Grazie alla proteomica avanzata, ricercatori del MPI di Biochimica e della TUM individuano marcatori più precisi dei test attuali, utili anche nei casi privi di bande oligoclonali.
Uno studio pubblicato su Cell Press ha identificato nuovi marcatori diagnostici per la sclerosi multipla analizzando il liquido cerebrospinale di circa 5.000 pazienti. Il lavoro, condotto dal Max Planck Institute of Biochemistry e dall’Technical University of Munich, ha utilizzato tecnologie avanzate di spettrometria di massa per esaminare simultaneamente circa 1.500 proteine per campione. I ricercatori hanno individuato un pannello di proteine in grado di distinguere con maggiore precisione la SM da altre malattie infiammatorie cerebrali, soprattutto nei casi in cui i marcatori classici risultano assenti, aprendo nuove prospettive diagnostiche e prognostiche.
Bisogno di biomarcatori per la sclerosi multipla
La sclerosi multipla è una malattia autoimmune cronica che colpisce circa 3 milioni di persone nel mondo e può manifestarsi con sintomi inizialmente aspecifici: disturbi visivi, intorpidimento, debolezza, affaticamento persistente. Questa variabilità rende la diagnosi complessa, specialmente nelle fasi iniziali. Attualmente, il percorso diagnostico si basa sulla risonanza magnetica e sull’analisi del liquido cerebrospinale, alla ricerca di segni di infiammazione e delle cosiddette bande oligoclonali. Tuttavia, in circa il 10% dei pazienti queste bande non sono presenti.
L’assenza di biomarcatori molecolari affidabili rappresenta quindi un limite concreto. In alcuni casi, la diagnosi può richiedere mesi o anni, con un impatto significativo sulle decisioni terapeutiche. Le terapie disponibili non guariscono la malattia, ma possono rallentarne la progressione e ridurre l’accumulo di disabilità nel tempo. Ritardare l’inizio del trattamento significa, potenzialmente, perdere una finestra di opportunità cruciale.
Un altro nodo irrisolto riguarda la prognosi. Alcuni pazienti mantengono una stabilità clinica per lunghi periodi, mentre altri sviluppano rapidamente una forma progressiva con peggioramento continuo della disabilità. Al momento della diagnosi, prevedere quale traiettoria seguirà il singolo paziente è estremamente difficile. Questa incertezza pesa sia sui medici, chiamati a scegliere terapie spesso gravate da effetti collaterali importanti, sia sui pazienti, che affrontano un futuro imprevedibile.
Per questo motivo, la ricerca di nuovi biomarcatori non è un esercizio accademico, ma una necessità clinica urgente: servono strumenti più precisi per distinguere la SM da altre patologie e per orientare fin da subito un trattamento personalizzato.
Studio proteomico del liquido cerebrospinale
Per rispondere a questa esigenza, i ricercatori hanno applicato un approccio proteomico su larga scala al liquido cerebrospinale, analizzando campioni provenienti da oltre 5.000 persone con diverse patologie neurologiche: ictus, tumori cerebrali, infezioni, malattie autoimmuni e casi senza diagnosi neurologica, utilizzati come controlli. Grazie ai progressi nella spettrometria di massa, è stato possibile misurare fino a 2.000 proteine per campione.
Questo approccio ha consentito di identificare un set di 22 proteine in grado di distinguere la SM da altre malattie infiammatorie del sistema nervoso centrale con maggiore accuratezza rispetto ai parametri attualmente impiegati nella pratica clinica. Un risultato particolarmente rilevante riguarda proprio i casi privi di bande oligoclonali, dove il nuovo pannello proteico ha mostrato un potenziale diagnostico significativo.
Prevedere la progressione della malattia alla diagnosi
Oltre alla diagnosi, lo studio ha affrontato un secondo obiettivo cruciale: la previsione dell’evoluzione della malattia. Analizzando centinaia di campioni di pazienti con SM, i ricercatori hanno osservato che il profilo proteico del liquido cerebrospinale al momento della diagnosi era associato al livello di disabilità sviluppato negli anni successivi. In particolare, alcuni pattern proteici risultavano correlati a un rischio più elevato di transizione dalla forma recidivante-remittente a quella progressiva, nonché a tempi più brevi per tale conversione.
Questo dato suggerisce che le informazioni biologiche necessarie per una valutazione prognostica siano già presenti nelle fasi iniziali della malattia. In prospettiva, un test basato sul proteoma potrebbe aiutare a stratificare i pazienti fin dall’esordio, distinguendo chi necessita di un trattamento più aggressivo da chi può essere gestito con strategie meno intensive.
L’impatto potenziale è notevole: una diagnosi più precisa e una previsione più affidabile del decorso consentirebbero scelte terapeutiche più mirate, riducendo sia i rischi di sovratrattamento sia quelli legati a interventi tardivi. Inoltre, l’approccio proteomico adottato potrebbe essere esteso ad altre malattie neurologiche, in modo da aprire la strada a una medicina realmente personalizzata nel campo delle neuroscienze.
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