Salute 16 Febbraio 2026 15:06

Stress, lo “scudo sociale” protegge il cervello: stare in compagnia riduce l’allerta

Uno studio dell’Università degli Studi di Padova pubblicato su Psychophysiology dimostra che la presenza di un’altra persona riduce l’allerta del sistema nervoso durante situazioni di stress

di Isabella Faggiano
Stress, lo “scudo sociale” protegge il cervello: stare in compagnia riduce l’allerta

Affrontare lo stress da soli costa di più. Non solo in termini emotivi, ma anche fisiologici. Il nostro cervello, quando percepisce una minaccia, attiva risposte automatiche di vigilanza e prepara il corpo all’azione. Ma se accanto a noi c’è qualcuno, anche uno sconosciuto, questa risposta cambia: l’allerta si riduce, il sistema nervoso si regola in modo più efficiente. A dimostrarlo è uno studio pubblicato su Psychophysiology e condotto dai Dipartimenti di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione e di Psicologia generale dell’Università degli Studi di Padova, in collaborazione con la Wake Forest University.

Il supporto sociale come regolatore fisiologico

L’accesso al supporto sociale durante uno stress emotivo è uno dei fattori più importanti per regolare l’attivazione psicofisiologica indotta dallo stress ed è associato a migliori livelli di salute e benessere. Se numerose ricerche epidemiologiche avevano già collegato le relazioni sociali a una maggiore longevità e a un migliore equilibrio psicofisico, il nuovo lavoro entra nel merito dei meccanismi neurofisiologici che spiegano questo effetto “tampone”. I ricercatori hanno voluto approfondire come la vicinanza a una risorsa sociale – partner o sconosciuto – moduli un indicatore chiave della vigilanza alla minaccia: il riflesso di trasalimento (startle reflex), una contrazione muscolare automatica che segue un rumore improvviso e che aumenta quando l’organismo percepisce un pericolo.

Il test dello stress: soli, in coppia o con uno sconosciuto

Settanta donne sono state sottoposte al Trier Social Stress Test (TSST), un protocollo standardizzato che induce stress simulando un colloquio di lavoro davanti a una commissione. Le partecipanti sono state divise in tre gruppi: da sole, insieme al partner romantico oppure accanto a una persona sconosciuta. Durante la prova, i ricercatori hanno misurato la reattività del riflesso di trasalimento attraverso stimoli acustici, insieme ai livelli di ansia auto-riferiti. I risultati mostrano che l’induzione dello stress è associata a una forte modulazione del riflesso di trasalimento. Ma emerge un dato chiave: l’accesso a risorse sociali attenua questa risposta. In altre parole, stare insieme ad altri mentre si affronta uno stressor regola la vigilanza alla minaccia. Chi affrontava la prova da solo mostrava livelli di allerta più elevati rispetto a chi era accompagnato. E l’effetto “scudo” non riguardava solo la presenza del partner: anche uno sconosciuto si è rivelato sufficiente a ridurre la reattività del sistema nervoso.

Il cervello è “progettato” per non essere solo

“I nostri dati – spiega Antonio Maffei, primo autore dello studio – supportano la Social Baseline Theory”, una teoria secondo cui il cervello umano è ottimizzato per funzionare al meglio in presenza di altri, soprattutto nelle situazioni stressanti. Quando siamo soli, il sistema nervoso deve investire più risorse cognitive e metaboliche per monitorare l’ambiente e prevenire possibili pericoli. La semplice presenza fisica di un’altra persona agisce come segnale di sicurezza, consentendo una regolazione più efficiente della risposta allo stress. Il riflesso di trasalimento, secondo i ricercatori, sembra “tracciare” dinamicamente questo processo di condivisione del carico: la vicinanza sociale ottimizza la regolazione fisiologica e cognitiva del comportamento in un ambiente percepito come minaccioso.

Relazioni come risorsa di salute

I risultati mostrano in modo concreto come l’ambiente sociale modelli la nostra risposta psicofisiologica allo stress acuto. E aprono la strada a ulteriori studi per comprendere come le differenze individuali possano potenziare – o limitare – questi effetti protettivi. In un’epoca in cui isolamento e solitudine sono riconosciuti come fattori di rischio per la salute, la ricerca aggiunge una conferma biologica a un’intuizione semplice ma potente: le relazioni non sono solo un conforto emotivo, ma una vera e propria risorsa fisiologica.

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