Prevenzione 24 Giugno 2026 02:00

Tumore ovarico avanzato, nuova terapia sperimentale al Gemelli per ridurre le recidive

Una sola somministrazione dopo l’intervento per colpire le cellule tumorali residue e ridurre il rischio di recidiva. Al Gemelli è in corso uno studio internazionale su un innovativo radio-farmaco per le donne con tumore ovarico avanzato

di Viviana Franzellitti
Tumore ovarico avanzato, nuova terapia sperimentale al Gemelli per ridurre le recidive

Il carcinoma ovarico avanzato continua a rappresentare una delle principali sfide dell’oncologia ginecologica. Nonostante i progressi ottenuti negli ultimi anni grazie alla chirurgia e alle terapie farmacologiche, molte pazienti vanno incontro a una recidiva della malattia. Per questo motivo cresce l’interesse verso approcci in grado di eliminare le cellule tumorali che possono rimanere nell’addome anche dopo un intervento apparentemente radicale.

In questo contesto si inserisce uno studio clinico internazionale di fase 2 che vede protagonista anche il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma, unico centro italiano coinvolto nella sperimentazione. L’obiettivo è verificare se un nuovo radio-farmaco somministrato direttamente nella cavità addominale possa migliorare il controllo della malattia e prolungare la sopravvivenza libera da progressione nelle pazienti con tumore ovarico sieroso di alto grado in stadio III-IV.

Una risposta a un bisogno terapeutico ancora insoddisfatto

La sperimentazione si rivolge a donne con carcinoma ovarico sieroso di alto grado avanzato, prive di mutazioni BRCA e con meccanismi di riparazione del DNA funzionanti. Si tratta di una popolazione per la quale le opzioni terapeutiche disponibili dopo la chirurgia risultano ancora limitate e che presenta un rischio elevato di ricaduta.

Le pazienti incluse nello studio vengono sottoposte a chemioterapia neoadiuvante, seguita dall’intervento chirurgico di rimozione del tumore. È proprio in questa fase che entra in gioco il nuovo trattamento, pensato per colpire eventuali cellule tumorali residue non visibili a occhio nudo ma potenzialmente responsabili della ripresa della malattia.

Come funziona il radio-farmaco che agisce direttamente nel peritoneo

Il trattamento sperimentale si basa su Radspherin, un radio-farmaco costituito da particelle contenenti radio-224 associate a microparticelle di carbonato di calcio. La caratteristica principale di questa terapia è la capacità di rilasciare radiazioni alfa ad alta energia ma con una penetrazione molto limitata, di pochi millimetri.

Questa peculiarità permette di concentrare l’azione terapeutica sulla superficie del peritoneo, la membrana che riveste la cavità addominale e che rappresenta una delle sedi più frequenti di diffusione del tumore ovarico. In teoria, il trattamento potrebbe distruggere le micrometastasi residue riducendo al minimo l’esposizione degli altri organi e limitando gli effetti sistemici.

La somministrazione avviene una sola volta, attraverso un piccolo catetere intraperitoneale posizionato nei giorni immediatamente successivi all’intervento chirurgico.

Uno studio internazionale che coinvolge Europa, Regno Unito e Stati Uniti

La sperimentazione coinvolge 10 centri internazionali tra Europa, Regno Unito e Stati Uniti e prevede l’arruolamento di 102 pazienti. Le partecipanti vengono assegnate in modo casuale a ricevere il trattamento attivo o il placebo, sempre in associazione alla terapia standard.

I ricercatori valuteranno diversi parametri clinici, a partire dalla sopravvivenza libera da progressione della malattia, considerata l’obiettivo principale dello studio. Saranno inoltre monitorati la sopravvivenza complessiva, il controllo della malattia a livello peritoneale, la qualità di vita e la sicurezza del trattamento.

L’arruolamento è iniziato nel 2024 e il completamento del follow-up è previsto nel 2029.

Cosa potrebbe cambiare per le pazienti

L’aspetto più rilevante di questa ricerca riguarda il possibile impatto concreto sul percorso di cura. Se i risultati confermeranno l’efficacia osservata nei primi studi clinici, questa strategia potrebbe offrire una nuova opportunità terapeutica alle donne che oggi dispongono di poche alternative dopo la chirurgia.

Ridurre il rischio di recidiva significa infatti poter allungare il tempo libero dalla malattia, limitare la necessità di ulteriori trattamenti e migliorare la qualità della vita. Per le pazienti con tumore ovarico avanzato, spesso costrette ad affrontare percorsi terapeutici lunghi e complessi, anche un incremento della durata del controllo della malattia può tradursi in un beneficio significativo.

Una possibile integrazione alle terapie peritoneali già disponibili

L’approccio sperimentale non sostituisce le strategie già utilizzate per il trattamento delle carcinosi peritoneali, ma potrebbe affiancarle. Oggi alcuni centri specializzati utilizzano procedure come la HIPEC (chemioterapia intraperitoneale ipertermica) e la PIPAC (chemioterapia aerosolizzata pressurizzata), entrambe finalizzate a trattare la malattia direttamente nella cavità addominale.

L’eventuale introduzione di una terapia radiometabolica intraperitoneale potrebbe ampliare ulteriormente le possibilità di cura, contribuendo a una gestione sempre più personalizzata del carcinoma ovarico avanzato e migliorando l’accesso a trattamenti innovativi per una categoria di pazienti che continua a presentare importanti bisogni assistenziali ancora insoddisfatti.

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