Il primo Report nazionale sulla riabilitazione ospedaliera, relativo al periodo 2013-2024, fotografa un sistema che non ha ancora recuperato i livelli pre-pandemici e presenta profonde differenze regionali
Salvare una vita dopo un ictus cerebrale è il primo obiettivo, ma non esaurisce il percorso di cura. Recuperare il movimento, il linguaggio e l’autonomia nelle attività quotidiane, tornare alla vita familiare e, quando possibile, a quella lavorativa richiede interventi riabilitativi tempestivi e una presa in carico che prosegua anche dopo la dimissione ospedaliera. È su questa fase, decisiva per la qualità della vita delle persone e delle loro famiglie, che si concentra l’attenzione del primo Report nazionale sulla riabilitazione ospedaliera in Italia. Commissionato dalla Fondazione Gianfranco Salvini, elaborato da Luca Giorgio, ricercatore in Tenure Track in Organizzazione aziendale presso l’Università Europea di Roma, e realizzato con il supporto di A.L.I.Ce. Italia Odv, il rapporto analizza l’evoluzione dell’assistenza riabilitativa nel periodo 2013-2024 attraverso i dati ufficiali del Ministero della Salute, delle Schede di dimissione ospedaliera (Sdo), dell’Istat e degli Open Data nazionali. L’analisi restituisce la fotografia di un settore fondamentale del Servizio sanitario nazionale, ma ancora caratterizzato da criticità organizzative, differenze territoriali e difficoltà nel garantire una continuità assistenziale omogenea. Questioni che riguardano non soltanto le persone colpite da ictus, ma anche quelle che, dopo un trauma cranico o altri eventi acuti, necessitano di percorsi riabilitativi intensivi e multidisciplinari per recuperare le funzioni compromesse e riconquistare la maggiore autonomia possibile.
Nel 2024 in Italia si sono registrati circa 292mila ricoveri riabilitativi ordinari, per oltre 7,6 milioni di giornate di degenza, con una dotazione di quasi 24mila posti letto dedicati. La degenza media si attesta intorno ai 26 giorni, a conferma della complessità dei bisogni assistenziali delle persone prese in carico. Il sistema, tuttavia, non ha ancora recuperato completamente i livelli precedenti alla pandemia. Nel 2020 le dimissioni riabilitative si erano ridotte di circa il 24% rispetto al 2019, mentre le giornate di degenza erano passate da oltre 8 milioni a circa 6,5 milioni. Negli anni successivi l’attività è progressivamente ripresa, ma nel 2024 le dimissioni risultano ancora inferiori di circa l’8% rispetto al periodo pre-pandemico e le giornate di degenza del 6,5%. Il recupero dell’offerta di posti letto, tornata pressoché ai livelli del 2019, non è stato quindi sufficiente a riportare i volumi assistenziali ai valori precedenti all’emergenza sanitaria. I dati richiamano l’attenzione sulla necessità di considerare la riabilitazione parte integrante del percorso terapeutico, soprattutto dopo eventi acuti come l’ictus. La possibilità di accedere tempestivamente a interventi adeguati può incidere sul recupero funzionale e sull’autonomia personale, mentre eventuali interruzioni o ritardi rischiano di complicare la gestione dei bisogni assistenziali e il ritorno alla vita quotidiana.
Uno degli elementi più rilevanti del Report riguarda la distribuzione territoriale dell’offerta. Il tasso di ospedalizzazione per riabilitazione varia da 1,79 ricoveri ogni mille abitanti in Toscana a 8,10 in Valle d’Aosta. Anche la disponibilità di posti letto presenta differenze significative, che in alcuni casi arrivano a superare un rapporto di quattro a uno tra le Regioni. A questa eterogeneità si aggiungono le differenze nell’organizzazione dei servizi e nella distribuzione dei centri specializzati, oltre ai flussi di mobilità sanitaria interregionale. Alcune realtà, tra cui la Provincia autonoma di Trento, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, attraggono persone provenienti da altre aree del Paese, mentre altre registrano livelli elevati di mobilità passiva. La distribuzione dei ricoveri e dei posti letto non consente, da sola, di valutare la qualità dell’assistenza o l’appropriatezza dei percorsi. Rappresenta, tuttavia, un indicatore importante delle differenze nell’offerta e dell’esigenza di rafforzare la programmazione sanitaria. Per A.L.I.Ce. Italia Odv, il rischio è che le opportunità di recupero continuino a dipendere anche dal luogo di residenza. “Da anni raccogliamo le storie delle persone colpite da ictus e dei loro familiari, persone che, una volta superata la fase acuta, si trovano ad affrontare percorsi molto diversi a seconda della Regione in cui vivono. Oggi questo Report dimostra che quelle differenze non sono percezioni, ma una realtà documentata dai dati ufficiali. È una situazione che non possiamo più considerare accettabile. Salvare una vita è fondamentale, ma non basta: occorre offrire a tutti le stesse possibilità di recupero. Per questo la nostra Associazione continuerà a chiedere che la riabilitazione post ictus diventi una vera priorità della programmazione sanitaria nazionale”, afferma Andrea Vianello, presidente di A.L.I.Ce. Italia Odv.
