Sono tutti studi clinici originali che misuravano la massa o la qualità muscolare prima dell’intervento o della terapia. Al centro dell’analisi ci sono i tumori dell’ovaio, dell’endometrio e della cervice uterina, insieme a meta-analisi che raccolgono complessivamente migliaia di pazienti.

Muscoli scarsi, sopravvivenza più bassa

Il dato più solido riguarda la sopravvivenza globale. Nella meta-analisi di Lin e colleghi, che riunisce 16 studi e 2.031 pazienti con tumori ginecologici, la sarcopenia si associa a un rischio di morte più che raddoppiato (hazard ratio 2,61). Si associa anche a un rischio di progressione della malattia più alto del 37%. Un’altra meta-analisi, firmata da Allanson su 13 studi e 2.446 donne, conferma la tendenza, con un aumento del rischio di morte del 33%.

Il tumore dell’ovaio è quello meglio studiato. Secondo il lavoro di Ge e colleghi, basato su 22 studi, una massa muscolare ridotta alla TC aumenta il rischio di morte di circa il 30%, mentre una scarsa qualità del muscolo lo alza del 24%. Nelle pazienti con tumore della cervice trattate con chemioradioterapia, una perdita muscolare superiore al 10% in 150 giorni è stata collegata a un rischio di morte sei volte maggiore. Nell’endometrio, una massa muscolare bassa si associa a una peggiore sopravvivenza a un anno.

Più incerto il quadro su recidive e progressione: nell’ovaio, ad esempio, la meta-analisi di Ge non ha trovato associazioni significative. Gli autori invitano alla cautela nel generalizzare i risultati da un tumore all’altro, anche per la grande eterogeneità dei metodi.

Complicanze, ricoveri e tossicità delle cure

Il muscolo conta anche in sala operatoria e durante le terapie. Sempre nella meta-analisi di Ge, le pazienti con tumore ovarico e scarsa qualità muscolare hanno un rischio di complicanze quasi doppio. Uno studio di Mercan e colleghi su donne operate con chirurgia citoriduttiva e chemioterapia ipertermica intraperitoneale ha rilevato un rischio di infezioni più che triplo in caso di massa muscolare ridotta. Si allungano anche i ricoveri. In un lavoro coreano su tumori ovarici in stadio iniziale, la degenza è passata da 12 a 17 giorni nelle pazienti sarcopeniche.

C’è poi la questione delle dosi. Molti chemioterapici vengono calcolati sulla superficie corporea, che non tiene conto di quanta massa magra abbia davvero una persona. Chi ha pochi muscoli può quindi ricevere, in proporzione, una quantità di farmaco più alta. Uno studio su 98 pazienti con tumore dell’endometrio trattate con carboplatino e paclitaxel lo mostra bene. Oltre la soglia di 8,12 milligrammi di paclitaxel per chilo di massa magra, la neuropatia periferica compariva nel 52% dei casi, contro il 30,1% delle altre.

Anche la perdita muscolare durante le cure pesa. In una coorte di 650 donne con tumore ovarico, chi perdeva muscolo dopo chirurgia e chemioterapia aveva un rischio di morte più che doppio rispetto alle altre.

Un segnale simile emerge, su numeri molto piccoli, anche nelle pazienti con tumore endometriale trattate con immunoterapia. Gli autori precisano però che questi dati non giustificano, per ora, modifiche di routine dei dosaggi.

Dalla TC alla bioimpedenza: come misurare il muscolo

Uno dei messaggi centrali della revisione è che una massa muscolare bassa può nascondersi anche dietro un peso normale o elevato. È il caso della cosiddetta obesità sarcopenica, che sfugge se ci si limita alla bilancia e all’indice di massa corporea. Per misurare il muscolo, la ricerca oncologica usa soprattutto la tomografia computerizzata, analizzando la sezione all’altezza della terza vertebra lombare.

Oltre alla quantità, la TC permette di stimare la qualità del muscolo, che peggiora quando il tessuto è infiltrato dal grasso. Il vantaggio è che si possono sfruttare esami già eseguiti per la stadiazione, senza nuove radiazioni. Servono però software dedicati, personale formato e soglie condivise, che oggi mancano. Per i controlli ripetuti, gli autori guardano alla bioimpedenziometria, o BIA: un esame rapido, non invasivo, senza radiazioni e adatto all’ambulatorio. I suoi limiti sono noti. I risultati cambiano con l’idratazione, gli edemi e soprattutto l’ascite, e non esistono valori di riferimento validati per queste pazienti. La BIA, sottolineano i ricercatori, non sostituisce la TC né serve da sola a diagnosticare la sarcopenia. Quest’ultima, infatti, richiede anche la misura della forza muscolare e della performance fisica. Queste misure sono spesso assenti negli studi, che più correttamente descrivono una massa muscolare ridotta all’imaging.

Cosa cambia per le pazienti e cosa resta da dimostrare

Sul piano pratico, gli autori propongono di inserire la valutazione della composizione corporea in una presa in carico più ampia. Questa dovrebbe comprendere stato nutrizionale, forza, capacità fisica, tossicità delle cure e qualità della vita. Identificare per tempo le pazienti con muscoli scarsi o di bassa qualità può servire a indirizzarle verso interventi su misura. La raccomandazione è di combinare il supporto nutrizionale con l’attività fisica, in particolare con esercizi di resistenza, perché la sola dieta di solito non basta a preservare la funzione muscolare. Per chi ha bisogno di più proteine, la revisione indica un apporto di 1,2-1,5 grammi per chilo di peso al giorno, da adattare alle condizioni cliniche. Nel periodo che precede l’intervento, queste misure possono rientrare nei programmi di preabilitazione e nei protocolli di recupero rapido dopo la chirurgia.

Un ruolo importante spetta al team multidisciplinare: medici, dietisti, fisioterapisti, psico-oncologi, infermieri e ostetriche. Sono chiamati anche a riconoscere segnali come stanchezza crescente, calo dell’appetito, difficoltà a camminare o sintomi di neuropatia. I ricercatori raccomandano inoltre di comunicare i risultati senza stigmatizzare le pazienti né farle sentire responsabili dei cambiamenti legati alla malattia.

Restano però molte domande aperte. Le prove sul legame tra muscoli e qualità della vita sono ancora scarse. Inoltre, l’associazione con una prognosi peggiore non dimostra che aumentare la massa muscolare allunghi la sopravvivenza o riduca la tossicità. Serviranno studi prospettici e interventistici, con misure standardizzate e ripetute nel tempo, per capire se monitorare il muscolo migliori davvero la tolleranza alle cure e gli esiti clinici.

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