Salute 22 Maggio 2026 09:59

Salute mentale, casi quasi raddoppiati dal 1990: colpiti 1,2 miliardi di persone

Una ricerca IHME-Università del Queensland pubblicata su The Lancet fotografa l’aumento globale dei disturbi mentali e il forte divario nell’accesso alle cure.

di Arnaldo Iodice
Salute mentale, casi quasi raddoppiati dal 1990: colpiti 1,2 miliardi di persone

Quasi 1,2 miliardi di persone nel mondo convivono oggi con un disturbo mentale, un numero quasi raddoppiato rispetto al 1990. È il dato centrale di un nuovo studio dell’Institute for Health Metrics and Evaluation, realizzato con partner dell’Università del Queensland e pubblicato su The Lancet, che descrive i disturbi mentali come la principale causa globale di disabilità.

L’analisi ha esaminato 204 Paesi e territori, 21 regioni, 25 fasce d’età e persone di entrambi i sessi, coprendo il periodo 1990-2023. Sono stati valutati 12 disturbi mentali, tra cui ansia e disturbo depressivo maggiore, rispettivamente all’undicesimo e quindicesimo posto per impatto tra 304 malattie e lesioni. Nel 2023 i disturbi mentali hanno generato 171 milioni di DALY, cioè anni di vita persi per disabilità o morte prematura, e oltre il 17% degli anni vissuti con disabilità, confermando un carico sanitario enorme, diffuso e in crescita costante in ogni continente abitato oggi globale.

Ansia, depressione e l’eredità della pandemia

L’aumento dei disturbi mentali non può essere letto soltanto come un effetto statistico o diagnostico. Secondo lo studio, la crescita recente è stata trainata soprattutto dai disturbi d’ansia e dal disturbo depressivo maggiore. Dal 2019 la prevalenza standardizzata per età della depressione maggiore è aumentata di circa il 24%, mentre i disturbi d’ansia sono cresciuti di oltre il 47%, raggiungendo un picco negli anni successivi alla pandemia di Covid-19. Questo dato suggerisce che la crisi sanitaria abbia lasciato una traccia profonda, fatta di isolamento, paura, lutti, precarietà economica e interruzione delle relazioni sociali.

Tuttavia, gli autori invitano a guardare anche oltre la pandemia: povertà, insicurezza, violenza, abusi e indebolimento dei legami comunitari agiscono da fattori strutturali, capaci di rendere più vulnerabili intere popolazioni. La salute mentale, quindi, appare sempre meno come una questione esclusivamente individuale e sempre più come un indicatore della qualità complessiva delle società. Quando aumentano instabilità, disuguaglianze e solitudine, cresce anche il peso dei disturbi psichici. Per questo la risposta non può limitarsi alla cura clinica del singolo paziente, ma deve includere prevenzione, protezione sociale, servizi accessibili e politiche capaci di ridurre i fattori di rischio quotidiani. Serve anche una comunicazione pubblica più matura, che distingua il disagio comune dalla patologia.

Adolescenti e donne: i gruppi più esposti

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda l’età. Il carico dei disturbi mentali raggiunge il suo picco tra i 15 e i 19 anni, cioè in una fase decisiva per la costruzione dell’identità, delle relazioni, del percorso scolastico e dell’ingresso nella vita adulta. Nell’infanzia prevalgono condizioni come disturbi dello spettro autistico, ADHD, disturbo della condotta e disabilità intellettiva evolutiva idiopatica, con una maggiore incidenza nei maschi.

Con l’adolescenza, invece, ansia e depressione maggiore diventano le principali fonti di sofferenza e disabilità. Questo passaggio è cruciale: se non intercettato, il disagio psichico può compromettere rendimento scolastico, autostima, capacità relazionali e prospettive lavorative. L’altro dato forte riguarda il genere. Nel 2023, 620 milioni di donne convivevano con un disturbo mentale, contro 552 milioni di uomini.

Anche il carico misurato in DALY è più alto tra le donne: 92,6 milioni contro 78,6 milioni. Le cause non sono semplici né riducibili a una sola spiegazione. Pesano l’esposizione alla violenza domestica e sessuale, le responsabilità di cura, la discriminazione di genere e altre disuguaglianze strutturali. Questi numeri mostrano che la salute mentale non nasce nel vuoto: è influenzata da ruoli sociali, sicurezza personale, condizioni economiche e possibilità concrete di chiedere aiuto. Investire sugli adolescenti e sulle donne significa quindi intervenire nei punti più sensibili del problema. Significa portare psicologi nelle scuole, formare insegnanti e medici di base, riconoscere presto i segnali di sofferenza, proteggere chi subisce violenza e creare percorsi di cura meno costosi, meno stigmatizzanti e più vicini alla vita reale. Questa prospettiva impone di spostare risorse verso prevenzione precoce, consultori, centri giovanili e reti antiviolenza, perché le statistiche descrivono bisogni concreti, non categorie astratte. Una diagnosi tempestiva può cambiare una traiettoria biografica, evitando che isolamento, abbandono scolastico e dipendenza economica diventino conseguenze permanenti di un disagio iniziato molto presto oggi stesso duraturo.

Un peso distribuito in modo diseguale

Il peso dei disturbi mentali è aumentato in ogni regione del mondo, ma con intensità e caratteristiche diverse. Le aree ad alto reddito, come Australasia ed Europa occidentale, mostrano tassi di incidenza molto elevati, con valori importanti in Paesi come Paesi Bassi, Portogallo e Australia. Aumenti significativi sono stati osservati anche nell’Africa subsahariana occidentale e in alcune zone dell’Asia meridionale. Il dato va interpretato con cautela: nei Paesi ricchi può incidere una maggiore capacità diagnostica, mentre nei contesti più fragili pesano povertà, conflitti, carenze sanitarie e accesso limitato alle cure. Servono quindi politiche locali calibrate sui bisogni reali delle comunità.

Il divario delle cure e la risposta necessaria

La conclusione più preoccupante riguarda l’assistenza. Le analisi del Global Burden of Disease stimano che solo circa il 9% delle persone con disturbo depressivo maggiore riceva nel mondo un trattamento minimamente adeguato. In 90 Paesi la quota scende sotto il 5%, mentre soltanto pochi contesti ad alto reddito, tra cui Australia, Canada e Paesi Bassi, superano il 30% di copertura. Questo significa che la maggioranza delle persone con depressione o ansia resta senza cure efficaci, oppure riceve interventi tardivi e insufficienti.

Le conseguenze non ricadono solo sui pazienti: coinvolgono famiglie, caregiver, scuole, luoghi di lavoro, sistemi sanitari e risorse pubbliche. Ridurre il divario richiede investimenti costanti, ma anche scelte pratiche: rafforzare i servizi territoriali, integrare la salute mentale nell’assistenza primaria, formare personale specializzato, rendere le terapie economicamente accessibili e combattere lo stigma che impedisce a molte persone di chiedere aiuto. Nei Paesi a basso e medio reddito, la priorità è ampliare la disponibilità minima di servizi; nei Paesi ricchi, serve rendere i percorsi più rapidi.

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