Al Ministero della Salute, l'8ª Giornata nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita. Focus sulle malattie non trasmissibili: prevenzione, appropriatezza, farmaci, LEA, continuità assistenziale e reti territoriali
“Nel nostro Servizio Sanitario la cultura della sicurezza delle cure sta crescendo in modo costante”: lo ha sottolineato il ministro della Salute Orazio Schillaci aprendo i lavori dell’8ª Giornata nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita, dedicata quest’anno alle malattie non trasmissibili e accompagnata dallo slogan “Cure sicure per tutta la vita!“. Un tema che assume un significato particolare di fronte a patologie che richiedono percorsi assistenziali lunghi, trattamenti continuativi e il coinvolgimento di professionisti e servizi diversi. In questo scenario, la sicurezza non può essere circoscritta al singolo atto assistenziale, ma deve accompagnare la persona lungo l’intero percorso di cura, dalla prevenzione alla gestione della malattia. La Giornata nazionale, istituita in Italia nel 2019 in adesione alle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, richiama un principio fondamentale: la sicurezza delle cure è parte integrante del diritto alla salute. L’edizione 2026 guarda alle principali malattie croniche non trasmissibili – dalle patologie cardiovascolari ai tumori, dalle malattie respiratorie croniche al diabete, fino alle malattie renali e ai disturbi della salute mentale – e alla necessità di garantire sicurezza e continuità lungo percorsi assistenziali spesso complessi, che coinvolgono più professionisti e setting di cura.
Nel suo intervento, Schillaci ha ricordato la crescente partecipazione del mondo sanitario alla Giornata e le iniziative promosse sul territorio per aumentare la consapevolezza, coinvolgere gli stakeholder e ridurre i danni evitabili. Il ministro ha quindi richiamato la particolare rilevanza delle malattie non trasmissibili, che rappresentano la principale causa di morte e disabilità nel mondo. “Ma il dato che dovrebbe farci riflettere è quel milione e 800 mila morti evitabili a livello europeo“, ha sottolineato, richiamando la possibilità di utilizzare gli strumenti disponibili per ridurre la mortalità legata a queste patologie. Schillaci ha inoltre evidenziato che “l’Italia vanta dati nettamente migliori rispetto alla media Ocse in relazione alla mortalità evitabile”, indicando questo risultato come uno stimolo a proseguire nel miglioramento della sicurezza e della qualità dell’assistenza. Per le persone con malattie non trasmissibili, ha osservato il ministro, la complessità della gestione e la vulnerabilità possono aumentare il rischio di danni evitabili. In questo quadro, il monitoraggio degli eventi sentinella assume un ruolo centrale. “Si sta rivelando strumento importante e strategico per rafforzare la sicurezza delle cure”, ha affermato Schillaci, collegando questo risultato anche a “un cambiamento culturale che ha reso possibile un aumento della segnalazione dell’errore”. L’errore, nella prospettiva indicata dal ministro, non viene quindi considerato soltanto come un’ammissione di colpa, ma come uno strumento attraverso cui il sistema può apprendere e migliorare. Tra le criticità richiamate figurano gli errori o i ritardi nella diagnosi, quelli nella terapia farmacologica e quelli legati al malfunzionamento dei dispositivi. Proprio per intervenire su questi rischi, Schillaci ha annunciato il lavoro del Ministero sulle raccomandazioni dedicate alle malattie non trasmissibili. La sicurezza passa inoltre dalla formazione degli operatori e dal coinvolgimento delle persone. “In questi anni abbiamo imparato che la sicurezza delle cure cresce quando si investe sulla formazione dei professionisti e sull’empowerment dei cittadini, capaci di diventare vere e proprie ‘sentinelle’ della qualità e della tutela del percorso assistenziale”. Il ministro ha infine ricordato l’avvio delle attività per la predisposizione del Piano nazionale per la sicurezza del paziente, nell’ambito dell’Osservatorio nazionale per le buone pratiche sulla sicurezza nella sanità di AGENAS, sottolineando la necessità di costruire un sistema di prevenzione e gestione del rischio capace di apprendere e migliorare.
