Salute 11 Maggio 2026 11:20

Sindromi coronariche acute: 135mila casi l’anno in Italia, ANMCO vara nuove cure standard

Le nuove Raccomandazioni presentate al Congresso nazionale ANMCO a Rimini, puntano a uniformare diagnosi e trattamenti riducendo mortalità e differenze assistenziali sul territorio

di Viviana Franzellitti
Sindromi coronariche acute: 135mila casi l’anno in Italia, ANMCO vara nuove cure standard

Le sindromi coronariche acute continuano a rappresentare una delle principali emergenze cardiovascolari, con un impatto clinico e organizzativo enorme sui sistemi sanitari. In Italia si registrano ogni anno circa 135mila casi, mentre nel mondo le persone colpite sono quasi 7 milioni. Per affrontare una patologia ancora gravata da elevata mortalità e frequenti complicanze, l’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), su incarico dell’Istituto Superiore di Sanità, ha elaborato nuove Raccomandazioni di Buona Pratica Clinico-Assistenziale dedicate alla diagnosi e alla gestione delle sindromi coronariche acute. Le indicazioni sono state presentate durante il 57° Congresso nazionale ANMCO che si è svolto a Rimini e coinvolgono oltre 40 società scientifiche. L’obiettivo è fornire ai professionisti sanitari strumenti condivisi e aggiornati per migliorare appropriatezza, tempestività delle cure e uniformità dei percorsi terapeutici su tutto il territorio nazionale.

Malattie cardiovascolari ancora prima causa di morte

Le malattie cardiovascolari restano la principale causa di morte a livello globale. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno provocano circa 18 milioni di decessi, pari al 31% della mortalità complessiva mondiale. La maggior parte degli eventi fatali è legata a infarto miocardico acuto e ictus ischemico. Anche in Italia il peso epidemiologico è molto rilevante. La cardiopatia ischemica contribuisce a circa l’11% di tutti i decessi, con una maggiore incidenza negli uomini. Nonostante i progressi terapeutici degli ultimi decenni, le sindromi coronariche acute continuano a rappresentare una delle principali cause di ricovero, invalidità e mortalità cardiovascolare.

Nuove linee guida per ridurre variabilità e ritardi nelle cure

Secondo gli esperti ANMCO, uno dei problemi principali nella gestione delle sindromi coronariche acute è rappresentato dalla persistente eterogeneità dei percorsi clinici e organizzativi. Sebbene esistano linee guida internazionali consolidate, molte decisioni terapeutiche restano controverse o difficili da applicare nei diversi contesti assistenziali italiani.

Le nuove Raccomandazioni nascono proprio con l’obiettivo di standardizzare i percorsi diagnostico-terapeutici, adattandoli alla realtà del Servizio sanitario nazionale. Le indicazioni riguardano diversi aspetti cruciali della gestione clinica, tra cui la tempistica della coronarografia, il trattamento farmacologico iniziale, la strategia invasiva nei pazienti anziani, la gestione post-arresto cardiaco e l’assistenza nelle aree geografiche più difficili da raggiungere. Il documento punta, inoltre, a migliorare il coordinamento tra pronto soccorso, unità coronariche, cardiologie territoriali e medicina del territorio, riducendo le differenze assistenziali regionali e favorendo un accesso più rapido alle cure salvavita.

Dalla mortalità del 30% al 2,8%: i progressi della cardiologia italiana

Tra gli elementi evidenziati durante il congresso emerge il significativo miglioramento della sopravvivenza dei pazienti con infarto miocardico acuto negli ultimi decenni. Dai dati illustrati da ANMCO, la mortalità intraospedaliera è passata dal 30% degli anni Settanta al 2,8% registrato nel 2024, grazie all’evoluzione delle reti cardiologiche, delle tecniche interventistiche e delle terapie farmacologiche.

Un ruolo centrale è stato svolto dagli studi clinici e osservazionali coordinati dalla cardiologia italiana, dagli storici studi GISSI fino ai più recenti registri Eyeshot. Oggi oltre il 90% delle Unità di terapia intensiva coronarica italiane aderisce ad ANMCO, creando una rete capillare di assistenza specialistica. Nonostante questi risultati, il rischio a lungo termine resta elevato. I dati dei registri internazionali mostrano infatti che la mortalità complessiva a cinque anni dopo una sindrome coronarica acuta può ancora superare il 15-20%, con frequenti recidive ischemiche, ictus, aritmie e scompenso cardiaco.

STEMI e NSTEMI: perché la diagnosi precoce cambia la prognosi

Uno dei punti cardine delle nuove Raccomandazioni riguarda la distinzione tempestiva tra STEMI e NSTEMI, le due principali forme di infarto miocardico acuto.

Nel caso dello STEMI, caratterizzato dal sopraslivellamento del tratto ST all’elettrocardiogramma, è necessario intervenire nel più breve tempo possibile con procedure di rivascolarizzazione urgente. Nel NSTEMI, invece, la gestione può richiedere una diversa stratificazione del rischio e tempistiche differenti. Secondo gli specialisti, la rapidità della diagnosi iniziale condiziona direttamente prognosi, mortalità e rischio di complicanze. Per questo motivo il documento insiste sulla necessità di percorsi assistenziali integrati, con una presa in carico immediata del paziente già nelle prime fasi dell’emergenza.

Pazienti anziani: superare l’approccio basato solo sull’età

Ampio spazio viene dedicato anche alla gestione dei pazienti anziani, una popolazione sempre più numerosa tra i ricoverati per sindrome coronarica acuta. Le Raccomandazioni sottolineano che non è più appropriato scegliere strategie terapeutiche meno aggressive basandosi esclusivamente sull’età anagrafica. Le decisioni cliniche devono invece considerare fragilità, comorbidità, autonomia funzionale, stato cognitivo e obiettivi di cura. Secondo gli esperti, anche nei pazienti più anziani una strategia invasiva, quando appropriata, può ridurre il rischio di reinfarto e di nuove rivascolarizzazioni urgenti. Nei soggetti più fragili, invece, l’approccio deve essere personalizzato per evitare trattamenti sproporzionati o eccessivamente gravosi.

Scompenso cardiaco: più terapie mirate ma la sfida resta aperta

Durante il congresso sono stati presentati anche i dati dello studio osservazionale Bring-Up 3-HF, che ha coinvolto circa 10mila pazienti e oltre 180 cardiologie italiane. Lo studio ha documentato un aumento significativo dell’utilizzo delle terapie raccomandate nei pazienti con scompenso cardiaco. Nei soggetti con scompenso a funzione sistolica ridotta, i beta-bloccanti sono stati utilizzati in oltre il 94% dei casi, mentre gli inibitori SGLT2 hanno raggiunto l’84% delle prescrizioni. La cosiddetta quadruplice terapia è risultata adottata in più del 65% dei pazienti.

I progressi della cardiologia hanno migliorato sopravvivenza e qualità delle cure, ma il peso delle malattie cardiovascolari resta enorme. Per questo le nuove Raccomandazioni ANMCO puntano a trasformare le evidenze scientifiche in percorsi clinici condivisi, più rapidi e omogenei, capaci di garantire ai pazienti le stesse opportunità di trattamento su tutto il territorio nazionale.

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