Nei grandi comuni italiani circa 142mila bambini e adolescenti vivono in aree caratterizzate da disagio socioeconomico, povertà educativa e carenza di servizi. È quanto emerge dal rapporto "I luoghi che contano" di Save the Children, presentato in occasione di “Impossibile 2026"
Crescere in un quartiere piuttosto che in un altro può fare la differenza nel percorso scolastico, nelle opportunità educative e persino nelle prospettive future. È il messaggio che emerge con forza dal rapporto “I luoghi che contano”. Infanzia e adolescenza nelle periferie urbane, presentato da Save the Children in occasione di “Impossibile 2026”, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che si è svolta a Roma e che quest’anno ha scelto come tema centrale “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”. La fotografia scattata dall’organizzazione restituisce l’immagine di un Paese in cui le disuguaglianze territoriali continuano a pesare sul futuro delle nuove generazioni. Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane, infatti, circa 142mila minori vivono in aree di disagio socioeconomico urbano: un bambino o adolescente ogni dieci residenti nelle grandi città.
Le nuove mappe della fragilità urbana
La ricerca utilizza una nuova classificazione elaborata dall’Istat che individua 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU), sulla base di nove indicatori che comprendono povertà economica, disoccupazione, precarietà lavorativa, bassi livelli di istruzione, presenza di giovani Neet, dispersione scolastica e fragilità sociali. La novità è che queste aree non coincidono necessariamente con le periferie tradizionalmente intese. Possono trovarsi nelle zone esterne delle città, ma anche in quartieri centrali apparentemente integrati nel tessuto urbano. Ciò che le accomuna è la concentrazione di vulnerabilità sociali ed economiche che limitano l’accesso alle opportunità. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo concentrano quasi tre quarti dei minori che vivono nelle aree più fragili del Paese, confermando come il fenomeno riguardi soprattutto i grandi centri urbani.
Quartieri fragili, ma pieni di bambini
Uno degli aspetti più significativi emersi dal rapporto riguarda la composizione demografica di queste aree. Le ADU sono infatti i quartieri più giovani delle città. Qui i minori rappresentano il 16,7% della popolazione, contro una media cittadina del 14,8%. Anche il tasso di nuovi nati risulta superiore rispetto al resto delle città metropolitane. Proprio dove si concentrano maggiormente bambini e adolescenti si registrano però le condizioni sociali più difficili. Un dato che rende ancora più urgente intervenire sui servizi destinati all’infanzia e all’adolescenza.
Povertà e istruzione: il doppio ostacolo
Nelle aree di disagio socioeconomico il 42,3% delle famiglie vive in condizioni di povertà relativa, una percentuale nettamente superiore rispetto al 25% registrato mediamente nelle città metropolitane. Le situazioni più critiche si osservano soprattutto nel Mezzogiorno, con punte che superano il 60% a Palermo, Napoli e Catania. Alla fragilità economica si affianca quella educativa. Più della metà degli adulti residenti nelle ADU possiede al massimo la licenza media, contro il 30,1% della media urbana. Un elemento che, come evidenziano numerosi studi, influenza direttamente le opportunità educative delle nuove generazioni e contribuisce a perpetuare le disuguaglianze sociali.
Dispersione scolastica e giovani Neet
Le difficoltà emergono con particolare evidenza nel percorso formativo. Nelle aree fragili il 15,4% degli studenti delle scuole secondarie ha abbandonato gli studi o ripetuto almeno un anno scolastico, una quota doppia rispetto alla media delle città metropolitane, ferma al 7,6%. Tra gli adolescenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado, il rischio di dispersione implicita raggiunge il 20,8%, quasi dieci punti percentuali in più rispetto alla media urbana. Anche il fenomeno dei Neet continua a rappresentare una criticità rilevante. Nelle ADU oltre un giovane tra i 15 e i 29 anni su tre non studia e non lavora. La percentuale raggiunge il 35,6%, contro il 22,9% registrato mediamente nelle città metropolitane. In alcune realtà del Sud, come Catania e Palermo, i valori superano addirittura il 50%.
Il peso invisibile dello stigma
Accanto alle disuguaglianze economiche ed educative emerge un elemento meno visibile ma altrettanto importante: lo stigma territoriale. Secondo il rapporto, circa un adolescente su due ritiene che il proprio quartiere venga giudicato negativamente dall’esterno. Uno su tre riferisce di aver subito prese in giro o forme di esclusione legate al luogo in cui vive. Il quartiere diventa così non solo uno spazio fisico, ma anche un’etichetta sociale che può condizionare l’autostima, le relazioni e le opportunità di partecipazione. Tra le richieste avanzate dai ragazzi compaiono bisogni concreti e quotidiani: più parchi e spazi verdi, luoghi di aggregazione, biblioteche, impianti sportivi, sicurezza, trasporti efficienti e una maggiore cura degli spazi pubblici.
Non solo fragilità: le risorse delle periferie
La ricerca evita però una rappresentazione esclusivamente negativa delle periferie urbane. Molti ragazzi raccontano infatti esperienze positive legate alla vita di quartiere: relazioni più strette, maggiore autonomia negli spostamenti, utilizzo più intenso degli spazi pubblici, reti di amicizia multiculturali e un forte senso di appartenenza alla comunità. Non a caso il 78,4% dei giovani residenti nelle aree di disagio dichiara di sentirsi felice nel proprio quartiere. Un dato che evidenzia come questi territori non siano soltanto luoghi di fragilità, ma anche contesti ricchi di energie, relazioni e potenzialità da valorizzare.
La richiesta di una politica stabile per l’infanzia
Proprio partendo da questi dati, durante l’apertura della Biennale il presidente di Save the Children Claudio Tesauro, presidente di Save the Children Italia, ha sottolineato la necessità di superare interventi frammentati e costruire una strategia strutturale per contrastare le disuguaglianze territoriali. Secondo Tesauro, “negare pari opportunità ai bambini in base al luogo in cui crescono rappresenta una ferita sociale che incide non solo sul loro futuro, ma anche sulla qualità della democrazia”. L’organizzazione chiede l’approvazione di una legge nazionale capace di garantire nelle aree più vulnerabili spazi socioeducativi sicuri e accessibili durante tutto l’anno, dove bambini e adolescenti possano trovare occasioni di crescita culturale, sportiva, relazionale e psicologica. Le periferie, dunque, non sono soltanto luoghi segnati da povertà e carenze di servizi. Sono anche comunità vive, ricche di risorse e capacità di innovazione. Per trasformarle in luoghi di opportunità, però, servono politiche pubbliche continuative, investimenti mirati e il coinvolgimento diretto di bambini e adolescenti nelle scelte che riguardano il loro futuro. Perché il luogo in cui si cresce non dovrebbe mai determinare il destino di una persona.
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