Il tema della presa in carico lungo tutto il percorso è stato ripreso da Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della programmazione dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Servizio sanitario nazionale del Ministero della Salute. “Le malattie non trasmissibili – ha spiegato – non possono essere affrontate esclusivamente dal punto di vista dell’assistenza clinica, ma richiedono nuovi modelli organizzativi, capaci di favorire una presa in carico precoce e, quando necessario, un’assistenza più vicina al territorio in cui vivono le persone assistite. La questione riguarda non soltanto i costi sanitari, ma anche i costi sociali e la qualità della vita. In questa prospettiva, l’intero percorso assistenziale diventa oggetto di valutazione, compresi gli strumenti e le tecnologie utilizzati. L’obiettivo è misurare gli esiti, individuare inefficienze e anomalie e intervenire tempestivamente, attraverso una collaborazione stretta con le Regioni”. Ma c’è anche un cambio di prospettiva nel ruolo della persona. “Non le consideriamo semplicemente persone assistite, ma, utilizzando una definizione che abbiamo condiviso con gli uffici e con la Direzione generale, ‘partner chiave’ nella progettazione e nell’erogazione delle cure e dei servizi”. Servizi che, nella visione illustrata da Mennini, devono essere costruiti “a misura di persona” e il più possibile vicini ai bisogni di chi li utilizza. Il collegamento tra ospedale, territorio e domicilio diventa quindi uno degli elementi essenziali della sicurezza.
La necessità di una visione più ampia è stata al centro dell’intervento di Lorenzo Broccoli, Coordinatore tecnico della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. “La Giornata – ha spiegato – è progressivamente diventata non soltanto un momento celebrativo, ma un’occasione di confronto e di evoluzione. Le Regioni hanno investito sul tema e, per rafforzare questo percorso, è stato costituito il Comitato Operativo Permanente per la Giornata nazionale per la sicurezza delle cure. La scelta di concentrarsi quest’anno sulle malattie non trasmissibili porta però con sé la necessità di ripensare il concetto stesso di sicurezza. Quando la cura non si esaurisce in un singolo ricovero ma si sviluppa tra ospedale, territorio e domicilio, aumentano i punti di passaggio e di possibile discontinuità. Questo richiede che la sicurezza delle cure venga interpretata attraverso una visione nuova e moderna”, ha affermato Broccoli. E proprio nei percorsi caratterizzati dall’integrazione tra diversi servizi emerge una delle questioni più delicate: “I problemi di sicurezza, infatti, possono annidarsi proprio nelle connessioni: nei passaggi da un setting assistenziale all’altro, nella collaborazione tra unità operative e nel rapporto tra professionisti.” È in queste interconnessioni che possono comparire errori, discontinuità e criticità. Per questo, secondo Broccoli, strumenti come i Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) possono contribuire ad affrontare le nuove sfide, purché siano adeguatamente orientati. La sicurezza non riguarda più, dunque, esclusivamente il professionista sanitario. Devono essere coinvolti anche persone assistite e caregiver. “La sicurezza delle cure, in questa nuova prospettiva, esce infatti dall’ambito ristretto del professionismo sanitario e deve coinvolgere anche tutti coloro che partecipano e collaborano alla realizzazione dei nuovi percorsi assistenziali”.
A entrare nel merito dell’evoluzione del modello è stato Walter Bergamaschi, Direttore generale della programmazione e dell’edilizia sanitaria del Ministero della Salute, anche moderatore dell’evento. “Il punto di partenza – ha spiegato – è che la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute e che l’accesso alle prestazioni deve essere accompagnato dalla garanzia che siano erogate in condizioni di sicurezza. Il sistema italiano ha sviluppato negli anni strumenti per raccogliere le segnalazioni di rischi ed eventi sentinella e una struttura di risk management ormai consolidata nelle aziende sanitarie. Il limite di questo modello – ha evidenziato Bergamaschi – è che, essendo nato soprattutto in un contesto ospedaliero si è concentrato prevalentemente sul singolo episodio di ricovero. Con la crescita della cronicità diventa invece necessario applicare gli stessi processi all’intero percorso assistenziale”. Il problema torna così ad essere quello delle transizioni: i passaggi tra servizi possono comportare perdita di informazioni e incidere sulla qualità delle cure. Per questo l’organizzazione della Giornata ha scelto di attraversare tutte le fasi del processo assistenziale, dalla prevenzione alla promozione della salute, dall’appropriatezza delle prestazioni alla sicurezza dei farmaci, fino alla dimensione sociosanitaria.