Il ritorno a casa rappresenta uno dei passaggi più delicati del percorso riabilitativo. Secondo il Report, l’82,9% delle persone ricoverate viene dimesso direttamente al proprio domicilio. Una percentuale che evidenzia il ruolo della riabilitazione ospedaliera nel favorire il rientro nel proprio contesto di vita, ma che non coincide necessariamente con la conclusione del percorso di recupero. Riprendere a camminare, recuperare il linguaggio, riacquistare autonomia nelle attività quotidiane e reinserirsi nella vita familiare e lavorativa può richiedere ulteriori interventi, calibrati sulle condizioni cliniche e sui bisogni individuali. Il Report rileva inoltre che l’1,7% delle persone viene indirizzato verso strutture residenziali territoriali o residenze sanitarie assistenziali (Rsa), l’1,6% viene dimesso con attivazione dell’Assistenza domiciliare integrata (Adi), l’1,2% viene trasferito in un altro istituto di riabilitazione e il 3,4% passa a un altro regime di ricovero o a un’altra attività nello stesso istituto. Questi dati richiamano la necessità di costruire percorsi di dimissione appropriati e personalizzati, assicurando il raccordo tra ospedale, strutture riabilitative e servizi territoriali. La continuità assistenziale diventa particolarmente importante per le persone con disabilità complesse e per le famiglie che, una volta concluso il ricovero, si trovano a gestire bisogni assistenziali che possono protrarsi a lungo. Il problema non riguarda soltanto la disponibilità di posti letto. Occorre anche garantire che ogni persona possa proseguire il percorso di recupero nel setting più adeguato, senza interruzioni e con il supporto necessario ai caregiver.
Il rafforzamento della riabilitazione ospedaliera richiede un intervento che coinvolga l’intera organizzazione dell’assistenza. Tra le priorità indicate dal Report figurano lo sviluppo di Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali (Pdta) condivisi, l’integrazione tra ospedale e territorio, il coordinamento tra strutture pubbliche e privato accreditato e la costruzione di reti clinico-assistenziali capaci di accompagnare la persona nelle diverse fasi del recupero. Il privato accreditato rappresenta una componente prevalente dell’offerta riabilitativa nazionale, ma la disponibilità di posti letto non coincide automaticamente con l’equità di accesso o con la qualità dei percorsi. La sfida è quindi anche organizzativa: programmare i servizi sulla base dei bisogni della popolazione, ridurre gli squilibri territoriali e assicurare una presa in carico appropriata lungo tutto il percorso assistenziale. A rendere il tema ancora più rilevante è l’invecchiamento demografico. Secondo i dati riportati nello studio, negli ultimi dieci anni l’età media della popolazione italiana è passata da 44,5 a 46,9 anni, un andamento che rende necessario preparare il sistema sanitario a una domanda riabilitativa destinata a crescere. Anche l’aggiornamento delle tariffe nazionali per la riabilitazione, con un incremento stimato di circa 249 milioni di euro, può rappresentare un’opportunità per rafforzare l’offerta. L’efficacia delle nuove risorse dipenderà, tuttavia, dalla capacità di inserirle in una programmazione orientata a migliorare l’accesso, la qualità dell’assistenza e la continuità tra i diversi livelli di cura. Per A.L.I.Ce. Italia, l’impegno deve proseguire oltre le campagne di sensibilizzazione dedicate al riconoscimento dei sintomi dell’ictus e alla tempestività dei soccorsi. La sfida è fare in modo che ogni persona colpita da ictus, indipendentemente dalla Regione in cui vive, possa contare su opportunità di recupero adeguate. Perché la qualità di un sistema sanitario non si misura soltanto dalla sua capacità di salvare una vita, ma anche da quella di accompagnare le persone nel recupero delle funzioni, dell’autonomia e della qualità di vita.
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