Salute 30 Marzo 2026 11:23

Schizofrenia, i deficit cognitivi colpiscono 8 pazienti su 10: un terzo può migliorare

Uno studio italiano presentato al Congresso europeo di psichiatria evidenzia come una parte dei deficit cognitivi nella schizofrenia sia legata a fattori modificabili. Dalla terapia farmacologica allo stile di vita, intervenire su questi aspetti può migliorare autonomia e qualità della vita

di I.F.
Schizofrenia, i deficit cognitivi colpiscono 8 pazienti su 10: un terzo può migliorare

La schizofrenia non è fatta solo di sintomi psicotici. C’è un’altra dimensione, spesso meno visibile ma altrettanto impattante, che riguarda le funzioni cognitive. Memoria, attenzione, capacità di pianificazione e relazioni sociali risultano compromesse in una larga parte delle persone che convivono con questa patologia. In Italia si stima che siano circa 300 mila i pazienti, e oltre l’80% presenta un deficit cognitivo che condiziona profondamente la vita quotidiana. Ma non tutti questi deficit hanno la stessa origine. È qui che si inserisce il contributo di uno studio italiano dell’Università di Brescia, presentato al Congresso della Società Europea di Psichiatria (EPA) a Praga, che propone una lettura più articolata del problema e apre a nuove prospettive di intervento.

Non tutto è “colpa” della malattia

Secondo i ricercatori, almeno un terzo delle difficoltà cognitive osservate nelle persone con schizofrenia non dipende direttamente dalla patologia, ma da fattori esterni e potenzialmente modificabili. Un dato che cambia l’approccio clinico, perché introduce margini concreti di miglioramento. Accanto a un deficit definito “primario”, legato alla componente neuroevolutiva della malattia e spesso presente già prima dell’esordio, esiste infatti un deficit “secondario”, influenzato da variabili che possono peggiorare le prestazioni cognitive nel tempo.

Farmaci, sonno e stile di vita fanno la differenza

Tra i fattori che incidono maggiormente emergono alcuni elementi clinici e comportamentali. Il tipo di terapia farmacologica, in particolare l’uso di farmaci con effetti anticolinergici, alcune classi di antipsicotici e le benzodiazepine, può avere un impatto significativo. A questi si aggiungono condizioni come la sindrome metabolica, i disturbi del sonno, la sedentarietà e l’uso di sostanze, soprattutto cannabis. Non meno rilevante è la dimensione sociale. L’isolamento e la deprivazione relazionale rappresentano ulteriori elementi che possono aggravare il funzionamento cognitivo, contribuendo a un circolo vizioso difficile da interrompere.

Verso una presa in carico più ampia

Distinguere tra deficit primario e secondario non è solo una questione teorica, ma ha ricadute pratiche importanti. Se il primo richiede interventi strutturati, come programmi di riabilitazione cognitiva e una gestione mirata della terapia, il secondo impone un lavoro più ampio di revisione e ottimizzazione dei fattori che lo determinano. Questo significa ripensare la presa in carico della schizofrenia in chiave più globale: valutare l’impatto dei farmaci sulle funzioni cognitive, intervenire sulle comorbidità metaboliche, promuovere l’attività fisica, migliorare la qualità del sonno, contrastare l’uso di sostanze e favorire percorsi di inclusione sociale e lavorativa.

Qualità della vita al centro

Il messaggio che emerge è chiaro: lavorare sui fattori modificabili può tradursi in un miglioramento concreto dell’autonomia e della qualità della vita. In un disturbo complesso come la schizofrenia, spostare lo sguardo oltre i sintomi psicotici significa riconoscere la centralità della persona e delle sue capacità di funzionamento nella quotidianità. Un cambio di prospettiva che, più che rivoluzionario, appare oggi necessario.

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