La sicurezza delle cure per le malattie non trasmissibili non può però essere separata dalla prevenzione. Lo ha sottolineato Maria Grazia Laganà, Direttore dell’Ufficio 3 della Direzione generale della programmazione e dell’edilizia sanitaria del Ministero della Salute, illustrando il tema del monitoraggio degli eventi sentinella e delle raccomandazioni per la sicurezza delle cure nelle malattie non trasmissibili. “La campagna 2026 punta a ridurre i danni evitabili nei percorsi terapeutici complessi delle patologie croniche, valorizzando il coinvolgimento delle persone assistite e l’alfabetizzazione sanitaria. Prevenzione e corretti stili di vita diventano così componenti della sicurezza, insieme alla capacità delle persone di comprendere la propria condizione e partecipare alla gestione della salute. Gli obiettivi indicati dall’OMS comprendono una maggiore consapevolezza sulle sfide legate alla sicurezza delle persone con malattie non trasmissibili, il coinvolgimento attivo delle comunità nell’identificazione dei rischi e nella costruzione delle soluzioni e l’integrazione dei principi di sicurezza nelle politiche e nei programmi dedicati alle patologie croniche. LEA, appropriatezza ed evidenze: la sicurezza passa dalla qualità delle prestazioni”, ha spiegato Laganà. Il tema della prevenzione si lega anche alla sorveglianza dei principali fattori di rischio. Paola Nardone, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità, ha infatti presentato “Occhio alla Salute”, il sistema nazionale di sorveglianza dell’obesità infantile. Il sistema, promosso e finanziato dal Ministero della Salute e coordinato dall’ISS, raccoglie nel tempo dati sulla popolazione infantile e consente di monitorare sovrappeso, obesità e fattori di rischio.
Rosanna Marinello, Direttore dell’Ufficio 5 della Direzione generale della programmazione e dell’edilizia sanitaria del Ministero della Salute, ha approfondito il tema dell’aggiornamento dei livelli di assistenza, sottolineando il legame tra appropriatezza delle prestazioni e sicurezza delle cure. Il punto di partenza è la legge Gelli-Bianco, secondo cui “la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute e rappresenta un dovere per strutture e operatori sanitari”. Da questo principio deriva anche la necessità di mantenere aggiornati i LEA, perché garantire prestazioni appropriate, efficaci e basate su solide evidenze scientifiche significa contribuire a rendere più sicura l’assistenza. “È quindi evidente che la sicurezza delle cure si persegue anche attraverso l’aggiornamento dei LEA – ha spiegato – perché prestazioni appropriate, efficaci e fondate su solide evidenze scientifiche rappresentano la base della sicurezza assistenziale”. L’obiettivo è mantenere aggiornati gli strumenti che orientano sia la pratica assistenziale sia le decisioni sui livelli essenziali di assistenza. Tra gli aggiornamenti citati figurano lo screening e la sorveglianza delle persone a rischio eredo-familiare di tumore della mammella o dell’ovaio con mutazioni patogenetiche BRCA1 e BRCA2 e nuove prestazioni di specialistica ambulatoriale definite sulla base delle evidenze scientifiche e di criteri di appropriatezza.
La prospettiva della prevenzione è stata approfondita da Maria Migliore, Dirigente medico dell’Ufficio 2 della Direzione generale dei corretti stili di vita e dei rapporti con l’ecosistema del Ministero della Salute, che ha collegato la promozione della salute all’approccio One Health. “La salute – ha spiegato – è un bene complesso, intrecciato con ambiente, economia, organizzazione dei servizi e dinamiche sociali. Promuovere stili di vita sani significa quindi intervenire non soltanto in ambito sanitario, ma anche nei luoghi in cui le persone vivono: scuole, città, ambienti di lavoro e spazi digitali”. La prospettiva One Health mette in relazione salute umana, ambiente, ecosistemi e condizioni sociali e richiede alleanze tra sanità, servizi sociali, scuola, urbanistica, sport e Terzo settore. L’obiettivo è contrastare fattori di rischio modificabili come fumo, consumo rischioso di alcol, sovrappeso e sedentarietà. Particolare attenzione è stata dedicata anche ai primi mille giorni di vita, considerati una finestra di opportunità per intervenire precocemente sulla salute futura, con riferimento anche alla promozione e al sostegno dell’allattamento.
Sul ruolo della condivisione delle esperienze è intervenuto Michele Tancredi Loiudice, Responsabile UOS Qualità, sicurezza e buone pratiche di AGENAS, illustrando il lavoro della “Call for action 2026”. L’iniziativa si inserisce nella rete internazionale promossa dall’OMS per sostenere sistemi sanitari orientati alla sicurezza e consente di mettere in relazione le esperienze realizzate nei diversi contesti del Servizio sanitario nazionale con il network internazionale. Da circa cinque anni AGENAS, insieme alle Regioni, raccoglie le esperienze sviluppate dagli operatori sanitari. L’obiettivo è evitare che le esperienze rimangano isolate: una buona pratica sviluppata da un’équipe può diventare patrimonio comune e offrire indicazioni anche ad altri sistemi sanitari.
La dimensione residenziale è stata affrontata da Silvio Brusaferro, Professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università degli Studi di Udine ed ex Presidente dell’ISS, con il progetto Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (CCM) del Ministero della Salute, dedicato alla qualità e alla sicurezza delle cure nelle RSA e alla prevenzione e controllo del rischio infettivo. Il progetto ha coinvolto otto Regioni, circa 470 strutture residenziali, cinque università e numerosi stakeholder. Al centro c’è l’idea che la sicurezza non possa essere considerata una caratteristica del singolo servizio, ma debba essere letta come proprietà dell’intera rete assistenziale. “In questa prospettiva, qualità e sicurezza non possono essere considerate esclusivamente caratteristiche dei singoli servizi, ma diventano proprietà operative dell’intera rete assistenziale”, ha spiegato. La rete comprende domicilio, ambulatori, RSA e ospedale. E proprio la continuità delle informazioni tra questi nodi diventa fondamentale per evitare frammentazioni nel percorso. Le RSA – ha evidenziato Brusaferro – non possono essere assimilate semplicemente agli ospedali per acuti: sono luoghi di vita, nei quali le persone possono trascorrere periodi lunghi e dove le relazioni tra residenti, operatori e familiari hanno caratteristiche specifiche. Le procedure devono quindi essere adattate al contesto residenziale”. Il progetto ha inoltre evidenziato la necessità di rafforzare la formazione sul rischio infettivo e di costruire standard maggiormente omogenei, riconoscendo le RSA come nodi a pieno titolo della rete assistenziale. La sicurezza deve comprendere non solo il rischio infettivo, ma anche la gestione dei farmaci e la condivisione delle informazioni.
La conclusione tecnica del percorso è stata affidata a Ottavio Alessandro Nicastro, Coordinamento rischio clinico della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, che ha presentato il nuovo documento di consenso della Subarea Rischio clinico. Il documento nasce dalla trasformazione della geografia dell’assistenza: non più soltanto ospedali, ma anche cure primarie, Case della comunità, strutture residenziali, assistenza domiciliare e cure palliative. In questo scenario la sicurezza deve seguire la persona lungo tutte le fasi della cura, dalla diagnosi al trattamento, dalla riabilitazione alle cure palliative. Il cambio di paradigma viene sintetizzato in tre passaggi: dal singolo episodio all’intero percorso assistenziale; dal singolo setting alla rete dei servizi; dalla sicurezza della singola prestazione alla continuità delle cure sicure. “La sicurezza deve seguire la persona lungo tutto il percorso, senza rimanere confinata nel luogo in cui viene erogata l’assistenza”, ha detto. È soprattutto nelle transizioni tra servizi che possono emergere criticità: informazioni perse o incomplete, responsabilità non chiaramente definite, duplicazioni, ritardi e discontinuità nella presa in carico. È qui, in definitiva, che il tema della sicurezza delle cure per le malattie non trasmissibili trova la sua principale sfida: non limitarsi a rendere sicuro il singolo momento dell’assistenza, ma costruire un sistema capace di garantire continuità, appropriatezza, informazione e partecipazione lungo tutto il percorso della persona. Una prospettiva coerente con il messaggio della Giornata 2026: cure sicure per tutta la vita.
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