Salute 16 Aprile 2025 17:51

Lo smartworking ha aumentato i sintomi depressivi negli over 50 in pandemia

Per indagare il fenomeno, i ricercatori si sono basati sui dati della Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe (SHARE), che raccoglie informazioni su individui con più di 50 anni in 27 Paesi europei
Lo smartworking ha aumentato i sintomi depressivi negli over 50 in pandemia

Durante la prima ondata della pandemia di Covid-19, il lavoro da remoto ha permesso a molte persone di continuare a lavorare in sicurezza. Tuttavia, secondo un nuovo studio, lavorare da casa ha avuto un impatto significativo sulla salute mentale di alcuni gruppi, in particolare donne, persone single e genitori con figli conviventi. La ricerca, pubblicata sulla rivista Journal of the Economics of Ageing da economisti dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Università di Padova e IFO Institute di Monaco, analizza come il lavoro da remoto abbia influenzato il benessere psicologico dei lavoratori senior nei primi mesi della pandemia.

Isolamento e incertezze hanno contribuito al disagio

Confrontando chi ha lavorato da casa con chi ha continuato a lavorare in presenza, gli autori hanno rilevato una maggiore diffusione di sintomi depressivi tra chi ha lavorato da remoto in smartworking. “Questo effetto negativo è risultato più marcato nelle regioni in cui il contagio era relativamente contenuto e dove le misure restrittive erano molto rigide,” spiega Giacomo Pasini, professore di Econometria e direttore del Dipartimento di Economia a Ca’ Foscari, “Il senso di isolamento, le incertezze sul futuro lavorativo e le tensioni familiari possono aver contribuito a questo disagio”, aggiunge. Lo studio evidenzia inoltre che gli effetti del lavoro da casa non sono stati uguali per tutti. Le donne, i single e le persone con figli conviventi hanno mostrato un impatto psicologico più rilevante rispetto ad altri gruppi.

Un approccio affidabile per misurare l’impatto dello smartworking

Per indagare questi fenomeni, i ricercatori si sono basati sui dati della Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe (SHARE), che raccoglie informazioni su individui con più di 50 anni in 27 Paesi europei. L’analisi ha utilizzato metodi statistici avanzati per isolare l’effetto specifico del lavoro da remoto da altri fattori legati alla pandemia. “Grazie a questo approccio, siamo riusciti a stimare in modo affidabile l’impatto del lavoro da casa sui sintomi depressivi, tenendo conto sia delle caratteristiche individuali che della diversa intensità della pandemia e delle misure restrittive nei vari territori”, spiega Marco Bertoni, professore di Economia all’Università di Padova e coautore dello studio.

Il lavoro da remoto non è uguale per tutti: serve flessibilità

Con la diffusione dei modelli di lavoro ibridi e da remoto anche nel post-pandemia, i risultati dello studio pongono importanti riflessioni sulla progettazione delle politiche aziendali. “Se il lavoro da casa resterà una pratica comune, è fondamentale riconoscere che non tutti lo vivono allo stesso modo”, sottolineano i ricercatori. “Imporre limiti rigidi o regole uguali per tutti sui giorni di lavoro da remoto rischia di non tenere conto delle esigenze reali delle persone”, aggiunge. Al contrario, lo studio suggerisce la necessità di politiche flessibili, capaci di adattarsi alle diverse condizioni familiari e demografiche dei lavoratori. I risultati contribuiscono al dibattito su come rendere il lavoro da remoto sostenibile, produttivo e attento alle persone, senza trascurare il loro benessere psicologico.

 

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