Il compleanno di Roberta riaccende il tema dell’inclusione: una giornata di gioia, segnata dall’assenza di quasi tutti i compagni, diventa un appello a una società più attenta alle fragilità
Una festa di compleanno dovrebbe essere, per ogni bambino, un momento semplice e felice: candeline, sorrisi, amici, condivisione. Per Roberta è stata una giornata bellissima, piena di emozione e amore. Ma anche una giornata segnata da un’assenza difficile da accettare: quella di quasi tutti i compagni di classe.
Nel racconto pubblicato da Nessuno è escluso ODV in un semplice e disarmante post su facebook, c’è molto più dell’amarezza di due genitori. C’è una domanda che riguarda tutti: quanto siamo davvero capaci di includere? Quanto la diversità viene accolta nella quotidianità, fuori dalle parole, dagli slogan e dalle buone intenzioni?
La storia di Roberta parla di fragilità, scuola, famiglie, responsabilità educativa e società civile. Racconta il dolore di chi continua a sentirsi ai margini, ma anche la forza di chi non smette di credere nella condivisione. Perché l’inclusione non si misura nei grandi discorsi, ma nei gesti più semplici: un invito, una presenza, una merenda, una festa vissuta insieme.
E proprio da qui nasce un messaggio forte: nessuno dovrebbe sentirsi escluso dalla normalità. Nessun bambino dovrebbe aspettare anni per essere invitato a una festa. Nessuna famiglia dovrebbe sentirsi sola davanti all’indifferenza degli altri.
“Noi non molliamo”, scrive l’associazione. Ed è forse questa la frase che più di tutte resta: una promessa, una denuncia e un appello alla responsabilità collettiva.
“Vederla felice, emozionata, sorpresa è stato meraviglioso e molto emozionante. È stato tutto bellissimo, tutto perfetto, con un solo enorme neo. C’erano tutti quelli che dovevano esserci… o quasi.
Facciamo una premessa: anche per gli altri nostri figli non abbiamo mai voluto e organizzato feste private o limitate ad accessi di questo e non quell’altro perchè crediamo fortemente nel potere della condivisione e abbiamo sempre deciso di fare feste aperte a tutti e a maggior ragione da quando è nata Roberta.
Negli ultimi 4 anni (quelli della scuola primaria) l’affluenza del gruppo classe alle feste di Roberta non è mai stata più di 5-6 bambini su 23 nonostante la nostra opera di sensibilizzazione in questi anni.
Stavolta è stato molto faticoso accettare la quasi completa assenza di tutti, con la presenza di due sole bambine.
Mettiamoci la giornata uggiosa, la festa della mamma, gli impegni domenicali e chi più ne ha più ne metta ma l’assenza pesa come un macigno e se pensiamo che abbiamo avuto persone da Genova a Napoli che per festeggiare un miracolo di 10 anni hanno fatto chilometri tutto questo lascia inevitabilmente, dentro una sensazione amara: la percezione di aver fallito nel tentativo di trasmettere qualcosa a certi genitori… Nonostante l’impegno, nonostante il cuore messo in ogni gesto, nonostante ogni tipo di azione o situazione pensata sempre per tutti anche all’interno della classe, oggi molti, quasi tutti, hanno dimostrato ancora una volta che chi pensa di avere figli “sani” spesso si sente lontanissimo, da quelli ritenuti “diversi”, dimostrandosi quasi immuni alla fragilità.
Ciò non è un caso visto che nostra figlia, in 4 anni, non è mai stata invitata ad una merenda a casa di nessun amico o amica in quindi la domanda è: ma è un nostro problema, oppure c’è una visione completamente distorta della diversità? La risposta la lasciamo a voi ma a noi sembra lapalissiana.
Un’assenza così massiccia è difficile perfino da comprendere prima che da spiegare.
È’ stato bello, nel contempo, vedere invece un bambino autistico, non della classe di Roby, ma della classe nella quale insegna la mamma, che per la prima volta nella sua vita, è andato a una festa di compleanno. E non perché prima non volesse andarci, ma perché semplicemente non era mai stato invitato prima.
E questo basterebbe da solo a raccontare tante cose, più di qualsiasi discorso.
I sorrisi della mamma sono stati illuminanti lenendo la tristezza per la sorpresa con la quale la stessa mamma non riusciva a credere che potesse vivere insieme a suo figlio una “straordinaria normalità”.
Così come l’invito inaspettato alla primissima sua merenda da parte di una compagna di classe, forse induce a riflessioni anche sul ruolo dei docenti che possono rendere una classe più o meno accogliente, che può imparare a confrontarsi con le unicità di tutti e rendere ordinario qualcosa che per la società continua a rimanere eccezionale.
Non aggiungiamo altro, perché potremmo diventare estremamente duri.
Nonostante ciò, dentro questa amarezza, c’è stata anche una parte bellissima e importante: vedere tanti insegnanti presenti, anche di altre classi. Persone che hanno scelto di esserci davvero, con sensibilità e umanità.
Quando diciamo che il problema non è soltanto la politica ma anche, e forse soprattutto, una società civile troppo spesso sorda, cieca e indifferente fino a quando il dolore non la sfiora direttamente, non facciamo polemica. Raccontiamo semplicemente la realtà. Una realtà dura, che forse fa male, ma che giornate come questa rendono impossibile da ignorare.
Noi non molliamo”.