Salute 22 Luglio 2026 10:56

Si vive più a lungo, ma aumentano gli anni in cattiva salute

Uno studio pubblicato su The Lancet Public Health mostra che tra il 1990 e il 2023 il divario tra aspettativa di vita e anni vissuti in buona salute è cresciuto fino a 10,7 anni. Le malattie croniche e la disabilità accompagnano sempre più persone lungo l'età adulta

di Isabella Faggiano
Si vive più a lungo, ma aumentano gli anni in cattiva salute

Viviamo più a lungo, ma non necessariamente meglio. È questo il messaggio che emerge da un nuovo studio del Global Burden of Disease (GBD) 2023, pubblicato su The Lancet Public Health, che fotografa l’evoluzione della salute della popolazione mondiale negli ultimi trent’anni. Se da un lato l’aspettativa di vita continua ad aumentare, dall’altro cresce anche il numero di anni trascorsi convivendo con malattie croniche e disabilità. La ricerca, coordinata dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, mostra come il cosiddetto “divario di morbilità” – cioè la differenza tra gli anni di vita complessivi e quelli vissuti in buona salute – si sia ampliato in quasi tutti i Paesi analizzati.

Più longevità, ma aumentano gli anni vissuti con malattie

Nel 1990 una persona trascorreva mediamente 8,8 anni della propria vita in condizioni di salute non ottimali. Nel 2023 questo periodo è salito a 10,7 anni, quasi due anni in più nell’arco di una sola generazione. In termini percentuali significa che oggi, a livello globale, il 14,5% della vita viene vissuto con problemi di salute, contro il 13,6% registrato oltre trent’anni fa. Un aspetto particolarmente significativo è che questo periodo non riguarda soltanto la fase finale della vita. Lo studio evidenzia infatti che malattie croniche e disabilità accompagnano sempre più spesso le persone lungo tutto il percorso dell’età adulta.

L’aspettativa di vita cresce più rapidamente degli anni in buona salute

L’analisi conferma i progressi della medicina e della sanità pubblica. Tra il 1990 e il 2023 l’aspettativa di vita alla nascita è aumentata da 64,6 a 73,8 anni, mentre l’aspettativa di vita in buona salute è passata da 55,9 a 63,1 anni. Il problema è che questi due indicatori non crescono allo stesso ritmo. I progressi nella sopravvivenza sono infatti stati più rapidi rispetto a quelli nella qualità della vita, con il risultato che un numero crescente di persone raggiunge età avanzate convivendo però più a lungo con patologie croniche, limitazioni funzionali e disabilità. “La sfida per il futuro non è soltanto aiutare le persone a vivere più a lungo, ma far sì che possano vivere più anni in buona salute”, sottolinea Christopher Murray, direttore dell’IHME e autore senior dello studio. Secondo il ricercatore, sarà sempre più importante investire nella prevenzione, nella gestione delle malattie croniche e nell’assistenza di lungo periodo.

I Paesi ricchi pagano il prezzo della longevità

Lo studio evidenzia come il fenomeno sia particolarmente marcato nelle nazioni ad alto reddito, dove la longevità è maggiore ma cresce anche il numero di anni trascorsi con problemi di salute. Nel 2023 gli Stati Uniti hanno registrato il divario di morbilità più elevato, pari a 14 anni, seguiti da Australia (13,9 anni) e Canada (13,7 anni). Nel complesso, nessuna delle grandi aree del pianeta è riuscita a compensare l’aumento della durata della vita con un analogo incremento degli anni vissuti in buona salute. La macroregione ad alto reddito presenta il divario più ampio (12,7 anni), mentre quello minore è stato osservato nell’Africa subsahariana, dove il gap si attesta a 9 anni.

Le donne vivono più a lungo, ma trascorrono più anni in cattiva salute

L’analisi mette in luce anche una differenza di genere costante in tutte le regioni del mondo. Nel 2023 le donne hanno vissuto mediamente 12,1 anni in condizioni di salute non ottimali, contro i 9,3 anni degli uomini. In altre parole, la maggiore longevità femminile non si traduce automaticamente in un numero più elevato di anni vissuti in piena salute. “Le donne vivono più a lungo quasi ovunque nel mondo, ma trascorrono anche una quota maggiore di questi anni convivendo con malattie e disabilità”, osserva Catherine Bisignano, coautrice dello studio. Per questo, spiegano gli autori, migliorare l’invecchiamento in salute richiederà strategie mirate che affrontino precocemente le patologie responsabili della disabilità.

Mal di schiena, depressione e perdita dell’udito tra le principali cause

Più della metà (57,4%) degli anni vissuti in cattiva salute è attribuibile a un gruppo relativamente ristretto di patologie croniche prevalentemente non mortali.

Tra queste spiccano:

  • i disturbi muscoloscheletrici, in particolare il mal di schiena;
  • i disturbi mentali, come depressione e ansia;
  • le malattie degli organi di senso, soprattutto la perdita dell’udito;
  • le cadute e gli altri traumi accidentali;
  • altre malattie croniche non trasmissibili.
  • Secondo gli autori, una quota importante di questi anni potrebbe essere evitata intervenendo sui principali fattori di rischio modificabili.

Prevenzione sempre più decisiva

Lo studio identifica alcuni fattori prevenibili che contribuiscono maggiormente agli anni vissuti in cattiva salute: glicemia elevata, sovrappeso e obesità, malnutrizione materna e infantile, fumo di sigaretta e inquinamento atmosferico. Gli esperti sottolineano che l’invecchiamento della popolazione renderà sempre più necessario spostare il baricentro dei sistemi sanitari dalla sola cura delle malattie acute alla prevenzione, alla gestione delle patologie croniche, alla riabilitazione e ai servizi per la salute mentale. Il messaggio dello studio è chiaro: l’allungamento della vita rappresenta uno dei più importanti successi della sanità moderna, ma la prossima sfida sarà trasformare questi anni guadagnati in anni vissuti con una buona qualità di vita. Per riuscirci serviranno politiche capaci di prevenire le malattie croniche, ridurre la disabilità e promuovere un invecchiamento realmente sano.

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