Salute 24 Giugno 2026 06:10

Tumore al seno, l’intelligenza artificiale può aiutare a evitare chemioterapie inutili

Uno studio pubblicato su Nature Communications identifica un biomarcatore immunitario capace di migliorare la selezione delle pazienti con rischio intermedio. L'obiettivo è ridurre trattamenti non necessari e personalizzare ulteriormente le cure

di Isabella Faggiano
Tumore al seno, l’intelligenza artificiale può aiutare a evitare chemioterapie inutili

Nel tumore della mammella in fase iniziale non sempre è semplice stabilire chi trarrà realmente beneficio dalla chemioterapia. Nonostante i progressi della medicina di precisione e l’introduzione dei test genomici, esiste infatti un gruppo di donne per le quali la scelta terapeutica rimane particolarmente complessa: quelle con un rischio di recidiva definito “intermedio”. Per queste pazienti la chemioterapia viene spesso prescritta a scopo precauzionale, nel dubbio che possa offrire un vantaggio aggiuntivo rispetto alla sola terapia endocrina. Il risultato è che molte donne si sottopongono a trattamenti gravati da effetti collaterali importanti senza sapere con certezza quanto ne beneficeranno.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

Una nuova ricerca condotta dalla RCSI University of Medicine and Health Sciences e dalla University College Dublin, pubblicata su Nature Communications, suggerisce che l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a rendere questa decisione più precisa. I ricercatori hanno analizzato il cosiddetto microambiente tumorale, ovvero l’insieme delle cellule e dei tessuti che circondano il tumore, utilizzando strumenti avanzati di patologia digitale e algoritmi di intelligenza artificiale. L’obiettivo era individuare caratteristiche biologiche in grado di prevedere quali pazienti possano realmente beneficiare della chemioterapia e quali, invece, potrebbero evitarla in sicurezza.

I linfociti che raccontano il comportamento del tumore

L’attenzione degli studiosi si è concentrata sui linfociti T CD8+, cellule del sistema immunitario specializzate nel riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Analizzando centinaia di campioni di tessuto provenienti da donne con carcinoma mammario positivo ai recettori degli estrogeni e negativo per HER2, i ricercatori hanno osservato che la densità di questi linfociti nel tessuto che circonda il tumore fornisce informazioni preziose sulla risposta alle cure. In particolare, nelle pazienti con rischio genomico intermedio, una maggiore presenza di linfociti T CD8+ nello stroma tumorale è risultata associata a un beneficio limitato della chemioterapia e a esiti meno favorevoli nelle donne sottoposte al trattamento. Un dato che potrebbe sembrare controintuitivo, poiché tradizionalmente la presenza di cellule immunitarie antitumorali è considerata un segnale positivo. Secondo gli autori, il fenomeno potrebbe essere spiegato da uno stato di “esaurimento funzionale” delle cellule immunitarie: il sistema immunitario riconosce il tumore ma non riesce più a contrastarlo in modo efficace.

Verso cure sempre più personalizzate

“La decisione sulla chemioterapia nelle pazienti con rischio genomico intermedio è spesso difficile e l’incertezza porta frequentemente a trattamenti che potrebbero non essere necessari”, spiega Darran O’Connor, responsabile della ricerca presso la RCSI School of Pharmacy and Biomolecular Sciences. Secondo il ricercatore, l’analisi del microambiente tumorale basata sull’intelligenza artificiale rappresenta un ulteriore passo avanti rispetto ai test genomici oggi utilizzati. Lo studio suggerisce infatti che l’integrazione tra informazioni genomiche e caratteristiche immunologiche del tumore potrebbe migliorare la capacità di individuare le pazienti che necessitano realmente della chemioterapia, riducendo l’esposizione a tossicità evitabili.

Una tecnologia già compatibile con la pratica clinica

Un altro elemento considerato promettente dai ricercatori riguarda la possibilità di applicare questa metodica ai campioni di tessuto raccolti durante il normale percorso diagnostico. In prospettiva, il biomarcatore potrebbe quindi essere integrato nella pratica clinica senza richiedere procedure aggiuntive per le pazienti. Gli autori invitano comunque alla cautela. Sebbene i risultati siano stati confermati in una seconda coorte indipendente, saranno necessari ulteriori studi per validare il biomarcatore e verificarne l’efficacia nella pratica clinica quotidiana. Anche se una cosa è certa: non tutte le donne con tumore al seno traggono lo stesso beneficio dalla chemioterapia. Comprendere meglio il dialogo tra tumore e sistema immunitario potrebbe aiutare a scegliere il trattamento giusto per la paziente giusta, evitando cure inutili senza compromettere le possibilità di guarigione.

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato